Ben Kane.
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Una Battaglia per l'Impero.
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Parte 2.
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Titolo originale: Clash of Empires. 2018.
Traduzione di: Francesca Noto.
2019 Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Parte Seconda.
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Capitolo 9.
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Roma, autunno del 201 a.C.
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Flaminino avanzava lungo uno stretto vicolo del Quirinale, immerso nei propri pensieri. Il suo segretario, Pasione, lo seguiva in tutta fretta; una robusta guardia del corpo procedeva a un paio di passi da loro. Tutti e tre avevano il cappuccio calato in testa. Se non fosse stata una giornata cos uggiosa, Flaminino si sarebbe potuto preoccupare di attirare l'attenzione, ma la pioggia battente faceva s che met dei passanti avesse lo stesso aspetto che mostravano lui e i suoi servi. Gli altri, quelli senza mantello o cappuccio, avanzavano con la schiena curva e lo sguardo fisso sul terreno fangoso e irregolare. Perfino i negozianti erano rassegnati; quasi nessuno se ne stava sulla soglia del proprio negozio ad attirare clienti ad alta voce.
Non era un'ora che Flaminino avrebbe scelto per uscire: il sole era appena sorto e nastri di nebbia ancora si agganciavano agli edifici pi alti. Eppure, aveva dovuto. La riunione che si stava affrettando a raggiungere era di vitale importanza. Dal suo tentativo fallito di aiutare gli Etoli e avanzare nella carriera politica, aveva speso grosse somme di denaro per assicurarsi che tutte le notizie lo raggiungessero per primo. Se la guerra con la Macedonia e la sua elezione a console dovevano diventare realt, lui aveva bisogno di conoscere il polso della Repubblica, e sapere sempre cosa stesse accadendo nel mondo, oltre i suoi confini. Le sue spie erano a Roma, ad Atene, a Corinto e anche pi lontane. Ne aveva perfino una a Pella, la capitale della Macedonia.
Flaminino aveva provato un rinnovato entusiasmo, quando, un mese prima, aveva saputo che Rodi e Pergamo, due potenze minori ma importanti, stavano mandando una delegazione congiunta a Roma per chiedere aiuto al Senato. Da quando le citt della Propontide erano state conquistate, in quegli stessi attacchi che avevano condotto a Roma gli ambasciatori dell'Etolia, senza successo, Filippo aveva messo a ferro e fuoco gli insediamenti su tutta la costa occidentale dell'Asia Minore. Per Flaminino, quella era un'ulteriore prova del fatto che il re macedone fosse un pericolo per la Repubblica.
Le motivazioni di Filippo erano chiare: voleva riconquistare i territori ottenuti dal padre di Alessandro, e questo non lo sorprendeva. Di certo voleva emulare lo stesso Alessandro, condottiero che anche Flaminino ammirava molto. I racconti delle campagne del giovanissimo re in Persia, Sogdia e sui confini dell'India avevano un posto d'onore sui suoi scaffali. Per Flaminino, il conquistatore della Macedonia e della culla della democrazia, la Grecia, sarebbe stato di certo ricordato come i migliori della storia.
La sua strada verso quelle gloriose vette era ancora tortuosa e difficile. Gli ambasciatori di Rodi e Pergamo avevano raggiunto Roma, ma riuscire a convincere il Senato, che era perlopi contro la guerra alla Macedonia, sarebbe stato complesso. La speranza pi grande di Flaminino era che, incontrando gli ambasciatori in anticipo, potesse far pronunciare loro le parole giuste. Se i senatori avessero votato a favore di una guerra contro la Macedonia, il primo ostacolo sul suo cammino sarebbe stato rimosso. Dopodich, doveva soltanto vincere le elezioni a console, obiettivo che sperava si sarebbe rivelato meno difficile.
Siamo arrivati, padrone, fece sapere Pasione.
Flaminino alz lo sguardo al cartello dipinto che era appeso sopra la porta davanti alla quale si erano fermati. Il Riposo dell'Auriga, lesse. Non mi sembra un buon posto dove incontrarsi, eh?
Non ci sono corse, oggi, signore, e non sar molto affollato, a que-st'ora. Ed  anche il luogo in cui gli..., Pasione abbass la voce, ...ambasciatori hanno chiesto di incontrarti. Dicono che ci sono alcove tranquille, sul retro.
Molto bene. Trace, vai a dare un'occhiata.

Flaminino accenn con la testa verso il Trace, che entr all'interno. Usc poco dopo, dichiarando che la locanda sembrava sicura. Due stranieri, disse, nel suo stentato latino. Seduti sul retro.
Seguitemi. Flaminino mise su la sua espressione pi sicura e vincente e attravers la soglia. Dopo un attimo passato ad abituare la vista alla luce fioca dell'interno, scorse un bancone di legno lungo il muro laterale; dietro di esso si trovava un uomo magro come un chiodo e dal volto arcigno. Tavoli e sgabelli, perlopi vuoti, occupavano il resto della stanza dal pavimento di pietra. Sul fondo, c'erano delle alcove separate da partizioni fessurate. In una di quelle erano seduti due uomini avvolti nei loro mantelli.
Non poteva esitare, consider Flaminino, passandosi la lingua nella bocca secca. Si sfil il cappuccio e ordin una brocca di vino e tre bicchieri per il suo tavolo. E assicurati che sia bevibile!, latr.
Ammirato dalle ovvie origini nobili del nuovo cliente, il locandiere, servile, si mise ad armeggiare sotto al bancone.
Flaminino studi gli ambasciatori, mentre si avvicinava. Uno aveva la carnagione scura, e abiti in stile persiano. Doveva essere l'uomo di Pergamo. L'altro, invece, indossava un chitone e non sarebbe stato fuori posto in un cantiere navale.
Tipico degli abitanti di Rodi, pens Flaminino. Non si vestirebbe bene per nessuno.
Siete voi gli ambasciatori, signori?, domand a mezza voce.
S, siamo noi, rispose l'uomo di Pergamo. Io sono Eumene di Pergamo, e lui  Dorieo di Rodi. Tu sei Tito Quinzio Flaminino?
S.
Entrambi chinarono il capo in segno di riconoscimento. Ti prego, non considerarci scortesi, riprese Eumene. Ci alzeremmo per inchinarci, ma abbiamo gi troppi occhi addosso.
Flaminino si gir come per rivolgersi a Pasione, e osserv la stanza. Gli altri avventori, tra ubriachi addormentati e uomini che avevano bisogno di una bevuta mattutina, non li stavano proprio guardando. Eumene si riferiva al locandiere arcigno, che non riusciva a staccare lo sguardo da loro. Flaminino fece un cenno al Trace.
Di' a quell'idiota al bancone di portare il vino prima che moriamo di sete. E digli anche che non ha mai visto nessuno di noi e non ricorder che siamo mai stati qui, a prescindere da chi dovesse chiederglielo. Se far cos, manterr le gambe intatte. Ma se dovesse sciogliere troppo la lingua....
Glielo dico, ribatt il Trace, raggiante.
Flaminino si sedette su uno sgabello in fondo al tavolo, con le spalle alla parete, cos da poter guardare entrambi gli ambasciatori senza essere visto dagli altri clienti. Piacere di conoscervi, dichiar, con calore. Vi sono grato per essere venuti.
Il tuo segretario  stato molto convincente, replic Eumene. Ha detto che sei un amico sia di Rodi che di Pergamo.
Lo sono, e voglio aiutarvi. Filippo di Macedonia vi ha condotti qui, per cos dire. Ditemi quello che ha fatto ai vostri popoli negli ultimi mesi.
Ci fu una breve pausa, mentre il locandiere rimproverato portava al tavolo il vino e i bicchieri, poi Flaminino ascolt i due ambasciatori mentre raccontavano i loro guai. Entrambe le potenze avevano perso citt e territori, in Asia Minore e sulle isole al largo delle sue coste. C'erano state due battaglie navali, con una vittoria di Filippo e una ottenuta dalle navi di Rodi e Pergamo.
Le imprese di Filippo non finivano l. Aveva aggiunto la beffa al danno aiutando i pirati cretesi, con cui gli abitanti di Rodi erano in guerra, e poi cercando di conquistare la citt di Pergamo. Quando Eumene e Dorieo ebbero concluso, erano entrambi piuttosto alterati. L'unica buona notizia era che, di recente, secondo Dorieo, le flotte unite delle due piccole potenze erano riuscite a bloccare Filippo e le sue navi in una baia vicino alla citt di Bargilia, in Asia Minore. Vogliamo ridurlo alla fame, quel bastardo, finch non si arrender.
Se ne siete cos convinti, perch siete qui?, volle sapere Flaminino.
Dorieo sembr in imbarazzo. Filippo  astuto come una volpe. Potrebbe trovare il modo di liberarsi. Ma, con l'aiuto di Roma, la vittoria sarebbe certa.
Non era detto che l'idea di un Filippo in trappola e facile da battere convincesse il Senato ad agire, consider Flaminino. Aveva bisogno di qualcosa di pi. Chinandosi davanti sul tavolo, dichiar: Ho saputo che, secondo alcune voci, Filippo si sarebbe alleato con Antioco di Siria. Cosa sapete dirmi, in merito?
 vero, ribatt Dorieo, sbattendo un pugno sul tavolo. Ognuno di loro cerca di ottenere pi territori possibili, dall'Egitto, da Rodi e da Pergamo; l'accordo tra loro  per non intralciarsi a vicenda.
Sarebbe stato facile esagerare l'alleanza segreta dei due re, decise Flaminino, soddisfatto. Quell'informazione poteva dargli proprio ci di cui aveva bisogno per infiammare l'indignazione dei senatori. Entrambi desiderate l'aiuto di Roma contro Filippo.
Pi di ogni altra cosa, dichiar Eumene. Dorieo annu.
Allora non dovrete concentrarvi solo sui torti inflitti ai vostri popoli da quel brigante di Filippo. I loro volti si incupirono, e lui mosse una mano per calmarli. Ascoltatemi. Il fatto che io vi consideri  una cosa rara, tra i Romani; la maggior parte dei senatori pensa solo a s e alla Repubblica. Se enfatizzerete quanto sia forte la flotta di Filippo, perci, e con quanta facilit le sue navi potrebbero arrivare in Italia, farete rabbrividire ogni senatore che vi ascolter. Raccontate loro delle recenti vittorie di Antioco in Oriente, e del suo desiderio di imitare le imprese di Alessandro. Lui e Filippo sono amici per la pelle, questo dovrete dire loro, anche se non fosse vero. Fate immaginare ai senatori una flotta siriana e macedone che arriva sulle nostre coste entro la prossima primavera. Il ricordo di Annibale  ancora forte: l'idea di eserciti stranieri sul suolo dell'Italia far scattare subito l'allarme in tutti i senatori, e vorranno il sangue di Filippo.
Gli occhi di Flaminino si spostarono da Dorieo, che sembrava il pi focoso tra i due, a Eumene, il pi freddo e calcolatore. Nessuno dei due rispose subito, e Flaminino si sent stringere le viscere in una morsa. Quei due erano uomini orgogliosi: dovevano essersi offesi per il poco riguardo che aveva espresso nei confronti delle sconfitte e delle perdite inflitte loro da Filippo. Forse dovrei spiegarmi meglio..., cominci.
Non ce n' bisogno, ribatt Dorieo, interrompendolo. Ricordiamo bene come sono stati trattati gli Etoli, l'anno scorso. La nostra principale preoccupazione  sempre stata che la nostra missione potesse fallire. A me basta che la Repubblica si convinca ad aiutarci, non importa come.
Anche a me, soggiunse Eumene. Le tue parole mi hanno fatto accelerare il cuore. Si pos una mano sul petto, e soggiunse, senza alcun imbarazzo: Sappi che sono il migliore oratore di Pergamo:  stato Attalo in persona a scegliermi. E Dorieo afferma di poter affascinare le Sirene al punto da attirarle dai loro scogli, quando parla.
Magari non arrivo a tanto, si scherm Dorieo, ma so essere persuasivo.
Soddisfatto, Flaminino alz il suo calice. Alla guerra contro la Macedonia!.
Flaminino accett la promessa di un altro senatore con un ampio sorriso e una ferma stretta di mano. Era all'interno della Curia, dove le elezioni consolari stavano per avere luogo. Instancabile fino all'ultimo, lui continu a muoversi tra i senatori, puntando verso coloro del cui favore non era ancora certo. Era passato un mese, da quando aveva incontrato in segreto gli ambasciatori di Rodi e Pergamo. Poco dopo, Eumene e Dorieo avevano fatto i loro discorsi, con gesti da attori consumati, facendo infuriare e spaventare i senatori a turno. Le loro descrizioni di templi distrutti, donne stuprate e bambini massacrati, tutte azioni commesse dalle truppe di Filippo, avevano fatto approvare la mozione della guerra contro la Macedonia dalla maggioranza schiacciante del Senato.
La voce di Flaminino era stata una delle prime a sostenere Eumene e Dorieo; aveva annunciato la propria candidatura per le successive elezioni consolari poco dopo. Il suo co-candidato era Sesto Elio Peto Catone. Eccellente giurista e legislatore con scarso interesse nella politica di partito, non era stato affatto contento all'idea di iniziare una guerra contro la Macedonia. Se avesse vinto, perci, il compito di sconfiggere Filippo sarebbe stato soltanto suo. I suoi rivali sarebbero stati Quinto Minucio Rufo e Caio Cornelio Cetego, insieme ai loro co-candidati: tutti e quattro potevano essere battuti. Galba, che non aveva vinto le elezioni come magistrato in Spagna, sembrava aver perso interesse in quella storia.
Flaminino aveva passato il tempo trascorso dalla visita degli ambasciatori a corteggiare i vari senatori. C'erano stati diversi banchetti, in cui aveva portato dalla sua parte gli ospiti con cibo e vino di ottima qualit. Ignorando le proteste della moglie, Flaminino aveva anche ingaggiato prostitute e prostituti d'alta classe. Aveva fatto visita a moltissimi senatori, portando con s borse piene di denaro e vasi di spezie rare, come pepe, cannella e coriandolo. Quando, nel corso di un banchetto, un senatore aveva espresso una preferenza per una delle schiave di Flaminino, una giovane esile che proveniva dall'Egitto, lui era andato a trovarlo il giorno dopo, per consegnargliela di persona.
Flaminino non sapeva, naturalmente, come ogni senatore avrebbe votato. Alcuni non lo avrebbero sostenuto, per quanto potesse fare loro dei doni inestimabili. N tutti coloro che gli avevano promesso di votarlo l'avrebbero fatto. Sperava che ci fossero anche senatori tra i sostenitori dei suoi rivali pronti a comportarsi allo stesso modo. Alla fine, Flaminino aveva novantaquattro voti di cui era certo, compreso il suo, e un'altra dozzina di probabili. Dai suoi calcoli, Quinto Minucio Rufo poteva contare su ottantacinque voti, con forse altri dieci possibili. Caio Cornelio Cetego, il terzo candidato, ne aveva sessantacinque sicuri, e forse altri cinque potenziali. Sei senatori erano lontani da Roma o troppo ammalati per poter votare. Questo lasciava un gruppo di ventitr senatori i cui voti avrebbero cambiato le sorti dell'elezione, perch la coppia di candidati con il maggior numero di voti avrebbe vinto.
Flaminino aveva parlato con quasi tutti quei ventitr. Aveva passato una mattinata alle terme bevendo vino con due di loro, e aveva comprato un costoso cavallo iberico a un terzo. A uno aveva saldato tutti i debiti di gioco, e un altro si era visto di colpo approvare dai magistrati cittadini una richiesta, fino a quel momento respinta, di poter ricostruire la sua villa sull'Aventino. Flaminino aveva garantito posti tra i suoi funzionari militari ai figli di tre di quei senatori, e promesso di sistemare diverse dispute su alcune terre.
Nonostante i suoi sforzi erculei, Flaminino non era certo di poterne uscire vittorioso. I suoi numeri erano interessanti, ma Minucio Rufo e Cetego si erano dati da fare quanto lui, e, con tutta probabilit, avevano offerto altrettanti favori. Ora si sentiva lo stomaco chiuso per il nervosismo, e solo il fatto che si passava con attenzione i palmi sulla toga gli permetteva di mantenerli asciutti, invece che averli viscidi di sudore quando stringeva la mano agli altri senatori.
Notando un altro dei non sicuri, si stamp in faccia la sua espressione pi premurosa e gli chiese della moglie ammalata. Far in modo che il mio chirurgo venga a visitarla.  uno dei migliori di Roma. Parcella? No, non ci sar alcuna parcella. Sarebbe un onore, per me, aiutare tua moglie, dichiar Flaminino, accettando i diffusi ringraziamenti del senatore e sperando che gli concedesse il suo voto.
Un attimo dopo, un altro senatore che non aveva ancora promesso di votare per qualcuno lo salut come un figlio da tempo perduto. Dobbiamo occuparci di Filippo, e in fretta, dichiar l'uomo dal volto florido. Sei molto giovane, per diventare console, ma  il sangue giovane che permette di fare le cose pi in fretta, a volte. Minucio Rufo, be',  una testa calda. Lo  sempre stato. E Cetego  ottuso. Non c' niente di male in questo, ma Filippo invece  astuto. Roma avr bisogno di una mente altrettanto astuta, per batterlo. Strinse la mano a Flaminino e si allontan.
Un paio di altri non sicuri sorrisero e salutarono Flaminino, e a quel punto, lui pens, con crescente entusiasmo: Ce la far. Dopo tanto tempo, riusciva a sentire il sapore della vittoria.
Quando i littori colpirono il pavimento con l'estremit delle loro aste, e i senatori si affrettarono a sistemarsi al loro solito posto, Flaminino si sent abbastanza sicuro da avanzare lungo il passaggio centrale. Prima di un'elezione, era un gesto che solo i consoli titolari facevano, risplendenti nelle loro vesti ufficiali. Sent addosso il peso degli sguardi di tutti, ud dei mormorii sorpresi, ma non vi fece caso. Questo  il mio momento, decise.
Ci fu un'attesa carica di tensione, mentre, circondati dai littori, Claudio e Servilio entravano nella Curia e raggiungevano la bassa pedana in fondo alla stanza. Furono pronunciate le solite preghiere rituali e si ottenne conferma dagli indovini che i presagi per le elezioni erano favorevoli. Elevando un'ultima invocazione agli di, Flaminino osserv di sottecchi i rivali. Minucio era impassibile, come un uomo che ancora riteneva di avere buone probabilit di vincere, ma l'espressione di Cetego era cupa, quella di qualcuno che gi si era rassegnato alla sconfitta.
Senatori di Roma. Claudio si alz in piedi e parl in tono solenne. Il mio periodo da console sta finendo, come per il mio collega Servilio.  stato un onore servire la Repubblica, e lo  anche officiare le elezioni dei nostri successori.
Candidati, presentatevi, ordin Servilio, spostandosi al fianco di Claudio.
Flaminino si lisci la toga, accettando i mormorii di incoraggiamento di chi aveva intorno, e sal sulla pedana insieme a Elio Peto. Fu seguito da Minucio Rufo e un sempre pi corrucciato Cetego, e dai loro compagni per le elezioni. Lo sguardo di Flaminino si ferm sui senatori. Riusciva a scorgere ovunque sorrisi, cenni di approvazione e uomini che sembravano supportarlo. Si sent cogliere dall'esaltazione; le sue speranze sembravano finalmente pronte ad avverarsi.
Claudio e Servilio salutarono ogni candidato, poi il secondo si rivolse di nuovo ai senatori. Ho davanti a me tre uomini che vorrebbero essere i vostri consoli maggiori, e i loro colleghi. Ne pronunci i nomi. Secondo il solito protocollo, annuncer a turno ogni candidato. Chi lo supporta dovr alzare il braccio destro, e i littori gireranno per la sala e conteranno i voti. Lo far tre volte....
Quattro!, esclam una voce, interrompendo Servilio.
Sconvolto come tutti gli altri, Flaminino si allung per capire chi avesse parlato.
Presentati. Le labbra di Servilio erano strette in un'espressione di disapprovazione.
Le mie scuse, console. Galba sal sulla pedana. Vorrei presentarmi anch'io alle elezioni. Caio Aurelio Cotta sar il mio compagno come secondo console.
Un senso di orrore afferr l'animo di Flaminino. Non puoi farlo!.
Galba gli lanci un breve sguardo carico di disprezzo. Un senatore che vuole essere console pu presentarsi quando vuole, finch non inizia la votazione. Osserv Claudio e Servilio, e i due annunciarono che, per quanto li riguardava, era vero. Nonostante il ritardo, non c'era motivo per cui la candidatura di Galba e Cotta dovesse essere rifiutata.
Dobbiamo fare qualcosa, sussurr Flaminino a Minucio Rufo e Cetego. Non pu farla franca cos.
A quanto pare, ci  appena riuscito, replic Minucio Rufo, secco.
Galba ha anni di esperienza pi di noi.  gi stato console, durante la guerra con Annibale. Inoltre,  stato anche dittatore, comment Cetego. Se non te lo ricordi, ha anche condotto l'esercito nella prima guerra contro Filippo. A me va bene cos. Poi alz la voce. Io mi ritiro.
Flaminino si pizzic con forza, ma l'incubo continu. Anzi, peggior. Fiss, sconvolto, Cetego che ringraziava i suoi sostenitori e chiedeva loro di votare per Galba, il candidato migliore.
Stordito, Flaminino guard i littori contare i senatori che avevano votato per Minucio Rufo, quarantadue, e poi quelli che ancora lo sostenevano. Cinquantacinque voti, pens, lottando per accettarlo. Il fatto che avesse salvato pi voti di Minucio Rufo non lo consolava per niente.
Flaminino aveva calcolato i voti di Galba ben prima che il primo littore li annunciasse ai consoli. Il margine di vittoria, che gli era stato rubato all'ultimo momento, era pi amaro della cicuta.
Centonovantasette voti per l'ultimo candidato. Il risultato  chiaro, dichiar Servilio. Salutiamo tutti i nuovi consoli, Publio Sulpicio Galba e Caio Aurelio Cotta.
Flaminino non pensava di potersi sentire peggio di cos, ma l'ammiccamento trionfante che Galba gli rivolse gli fece desiderare che il pavimento si aprisse per inghiottirlo all'istante.
Non solo non era riuscito a diventare console: non sarebbe stato lui a conquistare la Macedonia. Evitando i senatori che si affollavano sulla pedana per congratularsi con Galba e Cotta, Flaminino si avvicin alla porta. L'amaro consiglio di suo padre gli torn in mente, ripetendosi all'infinito.
La storia non ricorda mai chi  arrivato secondo in una corsa.

capitolo 10.

Golfo di Bargilia, sulla costa sudoccidentale dell'Asia Minore, fine dell'inverno del 201-200 a.C.

Seduto sulla collina che sovrastava la citt e avvolto in un semplice mantello, Filippo di Macedonia guardava verso ovest, cupo. I lineamenti affilati erano addolciti da una folta barba. A trentacinque anni, era al culmine della sua vita, sebbene fosse pi magro del normale. Anche la sua ricca armatura e la tunica color porpora avevano visto giorni migliori, ma la sua espressione altezzosa e i modi sicuri avrebbero fatto credere a chiunque che fosse nel palazzo reale di Pella.
Un sole rosso sangue affondava nell'Egeo, oscurando le isole che si trovavano in direzione della Macedonia. Le navi che bloccavano la sua flotta nella baia erano ancora visibili, tuttavia, come sottili ombre nere che formavano una linea tra Bargilia e il mare aperto. Filippo serr la mascella. Rodi e Pergamo, ormai, erano sue nemiche giurate.
Quei codardi non mi attaccheranno, per paura di perdere, pens. Invece, ci bloccano qui, aspettando che fame e stenti facciano il loro lavoro.
Filippo ripens agli eventi dell'ultima estate, domandandosi come avrebbe potuto evitare quella situazione. In primavera, aveva aspettative ben diverse da quelle che era costretto ad affrontare ora. Con la Propontide sotto il suo controllo, aveva deciso di riconquistare altre terre che erano della Macedonia ai tempi di Alessandro. La sua nuova flotta di duecento navi si era recata nell'Egeo orientale, dove aveva saccheggiato le isole Cicladi, conquistandone molte, sia sotto il controllo di Rodi che di Pergamo. Aveva fatto attenzione, per, a non annettere anche Samo, per via della sua alleanza con l'Egitto tolemaico. Solo uno sciocco attaccava briga con tutti gli uomini in strada.
L'idea di Filippo era stata di invadere poi la Ionia, una parte della costa occidentale dell'Asia Minore, ma prima che potesse far sbarcare l'esercito, i Rodiesi, che bramavano la vendetta, avevano armato la flotta e gli erano andati incontro. Le due flotte si erano scontrate tra Samo e l'isola di Lade. Filippo aveva vinto, ma, dopo la sconfitta, i Rodiesi si erano recati subito da Attalo, re di Pergamo, che fino a quel momento era rimasto neutrale. Quando aveva saputo che le sue navi si erano unite a quelle di Rodi, Filippo, infuriato, aveva attaccato la stessa Pergamo.
Un sorriso sarcastico gli sollev gli angoli delle labbra. Sarebbe stato pi saggio tenere a bada il mio carattere focoso e restare tra la costa e le isole, pens.
Eppure, il suo attacco a sorpresa alla capitale di Attalo, sulla terraferma, era quasi riuscito. Il piccolo esercito inviato contro di lui era stato messo in rotta; era stata solo la rapida chiusura delle porte della citt a impedirgli di conquistarla. Era da quel momento, decise con amarezza, che il Fato si era messo contro di lui.
Non essendo pronti a un assedio, poich mancavano di catapulte, torri e provviste a sufficienza, Filippo e il suo esercito erano stati costretti a saccheggiare le campagne circostanti. Avvertiti da Attalo, gli abitanti del luogo avevano mietuto i campi in anticipo e si erano ritirati nei loro villaggi. Filippo aveva vagato qua e l con i suoi soldati affamati, ma era stato sempre respinto. Alla fine, aveva dovuto chiedere aiuto al suo alleato orientale, Antioco, ma il governatore locale del re siriano gli aveva garantito solo vuote promesse. Cibo per quattro giorni, pens Filippo. Un giorno, te la far pagare per questo, Antioco.
Riunitosi alla flotta, ma determinato a continuare la sua campagna, Filippo aveva deciso di assediare Chio. Prima di soggiogare la citt, le flotte unite di Rodi e Pergamo erano arrivate. Le isole attaccate o minacciate da Filippo si erano unite a loro con le rispettive navi, rendendo le due flotte in guerra bilanciate. La seconda battaglia navale di quell'estate era stata un catastrofico disastro, tuttavia. La nave ammiraglia di Attalo era stata catturata, con il re di Pergamo che era riuscito a stento a fuggire, ma quasi la met delle quinqueremi e delle quadriremi di Filippo, che erano circa cinquanta in tutto, era stata affondata. Tremila soldati e il doppio di marinai erano finiti sul fondo del mare con i loro vascelli; e altri tremila soldati di fanteria erano stati presi prigionieri, rendendo quelle perdite le peggiori da quando era salito al trono. Era stato un bene che Perseo fosse rimasto a Pella. Una campagna difficile come quella avrebbe insegnato molto al ragazzo, ma non a costo di annegare a Chio.
Attalo aveva riportato a casa la sua flotta, dopo la battaglia; anche i Rodiesi si erano ritirati per leccarsi le ferite. Pensando che quella ritirata fosse dovuta a una loro riluttanza a riprendere le ostilit, Filippo, imbaldanzito, si era diretto a sud-est, attaccando la costa della Caria, dove il suo patrigno Antigono Dosone aveva combattuto una generazione prima. Aveva ottenuto un successo dopo l'altro: in particolare, aveva provato molta soddisfazione nel soggiogare l'unico territorio della terraferma fino a quel momento in mano a Rodi, la Perea. Filippo aveva ritenuto che i suoi nemici non fossero uniti, ma la notizia che lui stava continuando a combattere li aveva rimessi insieme poco dopo. Lui non ne aveva saputo niente, e, con le navi ancorate al sicuro nel golfo di Bargilia, si era preparato a conquistare altre citt della terraferma.
Non era un gesto da re, quello di scuotere il pugno, perci si limit a maledire le navi di Rodi e Pergamo nella baia. Maledisse i suoi nemici a lungo e con tutti gli improperi che conosceva, augurando loro di essere trascinati nel regno sottomarino di Poseidone, di bruciare nei pi profondi recessi del Tartaro o di essere incatenati per sempre agli scogli, come Prometeo, facendosi divorare ogni giorno dagli avvoltoi il fegato ricresciuto. Una volta finito, si sent un po' meglio, ma non molto. Quando aveva saputo dell'arrivo della flotta nemica, ormai l'assedio era completo. Aveva comunque riportato indietro l'esercito in tutta fretta, ma non era servito a niente. Il golfo di Bargilia, che aveva la forma di una coppa rovesciata di lato, con la bocca che si apriva sull'Egeo, era perfetto per una simile manovra. E da allora, lui e i suoi uomini erano rimasti bloccati l. Ne erano seguiti mesi di privazioni e fame, che erano arrivati fino a quel giorno. Gli ci era voluto tutto il suo carisma per mantenere unito l'esercito.
Lanci uno sguardo alla dozzina di Compagni che erano venuti con lui fino alla cima della collina; su di loro poteva contare. Nonostante i volti smunti e i mantelli a brandelli, sembravano ancora pronti a combattere, e i loro colleghi nell'accampamento non erano da meno. Ma il resto dell'esercito aveva il morale a pezzi. Nonostante lui condividesse gli stenti con i suoi uomini, Filippo ne stava perdendo fin troppi per diserzione. Se non fosse riuscito a trovare un modo per aprire quella flotta, altri lo avrebbero abbandonato. E si sarebbe potuto aspettare perfino un vero e proprio ammutinamento.
Il morale basso non era l'unico motivo per agire. Di recente, le sue spie, che arrivavano su piccole imbarcazioni a nord e a sud della baia, gli avevano fatto sapere che sia Rodi che Pergamo erano andate a chiedere aiuto a Roma. Sebbene lui dubitasse che il disinteresse della Repubblica, dichiarato con tanta forza l'anno prima in Senato, potesse cambiare, doveva comunque tornare quanto prima a Pella. Un re non poteva permettersi di stare troppo a lungo lontano dal suo trono. Lanci un nuovo sguardo alle navi nella baia. Per poter portare via di l l'intera flotta, che contava ancora pi di cento navi, avrebbe avuto bisogno dell'aiuto degli di. Cosa che, negli ultimi mesi, gli era mancata del tutto.
Si alz in piedi e segnal ai Compagni di tornare all'accampamento. Sent lo stomaco brontolare, a ricordargli che non mangiava dall'alba. Che abbiamo per cena?
Pane, maest, e un po' di cinghiale arrosto. C' anche un po' di vino, ma di cattiva qualit, temo.
Filippo grugn. Le porzioni degli ultimi mesi erano state misere. Mangiava le stesse razioni dei suoi soldati, e quando non bastavano, aveva fame come loro.
Non per molto ancora, decise. Come Annibale, avrebbe trovato un modo, o ne avrebbe creato uno.
All'alba, si scopr che pi di cento peltasti, selvaggi delle montagne della Tracia, avevano disertato. La prima idea di Filippo fu di farli inseguire dai Compagni, ma il buonsenso prevalse. Il modo per riguadagnarsi la lealt dei soldati rimasti era credere in loro, decise, non giustiziare i disertori.
Avremo pi cibo per noi, scherz con le truppe riunite, anche se ben pochi risero. Presto ci lasceremo alle spalle questa latrina, dichiar. E, una volta tornati a Pella, far macellare centinaia di pecore per celebrare il nostro ritorno. Il vino scorrer come se fosse la mano di Dioniso a versarlo!.
Le grida di approvazione che seguirono a quelle parole furono deboli e poco convinte, e, scendendo dalla pedana, Filippo evit lo sguardo dei suoi ufficiali.
Risal da solo sulla cima della collina, quel pomeriggio, ordinando con rabbia di allontanarsi ai Compagni che provarono a seguirlo. Come potesse trovare una qualche ispirazione dalle navi che fissava ormai da mesi, Filippo non lo sapeva, ma era deciso a trovare un'idea. Per ore se ne rimase l, senza pensare al freddo e alla fame. I gabbiani si libravano stridendo sopra di lui, ma non li sentiva. Un ufficiale dei Compagni venuto a controllarlo si prese le sue urla infuriate e si allontan. La disperazione, un'emozione a lui del tutto aliena, cominci a farglisi strada nella testa, come pioggia che gocciolava da un tetto rotto. La scacci, maledicendola, e preg ancora una volta gli di. Ermes, il dio messaggero, venerato anche dai viaggiatori, avrebbe ricevuto una mezza dozzina di tori in segno di gratitudine, se fosse intervenuto. E anche Ares, l'imprevedibile dio della guerra. Ti dar un'intera mezza dozzina di tori, se mi aiuterai, pens Filippo, disperato.
Non vide fulmini cadere dal cielo, n ebbe un lampo di ispirazione. Il sole cominci a tramontare. Rifiutandosi di perdere le speranze, Filippo decise di tornare al campo il giorno dopo. Alla fine, un'idea per superare il blocco nemico con la sua flotta gli sarebbe venuta. Lanci un'ultima occhiata furiosa alle navi nella baia.
E la risposta venne, cos semplice da farlo infuriare ancora di pi.
Filippo studi la barca al centro del blocco, come aveva fatto gi innumerevoli altre volte. Nelle ore diurne, aveva una nave per ogni fianco, ma alla fine del pomeriggio, quando la luce calava, restava da sola, mentre le altre remavano a riva. Attalo e i suoi alleati di Rodi erano come la maggior parte degli uomini, pens Filippo, e come immaginava di essere anche lui. Nessuno che non fosse pazzo avrebbe viaggiato per mare di notte. E non l'avrebbe fatto neanche Filippo, in circostanze normali, ma non aveva altra scelta.
Se avessero abbattuto le sentinelle sulla nave centrale, pregando che l'equipaggio addormentato non se ne accorgesse, l'intera ampiezza della baia sarebbe stata a disposizione della flotta macedone. Filippo decise di inviare uno dei suoi servi pi fidati, un Egiziano, all'accampamento nemico, il giorno dopo. Fingendo di essere un disertore, avrebbe chiesto di parlare con Attalo. Gli avrebbe detto che Filippo era ormai a corto di provviste, e che il morale delle sue truppe era giunto al minimo. Perci, la flotta del re macedone avrebbe tentato un attacco il giorno dopo.
Era un enorme azzardo: non poteva sapere se Attalo si sarebbe sentito al sicuro, fidandosi di un Egiziano, n era certo che la trireme centrale potesse essere conquistata. Ma era pronto a rischiare tutto.
Non sarebbe pi rimasto in gabbia.
Nell'ora pi buia della notte seguente, Filippo attese sulla spiaggia di Bargilia accanto a un piccolo peschereccio. Senza copertura contro le intemperie e con una singola vela, il vascello panciuto poteva portare una dozzina di uomini, insieme al vecchio proprietario. Filippo era al comando, e undici dei suoi migliori Compagni lo affiancavano. I volti e le mani di tutti erano anneriti dalla cenere, come anche i loro chitoni. Non indossavano armature o elmi, e avevano con s solo un pugnale. Il compito di attaccare la trireme poteva essere svolto da uno qualunque dei suoi migliori ufficiali, ma sei mesi di frustrazione lo avevano portato a non sopportare che fossero altri a farlo. Forse era sciocco, pens, rischiare cos la vita, ma, per gli di, si sentiva vivo. Stava facendo qualcosa, finalmente, e se il Fato fosse stato favorevole, sarebbe gi stato in rotta verso la Macedonia, prima che il nemico si rendesse conto di quanto era accaduto. Se, d'altra parte, quel vecchio bastardo avesse voluto prendersi gioco di lui - e, nonostante le nubi che coprivano il cielo, era un esito altrettanto probabile - lui e i suoi uomini presto sarebbero morti, e la sua flotta sarebbe stata spacciata.
Il proprietario della barca, un pescatore con il volto abbastanza rugoso da poter essere il nonno di Filippo, gli si affianc zoppicando. La marea sta cambiando, bisbigli. Dobbiamo andare.
D'accordo, vecchio.
Filippo era stato pronto a uccidere la famiglia di qualsiasi pescatore che si fosse rifiutato di portarli fino alla trireme ancorata nella baia, ma non c'era stato bisogno di arrivare a tanto. Con sua grande sorpresa, il vecchio si era offerto di accompagnarli non appena lui ne aveva fatto richiesta. La morte mi raggiunger presto, aveva detto, ammiccando. Non vedo modo migliore di andarmene, che con il re della Macedonia mentre cerca di fuggire da questa baia. La sua totale mancanza di rispetto, e il fatto che fosse certo del fallimento dell'impresa avevano solleticato l'umorismo di Filippo, e cos, contro il parere degli ufficiali, l'aveva scelto.
Filippo fece un cenno, e quando il pescatore fu salito a bordo, i Compagni spinsero la barca nell'acqua bassa della riva. Altre due barche, con ventiquattro soldati, li avrebbero seguiti da presso. Poi, Filippo e i suoi uomini salirono a bordo. Due Compagni si misero ai remi. Le pale si immersero nell'acqua quasi senza rumore. Un vago sciaguattare si ud quando risalirono. Filippo, accucciato a prua e con lo sguardo fisso sulla trireme, tese le orecchie. Sent soltanto i versi fiochi degli uccelli notturni che volavano bassi sulle onde, ma non bast a sciogliere il nodo di tensione che provava all'altezza dello stomaco. Mai nella vita era stato cos avventato, pens con un brivido, ma non poteva pi tornare indietro, ormai.
Si erano allontanati da un punto nascosto all'estremit sudorientale della spiaggia, il punto pi vicino alla trireme ancorata. Era impossibile calcolare la distanza, nell'oscurit, ma Filippo sapeva, dalle esercitazioni diurne, che i rematori potevano avanzare di quattro stadi, se remavano lenti, nel tempo in cui un cuore umano batteva per cinquecento volte. La tensione avrebbe reso il conteggio difficile, perci ordin a tutti i Compagni di farlo. A trecentocinquanta, Filippo riusciva a sentire il sudore che gli scendeva a rivoli sul collo. Pos le labbra contro l'orecchio dell'uomo che aveva accanto e domand: A quanto sei arrivato?.
Il Compagno gli si accost: Trecentonovantasei, maest.
Filippo lanci un'occhiata all'acqua davanti alla barca. Non vedeva ancora niente. Poi sent delle assi che scricchiolavano, proprio davanti a loro, e rischi di urlare. Per il sollievo o per la paura, non avrebbe saputo dirlo. Segnalando ai Compagni di ordinare ai rematori di rallentare ancora, ricominci a contare i battiti. A quattrocentocinquanta, inizi a vedere il fioco chiarore di una lampada alla base dell'albero maestro della trireme, e fece fermare la barca. Il rischio di portarla accanto alla nave nemica era troppo grande. Da l, lui e i suoi uomini avrebbero proseguito a nuoto.
Filippo non aveva idea di quante sentinelle fossero a bordo. Era quello il punto che i suoi ufficiali anziani avevano sottolineato pi volte. Se ce ne sfugge anche solo una, maest, non sar servito a nulla eliminare furtivamente tutte le altre. Il rumore si propaga bene sull'acqua. Se urlasse, sveglierebbe tutti i nemici a riva. Era un ragionamento valido, ma gli ufficiali non avevano saputo cosa rispondere, quando Filippo aveva chiesto loro di trovare un'alternativa per uscire da quella situazione.
In acqua, sussurr, accennando un ringraziamento al vecchio pescatore e poi scivolando oltre il bordo della barca. I Compagni lo seguirono. Filippo non esit. Potevano avere successo, oppure fallire. Con lente bracciate silenziose, inizi a nuotare, pregando. E continu a nuotare e pregare.
Se il comandante della trireme fosse stato saggio, pens Filippo per l'ennesima volta, avrebbe fatto riposare l'equipaggio, convinto di dover combattere la mattina dopo. Potevano esserci quattro sentinelle, oppure anche solo due. Gli altri a bordo dovevano essere addormentati, con i rematori accanto alle loro panche e i soldati ovunque ci fosse spazio. Farli stare zitti, dopo aver eliminato le sentinelle, sarebbe stato un altro paio di maniche...
Smettila, si disse. A dieci passi dalla prua della trireme, Filippo alz lo sguardo. C'era una sentinella appoggiata alla lancia. Non sembrava averli visti. Per quanto fosse pericoloso, Filippo attese, restando a galla nell'acqua; poco dopo, vide un secondo uomo apparire accanto al primo.
Visto nulla?, mormor.
Certo che no. La risposta venne con voce assonnata.
Di, quanto  lunga questa notte. La seconda sentinella avanz di fronte al compagno e armeggi sotto al chitone. Un getto di urina vol in aria, colpendo l'acqua poco distante da Filippo, che chiuse gli occhi con disgusto.
Quando l'uomo ebbe finito, moll una gomitata al compagno. Ora  il tuo turno di fare il giro della nave. L'ultima volta che ci sono passato, Solone era sveglio, mentre Barbagrigia dormiva. Mollagli un calcio da parte mia.
Non posso biasimare quel povero vecchio: dovrebbe starsene sotto le coperte come il resto dell'equipaggio, borbott la prima sentinella. Mettere di guardia quattro uomini ogni notte  una stronzata. Quel bastardo di Filippo e quei biliosi dei suoi compagni non ci attaccheranno mai. Mugugnando tra s e s, l'uomo si allontan sulla passerella che correva dalla prua alla poppa.
Quattro sentinelle, pens Filippo. Pi di quante avesse sperato.
Fece cenno ad altri cinque di nuotare con lui lungo la trireme. Al suo segnale, si sarebbero occupati di Barbagrigia, Solone e l'uomo che stava camminando verso di loro; gli altri Compagni dovevano risalire dal rostro di bronzo sulla prua, uccidendo la sentinella rimasta sola, per poi fischiare alle barche in attesa. A quel punto, ci sarebbe stato un caos di minacce e uccisioni, da una parte all'altra della nave, per evitare che chiunque dell'equipaggio lanciasse l'allarme.

Usando le assi dello scafo per nascondersi, in modo che solo se qualcuno dall'interno si fosse sporto in fuori potesse vederli, Filippo e gli altri nuotarono verso poppa. Il re vi arriv proprio insieme alla sentinella di prima. Quando Barbagrigia si prese i calci promessi e cominci a protestare, Filippo approfitt del rumore per arrampicarsi su uno dei remi con un pugnale tra i denti. Un Compagno salito sul secondo remo si sollev oltre la murata nello stesso momento in cui lo fece lui; gli altri quattro li seguirono. Barbagrigia vide Filippo, che era a meno di un braccio di distanza, e spalanc la bocca. La sentinella che si lamentava, rivolta verso il mare aperto, pens che volesse protestare ancora e ringhi. Il terzo uomo vide sia Filippo che il Compagno e fece per afferrare la spada. Filippo piant il coltello nei polmoni della prima sentinella, due volte per buona misura, e poi la spinse, morente, contro l'uomo armato di spada. Mentre cadeva all'indietro, iniziando a gridare, Filippo gli tagli la gola. Il sangue schizz sul ponte, e prima che il re potesse evitarlo, l'uomo piomb di schiena in mare.
Filippo si cal fino alle panche dei rematori un attimo dopo il tonfo dell'uomo in acqua. C'erano rematori addormentati ovunque, ma, svegliato dal rumore, un uomo si sollev a sedere.
Che succede?, borbott.
Con il pugnale nascosto dietro la schiena, Filippo replic, con il suo migliore accento di Pergamo: Quell'idiota di Barbagrigia  caduto in acqua, tutto qui.
Con uno sbuffo, l'uomo torn a sdraiarsi.
Filippo si allung e gli tapp la bocca con una mano, per poi aprirgli la gola da un orecchio all'altro. Il rematore accanto a lui si mosse, e Filippo tagli la gola anche a lui. Quando si alz, vide che un terzo rematore lo fissava con orrore.
Sta' zitto e ti lascio vivere, sibil Filippo. I soldati a bordo sarebbero stati fedeli ad Attalo, ma se i rematori erano come tutti quelli che conosceva, sarebbero stati pi leali alla paga che al loro re. Di' una sola cazzo di parola e morirai come i tuoi compagni.
Il rematore si rimise gi come un bambino sgridato da un genitore per essersi alzato dal letto di notte.
Come silenziosi fantasmi, Filippo e i Compagni si mossero intorno ai banchi dei remi, minacciando i rematori o mettendo fine alle loro proteste con rapidi colpi di pugnale. I sei Compagni saliti a bordo a prua stavano facendo la stessa cosa. Quando furono seguiti dagli uomini sulle altre due barche, avvertiti con un richiamo che imitava il verso del gufo, la trireme cadde del tutto nelle loro mani. A parte l'uomo piombato in mare, gli unici rumori erano stati quelli di qualche grido soffocato da parte di uomini dell'equipaggio cos stupidi da tentare di mettersi contro soldati armati e minacciosi.
In ogni caso, il trambusto era stato pi di quello che ci si potesse aspettare su una nave nel cuore della notte. I nervi di Filippo erano a pezzi, mentre tendeva le orecchie, cercando di capire se dalla costa, a nord e a sud, qualcuno si fosse allarmato.
Il tempo pass, pi lento di quanto gli fosse mai sembrato, ma non sent urla n allarmi. Infine, l'ansia si sciolse in una potente e purissima esaltazione. Non erano fuori pericolo: la flotta macedone doveva remare oltre la baia senza farsi vedere o sentire, ma era certo che, dall'alto, il Fato gli stesse sorridendo.
Il giorno dopo, la fuga di Filippo era completa. La flotta di Pergamo e Rodi li aveva inseguiti all'alba, dopo aver scoperto che la baia era vuota. Nonostante il vantaggio, l'inseguimento era stato serrato. I vascelli in testa alla flotta nemica erano arrivati a dieci stadi di distanza dalle ultime navi macedoni; a corto di equipaggio, tre lembi di Filippo erano stati catturati. Gli altri avevano remato con tutte le forze ed erano riusciti ad allontanarsi. Dopo mesi di virtuale reclusione, erano perdite accettabili.
Adesso, Filippo era sulla prua della sua nave, da solo, intento a godersi l'aria salmastra e la libert che gli era mancata da troppo tempo. Come era inevitabile, si sent assalire dal pensiero di tornare a casa, che gli guast un po' l'umore. Sarebbe stato lieto di riavere la terra macedone sotto i piedi, ma non avrebbe avuto molto tempo da trascorrere con la moglie, o per cacciare i cinghiali sulle colline. Era molto probabile che i Traci o i Dardani avessero invaso i confini settentrionali e orientali del regno. Le citt-stato greche non sarebbero state da meno, nel causare guai. Sparta, l'Etolia, Atene: tutte avevano motivi per odiarlo. Se quegli sciocchi avessero accettato la supremazia macedone, pens Filippo, la vita sarebbe stata molto pi semplice. Ma avrebbero imparato a farlo, in un modo o nell'altro.
Era meno preoccupato, invece, delle delegazioni di Rodi e Pergamo che si erano recate a Roma: avrebbero tentato il tutto per tutto, ma Filippo era quasi certo che il Senato non avrebbe cambiato idea, rispetto all'anno precedente. La Repubblica aveva gi avuto a che fare con la Grecia, e ci avrebbe di certo ripensato in futuro, ma dopo la dura e lunghissima guerra contro Annibale, Roma non desiderava un altro conflitto. Cos ragionava Filippo. Notando un delfino che saltava lungo la scia a prua della nave, sorrise. Altri due si unirono al primo, danzando sull'acqua con grazia e potenza. Affascinato, e certo che fossero un segno del favore di Poseidone, rest a guardarli finch non si stancarono del gioco e sparirono di nuovo in profondit.

Capitolo 11.

Accampamento dell'esercito all'esterno di Pella, Macedonia.

L'alba stava sorgendo. L'aria era fredda e frizzante, carica del profumo dell'erba umida. Gli uccelli cinguettavano, nel bosco pi vicino, apprezzando l'arrivo della primavera. Fili di fumo si sollevavano dai fuochi sopravvissuti alla notte. La maggior parte degli uomini era ancora sotto le coperte, a sognare, ma Demetrio era fuori dalla tenda che condivideva con altri cinque uomini. Dopo qualche esercizio di allungamento, avrebbe corso per tutto il perimetro dell'immenso accampamento. Aveva imparato presto che restare in forma era fondamentale, per essere un buon soldato.
Era passato pi di un anno, da quella sera in cui aveva combattuto contro Empedocle e Filippo. Non era passato un singolo giorno senza che ringraziasse Ermes e Ares per le botte che aveva ricevuto. Be', non proprio per quelle, ma per il modo in cui era andata quella storia. Demetrio era certo che entrambi gli di lo avessero osservato e gli fossero stati favorevoli. Altrimenti, non sarebbe mai riuscito a vincere due turni di combattimento contro Empedocle, n sarebbe mai stato ammesso in una delle pi prestigiose speirai della falange.
Per dimostrare la sua gratitudine agli di, una volta al mese Demetrio visitava un tempio dedicato a Ermes che si trovava vicino alle mura della citt e all'accampamento dell'esercito. L versava una libagione del miglior vino che si poteva permettere, a volte portando anche una gallina ai sacerdoti per un sacrificio. Poi ringraziava della sua buona sorte e pregava. Con Ares era un po' pi circospetto. A dire il vero, il misterioso dio della guerra con il suo elmo crestato gli metteva paura. Simonide, che era diventato per lui quasi una figura paterna, diceva che Ares mieteva gli uomini in battaglia come un contadino miete il grano con la falce. Demetrio gli rivolgeva le sue preghiere, ma era una divinit da temere.
L'invidia degli uomini delle altre file era stata evidente fin dal primo giorno. Demetrio non aveva capito le loro occhiatacce finch Simonide non gli aveva spiegato che il falangista di grado pi basso della sua fila era stato ucciso a Chio. Se non fosse stato per via di quella morte sfortunata e per la necessit di un rimpiazzo, Simonide non gli avrebbe mai offerto un posto nella falange. Dopo averlo saputo, Demetrio aveva iniziato a pregare anche Ade, il dio degli inferi.
Il giorno dopo i combattimenti con Empedocle e Filippo, comprendendo che Demetrio non ne sapeva molto della vita nell'esercito, Simonide aveva cominciato a insegnargli la struttura della falange. Ormai l'avrebbe potuta ripetere anche nel sonno, ma al tempo gli aveva messo in testa parecchia confusione. La falange di Filippo era composta di due strategie di cinquemila uomini, gli scudi bianchi e gli scudi di bronzo. Ogni strategia contava cinque chiliarchie, ognuna di mille e ventiquattro uomini. Le chiliarchie avevano un ordine di importanza, da uno a cinque, e in ciascuna si trovavano quattro speirai. Simonide e i suoi compagni, come anche Demetrio, servivano nella prima speira della seconda chiliarchia degli scudi di bronzo.
Ogni speira contava duecentocinquantasei falangisti, con sedici file di sedici uomini. Ogni fila contava undici falangisti e cinque ufficiali: un capofila, un capo di met fila e due dei quarti di fila, oltre a un chiudi-fila. Simonide era il capofila; i suoi amici erano in prima fila, schierati dietro di lui. Come ultima recluta, Demetrio era in fondo, e aveva dietro di s soltanto Zotico, il chiudi-fila.
Sorrise. Da quella sera fondamentale, l'esercito era diventato la sua vita; stava diventando difficile, per lui, pensare a un'esistenza diversa. Cercando in mezzo al mucchio di scudi ammassati fuori dalla tenda, prese il suo. Piccolo, rotondo e un po' convesso, l'aspide era otto volte il palmo di un uomo. Sul davanti, su uno sfondo color bronzo, era stata dipinta in nero la stella reale macedone. L'aspide di Demetrio era vecchio e ammaccato; apparteneva al giovane morto che lui aveva sostituito, ma era comunque molto fiero di possederlo. Insieme al pugnale che aveva fin da bambino, a un semplice elmo e alla lunga sarissa, lo scudo era l'unico equipaggiamento in suo possesso.
Certo, desiderava avere di pi. Poco dopo essere entrato nella falange, aveva espresso questo desiderio a Filippo, il veterano pi amichevole con lui. L'uomo era scoppiato in una delle sue profonde risate di pancia.
Ma sentilo! Prima di tutto, sei in fondo alla falange, quindi non hai bisogno di armature o spade. In secondo luogo, questo equipaggiamento..., e aveva indicato la propria corazza di lino imbottito,  costoso. Non te lo puoi permettere. Risparmia la tua paga, ragazzo, e nel giro di un anno o due, avrai abbastanza denaro. Oppure, potresti essere cos fortunato da uccidere un uomo che indossa una di queste, e prendertela.
E se i nemici dovessero attaccare il retro della falange?, aveva chiesto Demetrio. Allora avrei bisogno di un'armatura. Al tempo, non aveva mai visto le speirai che si allenavano sulla piana accanto all'accampamento.
Filippo era scoppiato di nuovo a ridere. Abbi pazienza. Siamo addestrati a girarci e riformare i ranghi con le prime file pronte a fronteggiare il nemico. Se dovesse accadere, ti ritroveresti di nuovo sul retro. Aveva sorriso, all'occhiataccia di Demetrio. Stare in prima linea, nella falange,  brutto e pericoloso. Solo un pazzo sceglierebbe di starci.
Ma Simonide lo fa! E anche tu e gli altri.
Il volto di Filippo si era fatto serio. Far scivolare la tua lancia nell'occhio di un uomo ha un prezzo. Sentire il tuo compagno che soffoca nel suo stesso sangue senza che tu possa farci niente  terribile. In battaglia, ci sono uomini che perdono il controllo sul proprio corpo, e l'aria puzza di merda, piscio e vomito. Puoi sentire il terrore, puoi quasi toccarlo. Tutti hanno paura, a parte pochi figli di puttana completamente pazzi, da entrambi i lati.
Se  cos brutto, perch ti sei arruolato nell'esercito?, l'aveva sfidato Demetrio.
Mio padre era un falangista, e suo padre prima di lui. Non potevo immaginare una vita diversa. E poi c' il cameratismo, e questo gi lo conosci. E, per gli di, non c' niente di pi soddisfacente al mondo che spezzare una falange nemica. Il tuo cuore si mette a cantare. La forza di Ares ti scorre dentro, te lo assicuro, e sai che nessuno potr fermarti.
A Demetrio quella parte era piaciuta moltissimo.
Se vivrai abbastanza a lungo, riuscirai a salire nei ranghi. Io ero indietro come te, quando mi sono arruolato. Filippo gli aveva battuto una pacca sulla schiena, come se fosse un suo pari.
Demetrio aveva ripensato molte volte a quella conversazione. Non sapeva quanto ci avrebbe messo - anni, con tutta probabilit - ma un giorno sarebbe stato davanti alla falange con Simonide e Filippo. Si infil il berretto militare in feltro e lana, che gi puzzava come se l'avesse indossato per una vita intera, e poi il semplice elmo di bronzo. Con l'aspide in spalla, raccolse la sarissa.
Ti stai allenando per l'oplitodromo?.
Il giovane si volt e vide la testa di Empedocle che sbucava dalla sua tenda. Demetrio rispose con un imbarazzato e sincero No, non sapendo che altro dire.
Empedocle arricci un labbro.  un bene che ti alleni a correre, ragazzo, perch sar quello che farai la prima volta che combatteremo.
Demetrio avvamp per la rabbia e la vergogna. Forse quel malevolo falangista aveva ragione: come poteva saperlo? Si allontan di corsa, con la risata di scherno di Empedocle che gli risuonava nelle orecchie.
Demetrio torn dalla corsa senza pi pensare a Empedocle, e con lo stomaco che brontolava per la fame. Cimone, un altro soldato delle file pi arretrate, nonch uno degli uomini con cui condivideva la tenda, stava facendo cuocere la zuppa d'orzo. Con un viso amichevole e i capelli castani piuttosto lunghi, aveva un naso enorme. Circa un anno pi grande di Demetrio, e pi o meno della stessa statura e stazza del ragazzo, Cimone era incuriosito da tutto ed era pi equanime di quanto Demetrio si fosse mai preoccupato di essere. I due erano diventati amici dal primo istante in cui si erano conosciuti.
 pronto?, chiese Demetrio.
Cimone sorrise e vers un po' di miele nella zuppa. Affamato?
Sto morendo di fame, cazzo. Demetrio pos la sarissa e lo scudo insieme agli altri e si sedette accanto al fuoco.
 stata una bella corsa?
S. Dovresti venire, qualche volta.
Cimone scosse la testa. Gi mi esercito abbastanza sul campo di addestramento.
Demetrio apr la bocca per protestare, ma poi ci ripens. Cimone apprezzava soprattutto bere e cucinare, e sembrava che nulla gli avrebbe fatto cambiare idea in merito. Cos, si concentr sulla zuppa e cominci a divorarla. Era una porzione pi piccola di quanto gli sarebbe piaciuto, ma c'era un buon motivo. Poco dopo essersi unito alla falange, memore della fame che aveva sofferto da rematore, aveva ignorato il consiglio di Cimone e si era ingozzato prima delle esercitazioni mattutine. Dopo un'ora, era stato costretto a uscire dai ranghi per vomitare. Tutti avevano riso di lui, anche lo stesso Cimone. Tutti tranne Simonide, gi. Il suo misurato rimprovero aveva umiliato Demetrio molto pi di una punizione corporale. Ora si tratteneva sempre, a colazione. La sera, invece, era ben diverso: si riempiva la pancia fino a scoppiare.
Sei un pozzo senza fondo, gli diceva Cimone, ma gli occhi gli brillavano, mentre gli riempiva la ciotola per la terza o la quarta volta.
 ora di muoversi, fratelli!. La voce di Simonide si fece sentire dalla sua tenda.
Cimone rote gli occhi. Ci risiamo.
Demetrio si scambi uno sguardo con Antileone, un altro compagno di tenda divenuto un buon amico.
Non sarebbe lo stesso, se Cimone non si lamentasse, comment lui. Alto, grosso e dai capelli ricci, niente gli piaceva come discutere. Era sempre in disaccordo con tutti, anche se aveva la stessa opinione degli altri.
Disse l'uomo che litigherebbe anche con se stesso, ritorse Cimone.
Antileone si strinse nelle spalle. Mi piace una discussione degna di questo nome, tutto qui.
Muovetevi, piedi sporchi. Empedocle era comparso, come al solito. Non abbiamo tempo di starcene fermi a spettegolare come donnicciole.
Non sono pi un contadino, ringhi Antileone, infastidito. Sono nell'esercito da due anni, come ben sai.
Piedi sporchi una volta, piedi sporchi per sempre, comment Empedocle, con una risata di scherno. Speravo tu cambiassi, ma eccoti qui, a fare l'amico con quel fottipecore. Accenn a Demetrio. E anche tu, Cimone: pensavo saresti stato migliore di cos.
Cimone borbott qualcosa tra i denti.
Cosa?, volle sapere Empedocle. Sebbene non fosse un capofila come Simonide, era comunque uno dei soldati della prima fila, il che significava che nella speira era di rango pi alto rispetto a Demetrio e ai suoi amici. Empedocle amava comportarsi da prepotente con gli uomini di grado inferiore al suo. Di conseguenza, tutti lo odiavano, tranne i suoi compagni, che, per motivi ignoti a Demetrio, non sembravano riconoscerlo per quello che era.
Vattene a infastidire qualcun altro, eh?, borbott Antileone.
Arricciando un labbro, Empedocle avanz di un passo verso il giovane, ma Demetrio e Cimone si posizionarono in silenzio al fianco dell'amico. Empedocle li fiss da capo a piedi con disprezzo, per poi sputare a terra vicino ai piedi di Antileone. Sono felice che voi poveracci siate ben distanziati da me, nella formazione.
 meglio per te che tu non sia pi vicino, pens Demetrio. La tentazione di infilzarlo alle spalle durante una battaglia sarebbe stata dura da contrastare, altrimenti.
Il confronto fin grazie alla voce di Simonide che urlava ai suoi uomini che, se non fossero stati pronti a marciare quando avesse finito di contare fino a cento, avrebbe riempito i ritardatari di calci nel sedere.
Sul grande campo di addestramento vicino all'accampamento dell'esercito, Demetrio era in fila, con Zotico dietro di lui. Davanti aveva Cimone. Poi c'era il capo del quarto di fila, e poi Antileone. La fila risaliva fino a Simonide, davanti a tutti. Tutti gli uomini portavano lo scudo appeso per la cinghia alla spalla sinistra; tutte le sarisse erano appoggiate al suolo, con la punta rivolta verso il cielo. I sedici uomini della fila erano separati da quelli delle file ai lati da uno spazio di due passi; la stessa distanza si ripeteva lungo la speira assemblata.
Falangisti, preparatevi!, grid Critone, il comandante della speira.
Ci fu un fremito tra le file.
Al mio comando, capifila!. Basso ma dal petto ampio, Critone rimediava alla bassa statura con una personalit dirompente. Aveva una voce tonante come quella di Zeus, quando si infuriava, e aveva ucciso il suo primo cinghiale - il rito di passaggio per i maschi macedoni - alla tenera et di quindici anni. E conosceva il re di persona.
Demetrio non aveva mai avuto occasione di parlare con Critone; e gli stava bene cos. Gi aveva fin troppo di cui preoccuparsi con Simonide e i suoi ufficiali che gli stavano con il fiato sul collo, e sapevano farlo piuttosto bene.
Fila... pronti!, grid Simonide.
Ora!, rugg Critone.
Serrate i ranghi!. La voce di Simonide si un a quelle degli altri capifila.
Consapevole dello sguardo di Zotico sulla schiena, Demetrio si spost sulla destra, riducendo la distanza con la fila accanto di un passo. A quel punto, port lo scudo davanti a s. Facendo scivolare la mano sinistra attraverso la cinghia, la us per afferrare l'asta della sarissa all'altezza della propria testa.
Lance in resta, ordin Simonide.
Demetrio raddrizz il braccio destro, che per tutto il tempo aveva continuato a stringere l'asta di legno, e abbass la sarissa di circa quindici gradi. In ogni fila, gli otto uomini arretrati stavano facendo la stessa cosa. I cinque davanti di ogni fila abbassarono le lance finch non furono parallele al terreno, puntando verso un nemico immaginario, mentre quelli che andavano dalla sesta all'ottava posizione le abbassarono a diverse angolazioni. In parte li avrebbero protetti dalle frecce, e poi si sarebbero potute abbassare per affrontare il nemico.
Non cos in basso!, sibil Zotico.
Demetrio si affrett a risollevare la sarissa.
Avanti, marcia lenta. Ancora una volta, i capifila parlarono quasi in coro.
Avanzarono di una mezza dozzina di passi, lenti e costanti. Demetrio era cos vicino a Cimone da sfiorargli la schiena con lo scudo. Lo scudo di Zotico dietro di lui gli ricordava che poteva procedere solo in avanti. In battaglia, l'uomo avrebbe spinto Demetrio, che avrebbe a sua volta spinto Cimone, e cos via. La forza di sedici uomini, moltiplicata per tutto il fronte della falange, offriva alla formazione una possente forza d'inerzia, e questo era chiaro perfino a un soldato senza esperienza come Demetrio. Avrebbero schiacciato qualsiasi nemico, come spesso Simonide ripeteva loro intorno al fuoco: Battaglie come quella di Gaugamela, di Maratona e di Platea lo dimostrano.
Raccontacele!, gridavano allora gli uomini. Raccontacene una!. Il pi delle volte, Simonide ignorava quelle richieste, ma di tanto in tanto cedeva, allungando la mano per ricevere una coppa di vino per non farsi seccare la gola mentre parlava. Sebbene i Macedoni non avessero combattuto a Maratona, quella era la sua storia preferita.
Neanche due secoli fa, prima dei tempi d'oro di Atene, e molto prima che la Macedonia ottenesse le glorie di Alessandro, che gli di benedicano il suo nome..., e qui Simonide non mancava mai di sollevare la coppa in un brindisi, mentre tutti gridavano forte Alessandro!, ci fu uno scontro sulla costa della baia di Maratona. Era un luogo paludoso vicino al mare, dove approdarono gli invasori persiani, con l'idea di saccheggiare l'Attica e conquistare Atene e tutta la Grecia. L'esercito era stato mobilitato in tutta fretta, ma degli scrupoli religiosi impedirono agli Spartani, parte fondamentale delle truppe, di unirsi agli Ateniesi e ai loro alleati di Platea. La superiorit numerica dei Persiani era di almeno due uomini a uno, e Callimaco, il capo degli Ateniesi, avrebbe dovuto attendere l'arrivo degli Spartani, ma la politica ci si mise in mezzo. Nessuno di voi stronzi dai piedi sporchi potrebbe capire, ma sappiate che  pi facile stare nella falange e affrontare un nemico faccia a faccia che ritrovarsi con rivali, membri di altre fazioni, a casa pronti a pugnalarti nella schiena.
A quel punto, gli ascoltatori cominciavano a borbottare per l'impazienza e a chiedere a Simonide di raccontare come gli opliti di Atene e Platea fossero riusciti a guadagnarsi la gloria eterna sulla piana di Maratona. I volti si accendevano di entusiasmo quando lui, con un sorriso, cedeva e cominciava il suo racconto. Tutti sapevano come, in un tentativo di ridurre le perdite, le linee ammassate dei Greci avessero caricato, quando i Persiani avevano iniziato a scoccare le loro frecce. E come il centro dell'esercito ateniese, indebolito, si fosse spezzato prima dell'assalto nemico, mentre, sui fianchi, i loro compagni erano usciti dallo scontro trionfanti. E come gli opliti sulle ali dell'esercito si fossero girati per aiutare gli uomini al centro, e come, uniti, fossero riusciti a battere i Persiani, facendoli fuggire terrorizzati verso le loro navi. E l il massacro era continuato.
La voce di Simonide, a quel punto, veniva soffocata da quelle dei compagni che intonavano in coro Seimilaquattrocento!. Il numero dei Persiani uccisi era ancora fonte di orgoglio, perfino tra i Macedoni. Solo centonovantadue guerrieri di Atene e Platea erano caduti, quel giorno.
Demetrio adorava quelle storie. Gli facevano desiderare di essere in prima linea, invece che nella posizione arretrata in cui si trovava ora, da cui non vedeva altro che le spalle degli uomini delle due file pi avanti, con gli ordini del chiudi-fila a riempirgli le orecchie. Zotico aveva una voce nasale che lui trovava irritante: Non fermarti. Stai cambiando posizione, spostati di mezzo passo a destra. Tieni su quella sarissa. Demetrio non rispondeva mai; si limitava a stringere i denti e obbedire.
Quelli erano solo piccoli fastidi. Lui era felice di ci che faceva. Si era lasciato alle spalle l'orrore dei remi. Aveva trovato degli ottimi amici in Cimone e Antileone, e un leader incredibile in Simonide. Empedocle era un nemico, certo, ma il resto della fila era composto da uomini giusti e retti. La realt del suo sogno non era gloriosa come se l'era immaginata, ma ora era davvero un falangista. Un giorno, si sarebbe schierato vicino alle prime file, e, con l'aiuto degli di, avrebbe dimostrato di essere un uomo in una vittoria che, come Maratona, sarebbe passata alla storia.

Capitolo 12.

Roma, primavera del 200 a.C.

Il pugno arriv dal nulla, finendo contro la mascella di Felice. La potenza del colpo lo fece girare di lato, offuscandogli la vista. Un attimo dopo, il mondo sprofond nel buio. Non sent le ginocchia che gli si piegavano. Un impatto dietro la nuca, il suolo, lo spinse oltre il bordo dell'abisso nero in cui precipit.
Ebbe un brusco ritorno al mondo dei vivi. Non sapeva per quanto tempo fosse rimasto privo di sensi, ma qualcuno lo prese a calci per svegliarlo. Da molto lontano, si sent chiamare per nome.
Felice! Alzati! Forza!.
Gemette. Un fabbro pazzo gli martellava dentro la testa, e gli sembrava che qualcuno l'avesse centrato nella mascella con una sbarra di ferro. Chiunque lo stesse chiamando a gran voce lo colp di nuovo nelle costole, con forza. Faceva male. Fottiti, ringhi Felice, tra le labbra gonfie. Lasciami in pace.
Alzati!.
Doveva essere quel bastardo di Antonio, pens, vago. Perch mi sta prendendo a calci?.
Sent dei piedi muoversi nelle vicinanze. E poi un rumore sordo, come quello di un pugno contro la carne. E un altro ancora. Qualcuno grid; un altro scoppi a ridere. E ce ne sono molti altri, da dove  venuto quello, feccia, afferm una voce profonda.
Fratello, aiuto!.
Antonio sembrava allarmato, e Felice riapr gli occhi. Sopra di lui, not le rozze travi del soffitto, e la realt gli si abbatt addosso come un'onda di tempesta. Si gir su un fianco e poi, gemendo di dolore, si alz in ginocchio. Nessuno gli venne in aiuto. Gli avventori della taverna avevano formato un cerchio irregolare intorno a lui. Alcuni avevano perfino spostato i tavoli per creare uno spazio pi grande. A qualche passo da lui c'era Antonio, davanti al loro avversario, un gigante la cui presenza era bastata a parlare di guai, quando si era stagliato sulla soglia.
Avremmo dovuto fermarlo l, pens Felice, risollevandosi in piedi a fatica.
Il gigante si avvent su Antonio, con una serie di pugni che avrebbero abbattuto un bue. Lui si abbass per schivarli, e colp l'avversario allo stomaco, ma la sua unica reazione fu una smorfia. Si gir, imprecando, mentre Antonio provava a colpirlo con un calcio al ginocchio destro, mancandolo.
Fate qualcosa!. L'oste era un piccoletto dalla barba grigia. E vi fate chiamare legionari?, strill. Siete ratti di fogna, piuttosto!.
Felice si sent travolgere dalla rabbia. Mentre ancora faticava a mettere a fuoco, cerc a terra il manganello, o quello di Antonio. Ne not uno, spezzato, senza dubbio dal gigante. Dell'altro non c'era traccia. Felice non era nelle condizioni di mettersi a lottare a mani nude con quell'avversario, ma le sue uniche armi erano i pugni.
Hai intenzione di restare l a guardarmi a bocca aperta come un idiota, fratello, o pensi di aiutarmi?. Antonio era scattato indietro, allontanandosi dal gigante. Felice ne sent il respiro rovente nell'orecchio.
Quel figlio di puttana mi ha fatto perdere i sensi, ringhi Felice. Se non te ne fossi accorto.
Oh, s che me ne sono accorto. Mi sono preso questo, mentre tu dormivi. Antonio si gir, mostrandogli l'occhio chiuso e gonfio. Sar meglio farci venire un'idea, o finiremo per farci male sul serio, stavolta.
Non riuscirono a dirsi altro, perch il gigante avanz, cercando di prenderli a pugni entrambi. I due si spostarono ai lati dell'uomo, e Felice riusc a colpirlo di striscio, senza alcun effetto visibile. Per un attimo al sicuro, sul limitare dell'improvvisato cerchio, i due fratelli ignorarono le urla di scherno degli avventori e si prepararono ad affrontare di nuovo l'avversario.
Cosa non darei per una lama, mormor Antonio.
Felice ringhi in segno di approvazione. Nessuno dei due fratelli aveva pi brandito una spada, dai tempi dell'esercito; le severe punizioni per chi portava armi da taglio all'interno delle mura cittadine li avevano costretti a nascondere i loro pugnali nella stalla.
Tu vai a sinistra, io andr a destra. Se lo attacchiamo da due direzioni, potremmo avere un colpo di fortuna. Antonio non ne sembrava cos sicuro, tuttavia.
Ti ricordi l'harpastum?
Eh?. Antonio lo guard come se fosse impazzito.
L'harpastum, url Felice. Pregando che il fratello capisse, si avvicin al gigante, che gli rivolse un ghigno crudele.
Adesso che era a tiro di quei pugni grossi come prosciutti, pens Felice, stava rischiando di essere di nuovo abbattuto, o peggio. Ma non poteva fare altro. L'harpastum, ripet, girandosi per un attimo a guardare il fratello, per poi fissare con odio il gigante e chiedere: Ehi, tua madre si scopa ancora i suoi clienti vicino alle tombe?.
Uno scroscio di risate si lev dagli spettatori; solo le prostitute di bassa lega lavoravano nelle ombre dei mausolei lungo le strade che portavano fuori Roma. Il volto del gigante si fece violaceo, e l'uomo mosse un passo avanti. Ti ammazzo, bastardo!. Infuriato e avventato come Felice aveva sperato, non cap cosa stesse per succedere.
Felice si gett gi, in avanti, avvolgendo entrambe le braccia intorno alle ginocchia pelose dell'uomo, proprio come aveva fatto in passato con centinaia di suoi avversari nelle partite di harpastum. Non fu il suo placcaggio migliore di sempre - era ancora debole - ma ebbe comunque un buono slancio. Con un urlo di rabbia, il gigante croll. Se Antonio non arriva subito, quando questo bastardo finir a terra, pens Felice, serrando la presa, sono un uomo morto. Un sandalo chiodato gli fischi vicino all'orecchio. Sent dei grugniti, come quando un uomo si sforza al massimo. Il gigante url, giurando che avrebbe fatto a pezzi i due fratelli. Poi url ancora, e cominci a dibattersi. Felice lo tenne stretto con tutte le forze. Antonio c'era, e stava pestando con le suole chiodate quel grosso bastardo. Pass forse una dozzina di battiti, e Felice si rese conto che non aveva ancora ricevuto pugni capaci di fargli perdere i sensi. La figura del gigante si afflosci appena, e lui si permise di cominciare a sperare.
Lo ammazzerai, cos!, url l'oste, ora parecchio vicino. Smettila!.
Questo bastardo avrebbe fatto lo stesso con noi, ritorse Antonio, colpendo ancora la testa del gigante con i chiodi dei sandali.
Se morisse, arriverebbe la giustizia. Ci sarebbe un'indagine, e chiss quali altri guai. Lascialo stare!, ordin l'oste.
Con uno sbuffo sprezzante, Antonio si scost, fermandosi accanto a Felice. Poi abbass lo sguardo. Puoi mollarlo, fratello. Questo cane terr compagnia a Morfeo per un bel po', adesso.
Nonostante le rassicurazioni di Antonio, Felice moll la presa poco alla volta. Solo quando fu certo che il gigante fosse privo di sensi, lo lasci andare del tutto e si rialz. Ebbe giusto il tempo di scambiarsi un'occhiata soddisfatta con Antonio, prima che l'oste cominciasse a strillare, definendo i due fratelli degli ubriaconi e dei buoni a nulla, incapaci di proteggere la sua taverna. Sperando che lo spettacolo andasse avanti, e forse incattiviti da qualche trattamento poco di favore da parte dei due, diversi avventori lo spalleggiarono.
Ma davvero eravate dei legionari?, esclam l'oste. Perch non sembra proprio!.
Il pi razionale dei due, Antonio, non reag, ma l'insulto fece perdere la testa a Felice. Gli si fece vicino, portando la faccia a un dito dalla sua e godendosi il terrore che gli vide comparire negli occhi. Ho combattuto a Zama, ringhi, e con me mio fratello. Ho massacrato un fottuto elefante, l. Notando l'espressione vacua dell'oste, soggiunse, acido: Non che uno zoppo figlio di puttana come te possa sapere cos' un elefante. Scatt avanti, e scoppi a ridere quando l'uomo, spaventato, arretr di diversi passi.
Felice. Antonio gli pos una mano sulla spalla.
Fuori dalla mia taverna!, strill l'oste, sputacchiando. Codardi!.
Capendo che stava per scatenarsi una nuova rissa, gli avventori cominciarono a latrare come un branco di cani.
Felice si sent annebbiare la vista da un velo rossastro e digrign i denti. L'oste si rifugi di corsa dietro un tavolo.
Non ne vale la pena, fratello, cerc di placarlo Antonio.
Felice riusciva a vedere soltanto le linee nemiche di Zama, nel momento in cui la battaglia si era fatta pi aspra. Sentiva risuonare nelle orecchie il clangore delle armi e le urla degli uomini. Avvertiva il fetore dell'urina e degli escrementi e del sangue. Antonio era alla sua destra, un altro compagno a sinistra. Quando Matone avesse dato l'ordine, avrebbe caricato, e gli di avrebbero dovuto avere piet di chiunque si fosse messo sulla sua strada.
Felice.
Si ritrov di colpo nell'aria fumosa e calda della taverna, con intorno un cerchio di volti crudeli e assetati di sangue, e ai suoi piedi una figura ammaccata e sanguinante. Ingenuo, pens Felice.
Andiamo a prendere le nostre cose nella stalla, disse Antonio, indicando verso la porta.
S. Sconvolto, Felice scacci dalla mente l'immagine di Ingenuo. S.
A met strada, si ferm vicino a un tavolo vuoto. Hai sete?
Ho la gola che sembra un deserto, ammise Antonio, con un sorriso.
Considera questa come la nostra ultima paga, grid Felice all'oste, recuperando una brocca piena di vino e due coppe.
Ancora intimidito, il loro ex datore di lavoro non protest. Un po' deluso per questo, Felice usc in strada. Un senso di libert che non provava da diversi mesi gli rese il passo pi leggero.
Un'ora dopo, con la brocca vuota e la realt della loro situazione ormai chiara, l'ottimismo di Felice era sul punto di svanire del tutto. La vittoria nella rissa era arrivata a caro prezzo. Non solo si erano ritrovati senza casa n lavoro, ma la mascella gli faceva cos male da iniziare a temere di essersela rotta. Aveva un bernoccolo sanguinante grosso come un uovo sulla nuca, e il fabbro pazzo ancora gli martellava nella testa. Antonio non era messo meglio: l'occhio sinistro era cos gonfio che si era chiuso del tutto, e doveva avere le costole incrinate.
Si sedettero sul bordo di una fontana, lasciando che gli ultimi raggi del sole li scaldassero e ignorando le occhiate curiose e a volte infastidite delle matrone che andavano a prendere l'acqua. Qualche bambino osservava con gli occhi sgranati i due uomini ammaccati e robusti. Dall'interno di un tempio dedicato a Marte, l vicino, si udivano le cantilene dei sacerdoti. Un fornaio se ne stava sulla soglia del suo negozio, dall'altra parte della strada, offrendo le ultime pagnotte della giornata a prezzi stracciati: i fratelli ne avevano gi mangiate due ciascuno. I carri tirati dai buoi passavano sull'acciottolato, con le ruote che cigolavano sotto il pesante carico. Un indovino, osservato con aria annoiata da un paio di passanti, prometteva di leggere il futuro a chiunque gli avesse dato una moneta.
La domanda ovvia se ne stava pesante tra loro: cosa avrebbero fatto, adesso? Ma n Felice, n Antonio volevano darle voce. La malinconia portata dal vino e l'umiliazione di essere stati cacciati dalla taverna, insieme al dolore delle ferite, li fecero piombare in un cupo e depresso silenzio.
Nel corso degli anni trascorsi nella legione, Felice aveva avuto uno scopo ben chiaro. Se fosse sopravvissuto alla guerra, sarebbe tornato con Antonio nella fattoria di famiglia. Avevano molti piani per il futuro, e i risparmi accumulati nell'esercito avrebbero fornito loro i mezzi per realizzarli. Le brutali circostanze del loro infamante congedo non avevano fatto altro che intensificare il desiderio dei due di tornare a casa; il loro viaggio di ritorno dall'Africa era sembrato loro anche troppo lento.
Ma lo shock del ritorno a casa, pens Felice, l'avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni. Il ricordo della fattoria vuota e diroccata gli stringeva ogni volta il cuore. Era andato in guerra, giovane e spavaldo, senza poter immaginare che non avrebbe mai pi rivisto i genitori, dopo essersi avviato verso Ferentino con il fratello per arruolarsi. Secondo il loro vicino, un amico di famiglia, il padre era stato il primo a morire, portato via dalle febbri l'inverno successivo alla partenza dei due fratelli. La madre era andata avanti con l'aiuto del loro schiavo, ma quando anche lui era si era ammalato ed era morto, quattro anni prima, le forze e la volont l'avevano abbandonata.
Erano le vostre lettere a tenerla in vita, aveva spiegato il vicino.  un vero peccato che sia morta prima di sapere che stavate tornando dall'Africa. Almeno, se ne sarebbe andata pi serena.
Avrei dovuto scrivere pi spesso, pens Felice. Almeno qualche riga. Molte delle lettere non sarebbero arrivate a destinazione, perch le comunicazioni non erano facili, per i soldati in guerra, ma alcune ci sarebbero riuscite, dando speranza ai loro genitori. La triste verit era che Antonio era molto pi bravo di lui, con lo stilo, e quindi Felice aveva lasciato a lui il compito di tenere informati i genitori.
Quel triste ritorno non si era concluso con la scoperta della morte dei loro cari e dell'abbandono della fattoria. I campi erano pieni di erbacce, gli edifici non avevano pi il tetto e il bestiame era stato rubato o era sparito. Pieni di determinazione, i due avevano messo insieme i risparmi e comprato gli attrezzi e i materiali necessari, un mulo e un aratro. Le cose erano andate bene finch il mulo non era morto, in primavera, poco prima del periodo della semina. I fratelli ne avevano preso in prestito uno da un vicino generoso, ma grano e orzo non erano cresciuti bene. Sembrava davvero che gli di avessero deciso di voltare loro le spalle.
Ormai quasi privi di risparmi, avevano dovuto decidere tra scegliere di lavorare per un ricco proprietario terriero, diventare briganti o tentare la fortuna a Roma. L'idea di vedere la capitale per la prima volta li aveva convinti, alla fine. Stanchi di quella fatica impossibile e certi che la fattoria non sarebbe pi tornata a prosperare, avevano abbandonato la casa della loro infanzia.
Felice alz lo sguardo sugli edifici residenziali di tre, quattro e cinque piani che circondavano la fontana. Non li notava pi, ormai, ma quando aveva messo piede per la prima volta all'interno delle mura di Roma, quelle strutture torreggianti l'avevano lasciato a bocca aperta. Lo stesso avevano fatto le fontane come quella che aveva alle spalle, e i bagni pubblici presenti in ogni quartiere. Anche i templi erano i pi sfarzosi che avesse mai visto, ma la cosa pi impressionante, per lui, erano stati i mercati coperti e gli enormi edifici del Foro, con il gigantesco tempio di Giove costruito in cima al Campidoglio.
Colonne e statue non avrebbero dato loro da mangiare, tuttavia, pens Felice, con amarezza. Che facciamo, adesso?
Ci servono soldi, rispose Antonio. Abbiamo le borse quasi vuote. E non si riempiranno da sole. Potremmo cercare lavoro in un'altra taverna.
Felice sbuff con disprezzo. La paga dei buttafuori  misera. Quanto abbiamo messo da parte, in un mese e mezzo?
Quattro denari, ammise Antonio. Al momento nessuno ci darebbe un impiego, ma i lividi spariranno presto. Possiamo cavarcela, finch un altro oste non ci dar lavoro.
Cavarcela? Dormiremo per strada, ne sei consapevole?, ribatt Felice.
Alcuni dei posti dove abbiamo dormito durante la guerra non erano migliori.
S, ma nessuno ci avrebbe tagliato la gola nel sonno, nella legione. Dovremo fare turni di guardia per tutta la notte, borbott Felice, incupito gi all'idea di dover passare almeno una notte senza alcun riparo.
Li faremo, rispose Antonio. Se troveremo al pi presto un lavoro e spenderemo poco, potremmo anche riuscire a tornare presto alla fattoria e ricominciare.
Felice fiss il fratello, incredulo. Alla fattoria?
S. Dove altro, se no?
Io non ci torner senza avere la borsa piena da scoppiare e magari anche uno schiavo.
E dove pensi di trovare tutto questo, in nome di Ade?
Si guardarono con astio.
Te lo ripeto, i comizi centuriati voteranno contro un conflitto con la Macedonia. La voce forte che pronunci quelle parole apparteneva a un mercante di mezza et, con una calvizie incipiente e il volto gonfio e il naso rosso di chi era abituato ad alzare il gomito. Lo dicono tutti.
L'ubriacone era con un compagno della stessa et. I due si fermarono a dissetarsi alla fontana e poi, come faceva spesso la gente, si fermarono l a conversare.
I due fratelli, incuriositi dall'argomento, che si era sentito spesso per le strade, di recente, restarono ad ascoltare.
La gente non capisce che la Repubblica  in grave pericolo. Il re Filippo  assetato di conquista, dichiar l'altro uomo, un tipo tozzo con i lineamenti segnati dalle intemperie di un contadino.
E come lo sai?, sbuff l'amico beone. Per caso hai bevuto con lui?
Piantala. Da quando Filippo ha battuto sul mare Rodi e Pergamo... immagino tu ne abbia sentito parlare, giusto?. Il contadino sogghign, quando il compagno annu, irritato. Bene. Dunque, ora che i mari a est della Macedonia sono liberi, Filippo pu mandare le sue navi in Italia quando vuole. E perch dovrebbe farlo, stai per chiedermi, vero? Semplice. Quando unir la sua flotta a quella del Seleucide Antioco, la cui sete di nuove conquiste  pari a quella di Alessandro, avranno abbastanza navi per minacciare qualsiasi citt della costa orientale d'Italia.
Non succeder mai, borbott l'ubriacone. Il regno di Antioco  troppo lontano da qui.
Mi pare di ricordare che, parecchi anni fa, hai detto anche che Annibale non avrebbe mai invaso l'Italia, ritorse il contadino. Perch credi che al nuovo console Publio Sulpicio Galba sia stata assegnata proprio la Macedonia, come provincia?
 gi stato console, nella guerra contro Annibale, comment il mercante, pensieroso.
Felice lanci uno sguardo ad Antonio; una volta, avevano marciato in una parata davanti a Galba. Il console aveva fatto un emozionante discorso sull'importanza fondamentale della sconfitta di Annibale. Sembrava che il vecchio politico fosse pronto a un nuovo scontro, consider Felice, e volesse guidare lui stesso le legioni di Roma in quella guerra.
Questo dimostra che, secondo il Senato, Filippo  da considerare una minaccia, dichiar il contadino.
Forse, replic l'ubriacone, in tono truce, ma credimi, i comizi centuriati non voteranno a favore della guerra. Troppi cittadini, tutti noi, per Giove, hanno perso dei figli per combattere contro l'esercito di quel bastardo di un gugga, negli ultimi quindici anni. La gente  stanca delle guerre senza fine.
Il contadino non sembrava volersi arrendere. Arriveremo alla guerra, in un modo o nell'altro. E speriamo che non succeda quando la flotta di Filippo verr avvistata al largo delle nostre coste orientali.
Ancora immersi nella loro discussione, i due si allontanarono, lasciando Felice e Antonio a guardarsi.
Pensi quello che sto pensando io?, esclam Felice, sentendo la tristezza svanire. Se ci fosse una guerra....
Antonio scosse con violenza il capo. Tu... noi... non possiamo tornare nell'esercito. Non ricordi cosa  successo?
Fin troppo bene, fratello. Ma Matone non  qui, e non sar quello stronzo l'ufficiale reclutatore, quando ci metteremo in fila. Dar un nome falso. Se mi chiederanno del servizio militare, dir che ho combattuto contro Annibale in un'altra legione.
Ti scopriranno....
Non ci riusciranno. Stanco della loro sfortuna, Felice si rifiut di considerare i rischi mortali che avrebbe corso.
Antonio gli picchiett un dito sulla testa. Secondo me, quella rissa ti ha mandato in pappa il cervello.
Forse, ribatt Felice, incurante. Sono d'accordo con te, dobbiamo trovarci un altro lavoro, e fare i buttafuori ci permetter di andare avanti. Poi aspetteremo il momento giusto. Se quell'uomo ha ragione, i comizi centuriati cambieranno idea.
E se non dovessero farlo?, lo sfid Antonio. Ci hai pensato?
Potremo pensarci quando sar il momento. Felice era deciso ad aggrapparsi a quella rinnovata speranza. Quando sar dichiarata guerra alla Macedonia, potremo arruolarci di nuovo. Che ne dici, fratello?.
Antonio guard davanti a s senza rispondere. Lui si prendeva sempre del tempo, prima di decidere, un tratto del suo carattere che Felice aveva sempre trovato molto irritante. Ora che c'era il loro futuro in ballo, ci mise anche pi del solito. Lunghi istanti si trascinarono, e il timore cominci a serrare le viscere di Felice. Antonio sarebbe tornato alla fattoria, mollandolo l da solo a Roma, ecco cosa sarebbe successo.
Che si fotta, pens Felice. Pu morire di fame laggi da solo. Io rester qui finch non scoppier la guerra.
Dannazione, perch no?.
Felice non riusciva a credere alle sue orecchie. Quindi verrai con me?.
Antonio sorrise. S.
Felice lanci un grido di felicit.
Di colpo sembr che la loro sorte avesse avuto un cambiamento per il meglio.

Capitolo 13.

Pella, Macedonia, primavera/estate del 200 a.C.

Filippo e alcuni uomini della sua corte erano intorno a un tavolo sul quale erano stati sistemati diversi documenti. Le porte della sala in cui avevano trascorso la mattinata erano state spalancate, cos da far entrare i raggi tiepidi del sole e la vista del cortile circondato di colonne pi oltre. Da oltre le mura venivano diversi rumori: il cigolio dei carri, le grida dei venditori ambulanti, i versi dei gabbiani che si libravano sul porto. Ricchi aromi riempivano l'aria: timo scaldato dal sole, salvia e fiori di limone dai giardini reali, e un vago sentore di cipresso dalle colline vicine.
Tra le tante, magnifiche stanze del vasto complesso, quella era la pi notevole. Dei riquadri bianchi sulle pareti erano separati da strisce color ocra e porpora, e sovrastati da linee sovrapposte di rettangoli bianchi e ocra. Finte colonne si trovavano in cima al muro, con i vuoti riempiti di mattoni rossi. Al di sopra, gli spazi tra le colonne erano stati dipinti di azzurro, a imitazione del cielo. Un mosaico copriva il pavimento, disegnando piccole immagini delle varie divinit intorno al perimetro della sala, mentre nella zona centrale il generale Cratero salvava Alessandro dalle fauci di un leone affamato.
Annoiato dalla lunga riunione, Filippo rivolse l'attenzione al mosaico. Dicono che sia una delle belve pi difficili da uccidere.
Maest?. Lo sguardo di Eraclide segu quello di Filippo. Con il volto volpino e gli occhi scintillanti, l'esile Tarantino lo serviva da anni. La sua attuale posizione era quella di ammiraglio della flotta macedone. Ah, il leone. Ma tu la uccideresti con facilit, una creatura simile.
Filippo sapeva che Eraclide lo stava adulando, ma gli piaceva comunque. Circola voce che sulle montagne si aggiri un leone, da qualche tempo. Non sai che darei per avere un paio di giorni per dargli la caccia.
Ottima idea, maest, comment Eraclide. Forse potremmo andarci, noi due... domani?
Sarei felicissimo di accompagnarti anch'io, maest, intervenne Menandro, un nobile robusto di mezza et. Aveva una folta barba nera striata d'argento. In contrasto con i ricchi abiti degli altri, indossava una semplice tunica stretta in vita da una cintura e, sulla testa, una kausia macedone bianca. Tuttavia, faccende pi pressanti di una caccia al leone richiedono la nostra attenzione. Con un gesto secco, torn a guardare i documenti.
Menandro era un uomo tutto d'un pezzo, affidabile... proprio come il cavallo preferito di un uomo, pens Filippo. Non nascondeva nulla, il che era anche noioso. Eraclide era diverso, non si precludeva alcuna possibilit, anche quelle pi pericolose. Filippo conosceva bene il suo passato discutibile - aveva consegnato Tarentum, la sua citt natale, ai Romani, e poi ad Annibale - ma l'aveva pagato cos tanto da non doversene preoccupare. Quell'uomo sembrava comprendere cosa significasse essere un re; sapeva quanto Filippo desiderasse riportare la Macedonia alle passate glorie. Due anni prima, era stato lui a consigliare al re di attaccare le Cicladi e l'Asia Minore.
L'uomo successivo intorno al tavolo era Alessandro, il vecchio ciambellano dalla schiena curva. Ormai anziano e stanco, riusciva comunque, di tanto in tanto, a tirare fuori parole sagge. A parte i servitori, l'ultimo uomo presente era Cassandro, uno dei comandanti anziani della cavalleria dei Compagni. Dal volto angoloso, non era il migliore dei generali di Filippo, che erano tutti sul campo, ma comunque era coraggioso e tenace.
Menandro toss.
Mi stai assillando, protest Filippo, ma poi torn a guardare i documenti, un buon numero dei quali venivano dai suoi comandanti sparsi per il regno e per i territori dall'altra parte del mare.
Perdonami, maest, rispose Menandro.
Non importa.
Filippo ignor l'occhiata gelida che si scambiarono Menandro ed Eraclide. Riteneva che una certa rivalit tra i suoi cortigiani fosse una cosa sana, e riducesse le possibilit di un complotto contro di lui. Il suo patrigno Antigono ripeteva sempre: Non ti fidare del tutto di nessuno. N del capitano delle guardie, n del ciambellano. E neanche dei tuoi generali. N del tuo pi caro amico. N di tua moglie.
Tra gli uomini intorno al tavolo, Eraclide era quello di cui Filippo si fidava di pi e Menandro era il secondo, sebbene ricordasse sempre le parole di Antigono. I consigli del patrigno gli erano stati utili in passato, e l'avrebbero aiutato sempre.
Dicci ancora qual  la situazione del regno, ordin.
Ricorderai bene, maest, che dopo il tuo ritorno da Bargilia, gli Acarnani ti hanno chiesto aiuto contro Atene, rispose Menandro. L'Acarnania, piccola e isolata, si trovava sulla costa occidentale della Grecia, a sud dell'Epiro e a ovest dell'Etolia. Era da tempo leale alleata della Macedonia. Con l'aiuto degli ausiliari che hai inviato, gli Acarnani hanno messo a ferro e fuoco le campagne dell'Attica. Allo stesso tempo, la tua flotta ha catturato quattro navi da guerra nel Pireo.
 stata una splendida vittoria, comment Filippo, ricordando la sua gioia alla notizia che le terre intorno ad Atene erano state bruciate, e il porto della citt attaccato. Sebbene breve. Le triremi erano state riconquistate appena pochi giorni dopo.
Non potevamo sapere che Attalo e i maledetti Rodiesi sarebbero comparsi dal nulla, maest. Il tono di Eraclide era sulla difensiva.
Forse no, concesse Filippo. Inarc un sopracciglio. Ma le sentinelle erano attente? Ed erano ai loro posti? Un uccellino mi ha detto che non tutto era come sarebbe dovuto essere, sulle nostre navi.
Ho agito nell'attimo stesso in cui il nemico  stato avvistato, maest. Io....
La perdita delle triremi non era importante quanto la lealt costante degli Acarnani. Filippo sollev una mano, interrompendo il Tarantino. Me l'hai gi detto. Non ha pi importanza, ormai. Menandro, continua.
Gli ambasciatori inviati da Roma mentre eri intrappolato a Bargilia hanno raggiunto Atene, maest. Anche Attalo  nella citt; lui e i Romani sembrano molto amici, adesso.
E quindi, grazie ad Attalo, e forse a Roma, Atene ha dichiarato guerra alla Macedonia, comment Filippo, irritato. Aveva gi avuto quelle notizie dalle sue spie. Oh, tremo di paura.
Un brusio di educato divertimento si lev intorno al tavolo, ma il re non vi si un. Sebbene scherzasse sulla situazione, non era un bene che fosse in guerra con Rodi, Pergamo e Atene. Anche il coinvolgimento degli ambasciatori romani era preoccupante. Se il Senato non voleva farsi coinvolgere dalle faccende della Grecia, perch inviarli?
Maledetti siano i Romani per le loro interferenze. E anche Attalo per essere un cane che si immischia nei fatti degli altri. Nessuno di loro ha alcun diritto di ficcare il naso negli affari della Grecia!. Filippo fulmin Eraclide con lo sguardo. E i suoi viscidi amici rodiesi?  vero quello che si dice?
Sembra di s, maest. I mercanti venuti da oriente dicono che stanno riconquistando le Cicladi. Eraclide fece un gesto impotente. Le isole al largo della costa sudoccidentale dell'Asia Minore, conquistate da Filippo appena un anno prima, erano lontane da Pella. Non ne posso essere certo, tuttavia: le navi nemiche rendono troppo pericoloso per le nostre lasciare il porto.
Filippo aveva trascorso anni a tentare di ottenere la supremazia nei mari intorno alla Grecia; il nuovo blocco delle navi di Pergamo intorno alla sua costa era un dolente promemoria del fatto che avesse fallito, e gli ricordava della lunga prigionia a Bargilia. Tuttavia, non poteva farci molto, per il momento, e aveva molte altre faccende di cui occuparsi, primo fra tutti il conflitto con Atene.
E cosa mi dite di Nicanore e Filocle?. Furibondo per la recente dichiarazione di guerra di Atene, Filippo aveva inviato due dei suoi migliori comandanti a sud con numerose truppe al seguito.
Filocle  diventato governatore dell'Eubea, maest, rispose Alessandro. La grande isola a nord di Atene era fondamentale per Filippo: da l, poteva saccheggiare la Grecia a suo piacimento. In quel momento, controllarla significava poter minacciare Atene. Abbiamo saputo stamattina che l  tutto a posto. Un buon numero di abitanti del luogo  stato arruolato nell'esercito.
Finalmente delle buone notizie. E Nicanore? L'ultima volta, era vicino ad Atene, comment Filippo, desiderando di poter essere anche l, e ancora di pi di poter conquistare la citt e punirne gli abitanti per essersi alleati con Rodi e Pergamo.
Esatto, maest. Non abbiamo pi saputo nulla, da allora, tuttavia, rispose Menandro.
Non c'era da preoccuparsene, pens Filippo. Nicanore era un comandante affidabile; non avrebbe mandato messaggeri con notizie poco importanti. I confini settentrionali sono ancora tranquilli?
I selvaggi hanno saputo del tuo ritorno, maest, lo inform Cassandro. Le rivolte sembrerebbero essersi dissolte nel nulla.
Filippo si concesse un vago sorriso. Ma ricominceranno. Fastidiosi bastardi.
Le guarnigioni sono pronte, maest. La frontiera viene pattugliata ogni giorno. Se ci fossero degli attacchi, incontrerebbero strenua resistenza, dichiar Cassandro.
Molto bene. E cosa stanno complottando gli Etoli?, domand Filippo, passando al vaglio tutta la lista dei suoi nemici, che si trovavano a est, ovest, nord e sud del regno. Era un compito estenuante, ma lui ci era abituato. Era sempre stato cos.
Non ho sentito nulla in merito, maest, disse Eraclide. L'Etolia si trovava a sud-ovest della Macedonia e a nord del Peloponneso, la penisola a forma di mano collegata al resto della Grecia da uno stretto istmo. L'Etolia era acerrima nemica di Filippo da anni. Da quando Roma ha respinto la loro richiesta d'aiuto, non hanno avuto il fegato di combatterci. Immagino che stiano tenendo la testa bassa.
Filippo era d'accordo: era ci che gli avevano detto anche le sue spie. E dunque, arriviamo al Peloponneso. Elide, Acaia, Messenia, Arcadia e Sparta, le cinque citt-stato del Peloponneso, erano spesso in guerra tra loro, o con la Macedonia, e a volte sia tra loro che con la Macedonia. Ho sentito che gli Spartani sono di nuovo in conflitto con l'Acaia.
S, maest, vennero le pacate risposte.
Mi domando se l'Acaia si unirebbe a me, se distruggessi Sparta per lei. Potrei farlo senza grossi sforzi.
Osserv le reazioni dei cortigiani: Menandro non sembr felice, Cassandro rest sulle sue e Alessandro sembr cauto. Soltanto Eraclide gli parve d'accordo.
I giorni di gloria degli Spartani sono ormai passati, maest, ma difenderebbero le loro terre fino alla morte, comment Menandro, che era sempre il pi cauto.
Il mio esercito li spazzerebbe via. Immaginate se, per ringraziarci, l'Acaia ci garantisse delle truppe per rinforzare Calcide, Demetriade e Acrocorinto, ribatt Filippo. Per molti decenni, le tre fortezze - Calcide sull'isola di Eubea, Demetriade sul golfo Pegaseo e Acrocorinto sull'istmo del Peloponneso, avevano protetto i confini meridionali della Macedonia. Erano fondamentali, ma necessitavano anche della sua pi preziosa risorsa: i soldati.
Sarebbe molto utile, maest, ammise Menandro. Cassandro annu, concorde. Avresti pi truppe per attaccare Atene, maest.
Filippo lanci uno sguardo al ciambellano. Alessandro?
Immagino che non ci sarebbe nulla di male a provare a ragionare con l'Acaia, maest.
Eraclide?
L'Acaia avrebbe da guadagnarci pi di te, da questa potenziale alleanza, maest.
A meno che Roma non cambi idea e ci invada, comment Filippo, come se l'amore per il pericolo l'avesse portato a voler sfidare il Fato. Le truppe dell'Acaia nei miei forti, allora, si dovrebbero guadagnare davvero il pane.
Eraclide fece un gesto noncurante. Non succeder, agli di piacendo.
Speriamo di no, ma se dovesse succedere.... Lo sguardo di Filippo si spost da un uomo all'altro. ...allora combatteremo.
Gli fece rabbia scorgere un'ombra di dubbio, subito sopita, nello sguardo di ciascuno di loro. A parte Eraclide, in realt. L'orgoglio di Filippo fu ferito dalla loro mancanza di fede. Non voleva certo aggiungere ancora un altro nemico alla sua lista gi lunga, ma Roma non era invincibile. Certo, aveva appena sconfitto Cartagine, e le sue legioni erano molto pi numerose dei soldati dell'esercito macedone, tuttavia le orde persiane erano state sconfitte da un piccolo esercito greco a Maratona, e poi ancora a Platea. Alessandro aveva messo in rotta le armate persiane a Isso e Gaugamela. Poteva ottenere anche lui simili vittorie.
Roma e la Macedonia non erano in guerra, ricord a se stesso Filippo. Atene era la vera spina nel fianco, al momento. Le sue formidabili difese impedivano di conquistarla con un assedio, ma c'erano altri modi per attaccare la citt. Ricordate la mia campagna in Propontide di due anni fa? Senza le navi che trasportano il grano attraverso quei luoghi, i maledetti Ateniesi morirebbero di fame.
 vero, maest, concord Eraclide. Il grano che veniva dagli insediamenti greci sulle sponde del Ponto Eusino sosteneva Atene da pi di un secolo; l'accesso a quegli approvvigionamenti era limitato a chiunque controllasse lo stretto passaggio della Propontide. A cosa stai pensando?
Ogni citt a nord degli stretti  soggetta all'Egitto, dichiar Filippo. Le recenti notizie provenienti da Alessandria facevano capire che i sanguinosi scontri interni alla corte reale erano preponderanti rispetto al controllo delle colonie. I motivi che in precedenza l'avevano spinto a trattenersi erano caduti. Sono bersagli facili. Per la maggior parte, si arrenderanno non appena compariremo fuori dalle loro mura.
Con l'Egitto impegnato nei suoi conflitti interni, non avranno molta altra scelta, maest. L'espressione di Eraclide si fece pi attenta. I vicini insediamenti di Pergamo cadrebbero con altrettanta facilit.
E questo mi darebbe grande piacere. Da quando non era riuscito a conquistare Pergamo e si era ritrovato a subire l'umiliazione della prigionia nel golfo di Bargilia, Filippo meditava vendetta. E questo ci darebbe il controllo quasi completo della Propontide.
Atene, a quel punto, sarebbe alla tua merc, maest, continu Eraclide. E chiederebbe la pace. Offrendo agli Ateniesi i giusti termini, per esempio il passaggio gratuito di alcune delle loro navi cariche di grano, potrebbero accettare un'alleanza con la Macedonia. E sarebbe un ottimo risultato, no?.
Filippo accenn un sorriso. Non era un risultato impossibile. Nelle acque torbide della politica greca, le citt-stato spesso cambiavano fazione. Se avesse costretto Atene a unirsi a lui garantendo il passaggio di un certo quantitativo di grano, forse anche altre poleis ne avrebbero imitato l'esempio. Il sole sarebbe dovuto cadere dal cielo, prima che nemici di vecchia data come l'Etolia lo facessero, ma l'isolamento di quelle regioni avrebbe comunque giovato a Filippo. Prender duemila soldati di fanteria e duecento Compagni, decise. Eraclide, tu ci sosterrai con la flotta.
Il Tarantino annu, raggiante. S, maest.
Cassandro, tu andrai a nord, e ti assicurerai che i selvaggi restino nei loro confini. Tu, Alessandro, resterai qui a Pella e terrai tutto in ordine sino al mio ritorno.
Menandro inarc un sopracciglio. E io, maest? Cosa vuoi che faccia?
Tu sarai il reggente mentre sar lontano. Proteggerai mia moglie e i miei figli, e comanderai il mio esercito.
Menandro sembr sorpreso, e poi soddisfatto. Gli rivolse un profondo inchino. Lasci la Macedonia in mani sicure, maest.
Lo spero, pens Filippo, con un sorriso. Poi schiocc le dita. Del vino.
Un magnifico cratere d'argento fu portato subito nella sala da alcuni servitori, mentre un altro port un vassoio di calici d'argento. Quando tutti furono serviti, Filippo alz la coppa. Ares, concedici la vittoria!. Vers sul pavimento una buona quantit di vino.
Ares!, esclamarono gli altri, imitando la libagione del re.
Mentre prendeva un sorso di vino, Filippo decise che aveva molto di cui essere soddisfatto. La guerra con Roma non era inevitabile. Le citt-stato greche erano deboli, e pi interessate a litigare tra loro che a opporsi alla Macedonia. Un'occasione d'oro per riuscire a dominare Atene, e riempire i forzieri di Pella, lo attendeva in Propontide.
E lui l'avrebbe colta con entrambe le mani.

Capitolo 14.

Roma, estate del 200 a.C.

Era presto, ma Flaminino era gi in piedi da ore. Seduto alla scrivania del suo ufficio, stava leggendo un messaggio di una sua spia a Pella. Pasione era impegnato, l accanto, con altre lettere. L'aria tiepida entrava dalla porta aperta, trasportando con s il profumo di timo e rosmarino dal cortile, e quello del pane che cuoceva in forno. L'acqua scrosciava nella fontana decorativa; uno schiavo stava spazzando il pavimento a mosaico del colonnato esterno. Pentole e stoviglie tintinnavano in cucina. Dalla strada venivano le imprecazioni di un carrettiere che gridava ai suoi muli di muoversi.
Le mattine erano i momenti migliori per dedicarsi al lavoro, durante i mesi estivi. Non che Flaminino avesse avuto problemi a svegliarsi: in realt, era rimasto sveglio per quasi tutta la notte. L'oscurit non riusciva a calmare i suoi pensieri, e neanche la stanchezza. Se beveva molto, riusciva a dormire, ma poi il giorno dopo andava perso a causa degli effetti negativi del vino. Il lavoro non si fa da solo, pens Flaminino, quindi, meglio sbrigarsi. Si sarebbe riposato una volta morto.
Seguendo le righe con un dito, rilesse la lettera che aveva in mano, ma, per quanto tentasse di concentrarsi, la sua mente continuava a vagare. Dopo la sconvolgente vittoria di Galba, l'autunno precedente, era stato inevitabile che gli garantissero la Macedonia come provincia. In inverno, il nuovo console aveva proposto e messo in atto l'invio di una delegazione in Grecia, con il compito di ottenere alleati per Roma tra le citt-stato, e di scoprire le vere intenzioni di Antioco. L in Italia, Galba aveva passato il tempo a preparare il suo esercito. Flaminino, sebbene frustrato, aveva avuto anche lui molto da fare.
Finito, padrone?, domand Pasione.
Flaminino lanci un'altra occhiata alla lettera e si rese conto che stava fissando da un po' la stessa riga: Filippo sa degli ambasciatori romani, e sa che gli hanno chiesto di smettere di attaccare le altre poleis greche. La sua recente aggressione ad Atene  la prova della sua costante ostilit nei confronti della Repubblica.
Pasione si schiar la gola.
Flaminino gli pass la lettera. Bruciala.
Devo rispondergli, padrone?. Pasione conosceva il nome della spia di Flaminino, ma si guard bene dal pronunciarlo.
Neanche Flaminino lo pronunci. Si limit ad annuire. Digli che voglio tutte le notizie, fino all'ultimo dettaglio, che abbiano a che fare con Filippo. Dov', cosa sta facendo, chi sta incontrando. Voglio sapere anche dove si trovano la sua flotta e il suo esercito.
Lo stilo di Pasione and rapido avanti e indietro sulla tavoletta di cera. Sebbene avesse un aspetto insignificante, era bravissimo nel suo lavoro. Credo che il tuo... informatore avr bisogno di altri fondi, padrone.
Avr il doppio della sua paga attuale. Il denaro gli sar consegnato nel solito modo. Flaminino aveva un accordo con uno dei pi ricchi usurai di Roma, un uomo che aveva affari a Pella, Atene e Alessandria. Qualsiasi nuova informazione deve essermi inviata senza indugi.
S, padrone. Lo stilo di Pasione si ferm. Accenn al mucchio di documenti che aveva posato sulla scrivania. Vuoi leggere la prossima lettera?
Da parte di chi ?
Da tuo fratello, padrone.
Dammela.
Un mese prima, Flaminino aveva inviato Lucio in Illiria con uno dei suoi seguaci di rango equestre, ufficialmente per cercare e acquistare eventuali terreni adatti alla viticoltura, una delle attivit pi remunerative dei suoi terreni in Italia. La loro vera missione, tuttavia, era decidere il luogo pi adatto per far sbarcare un esercito con cui attaccare la Macedonia. Quella era la prima lettera di Lucio, da quando era partito. Flaminino spezz il sigillo di cera e apr la tavoletta. Mosse rapido gli occhi tra le righe. La rabbia lo assal. Invece di fare ci che gli era stato detto, Lucio sembrava godersi le delizie di ogni vigna dell'Illiria. C'era almeno qualche informazione utile: Apollonia era la scelta migliore per far sbarcare un esercito. Galba aveva gi degli ufficiali l, che stavano acquistando provviste per le sue legioni.
Flaminino spost i pensieri da quell'inetto del fratello a Galba, che ormai odiava, dopo aver perso le elezioni. Quell'uomo era troppo sicuro di s, decise. L'invasione non era affatto certa. Le sue mosse concitate dietro le quinte per convincere e corrompere delegati non avevano fatto altro che far respingere la mozione a favore della guerra da parte dei comizi centuriati. Senza il loro supporto, il Senato non avrebbe potuto ordinare alle legioni di salpare per l'Illiria e la Macedonia. Solo un voto capace di rovesciare gli esiti del primo risultato avrebbe permesso a Galba di mettere in moto il suo piano. Evitare che ci riuscisse, ostacolando cos la sua legislatura come console, era stato il compito su cui Flaminino si era concentrato negli ultimi mesi. Le sue spie, che ora comprendevano decine di ex soldati, lavoravano dall'alba al tramonto. Con una combinazione di persuasione, corruzione e intimidazione, erano riuscite a far restare la maggioranza dei comizi centuriati dell'idea che la guerra non si dovesse fare.
Mancavano due giorni all'importantissima seconda votazione. Se la mozione a favore della guerra fosse stata di nuovo rigettata, Galba sarebbe diventato un console inerme. E questo era il pi grande desiderio di Flaminino. Voleva che il suo rivale fosse umiliato e privato della possibilit di sconfiggere la Macedonia. L'inverno seguente, Flaminino, che, agli di piacendo, sarebbe stato il nuovo console, si sarebbe assicurato di rendere di nuovo presente la minaccia macedone, facendo diventare fondamentale la necessit di un'immediata azione militare. Corrotti dal suo denaro, i membri dei comizi centuriati alla fine avrebbero votato a favore della guerra. Il glorioso compito di sconfiggere Filippo, e ottenere una fama non seconda a quella di Alessandro, sarebbe stato suo.
Se solo fosse cos semplice, pens Flaminino. Anche gli uomini di Galba stavano facendo di tutto per portare dalla sua parte i comizi centuriati. Non passava giorno senza che lui ricevesse rapporti che parlavano di pagamenti maggiori dei suoi. Gli scagnozzi di Galba, inoltre, non si facevano scrupoli a usare le minacce e a passare alle maniere forti: diversi membri dell'assemblea leali a Flaminino erano stati picchiati con ferocia.
Devo rispondere a tuo fratello, padrone?, chiese Pasione.
S. Digli di smetterla di bere e di fare ci che gli ho ordinato, maledizione. Ho bisogno di pi informazioni, e non su vigne o ragazzini.
Pasione si limit a inarcare un sopracciglio. Come vuoi, padrone.
C' qualcuno alla porta. Trace, la guardia del corpo che, non a caso, veniva dalla Tracia, proveniva dall'ingresso della villa.
Chi ?, volle sapere Flaminino.
Dei veterani.
Erano venuti parecchie ore prima del momento in cui Flaminino si degnava di ricevere i suoi agenti per ascoltare i loro rapporti. Falli aspettare, ribatt, con un'occhiataccia.
Trace spost il peso da un piede all'altro. Non sono contenti.
Il sole  caldo. Non c' ombra. Ma cosa me ne importa?, scatt Flaminino.
Non  questo. Dicono che loro compagno  morto. Ucciso. Trace pronunci l'ultima parola in modo piuttosto contorto, ma comunque comprensibile.
Per Ade, pens Flaminino, spingendo via la sedia. Per oggi il lavoro d'ufficio pu bastare.
Ci sono molte altre lettere, padrone, disse Pasione.
Attenderanno. Punt verso l'entrata, con Trace alle calcagna. Nell'atrio, si inchin per un attimo davanti alle maschere funerarie dei suoi antenati. Qualunque cosa stesse per ascoltare, non erano buone notizie, e avrebbe avuto bisogno di tutto l'aiuto possibile. Quanti sono?
Trace cont sulle dita. Sei.
Flaminino aveva molti pi uomini a lavorare per lui; quelli dovevano essere i capi. Lasci che Trace guardasse fuori, prima di uscire allo scoperto. Osservandolo di sottecchi, i veterani si alzarono dalla panca posizionata fuori dalla porta. Lui accolse i loro saluti, ma not subito che Ciclope, un tipo loquace con un occhio solo, non c'era. Trattenendo le domande, Flaminino li condusse all'ombra dell'atrio; alle sue spalle, Trace chiuse a chiave la porta. I sandali chiodati dei veterani risuonarono sul pavimento a mosaico. Entrando nell'ufficio, il padrone di casa si sedette sullo sgabello militare in ferro che era stato di suo nonno. Flaminino l'aveva preso dalla casa in cui era cresciuto: lo aiutava a ricordare il suo sogno di condurre un esercito in battaglia.
Inarc un sopracciglio, osservando gli uomini, che si erano riuniti in semicerchio intorno a lui, e lo guardavano, tesi. Dov' Ciclope?.
I veterani si scambiarono un'occhiata. Uno fece cenno al pi anziano, un tipo segaligno con la pelle secca.
Ciclope, signore? Ecco, lui....
Comprendendo cosa fosse successo, Flaminino imprec.  lui quello che  rimasto ucciso.
Il veterano dalla pelle secca fiss il pavimento. S, signore.
Si  fatto male qualcun altro?
S, signore. Anche il suo compagno  stato aggredito.  vivo, ma sarebbe stato meglio il contrario, povero bastardo. Sembra che gli abbiano spaccato la testa a colpi di bastone.
Flaminino trattenne la domanda che gli era salita alle labbra. Uomini come quelli non avevano il denaro per comprarsi un pitale, figurarsi per un chirurgo. Far in modo che venga visitato.
Ci fu un coro di cenni di ringraziamento.
Ma cosa  successo, in nome di Giove?. Flaminino riteneva di conoscere gi la risposta, ma voleva sentirla dalle voci dei veterani.
Non ne siamo sicuri, signore.... Pelle Secca guard i compagni per avere una conferma. Ma pensiamo che siano stati gli uomini di Galba. Li incontriamo sempre nelle taverne: mentre noi parliamo e paghiamo per conto tuo, loro lo fanno per Galba.
E vi eravate anche gi scontrati con loro. Flaminino ricordava bene di aver ordinato agli uomini di evitare guai, dopo un incidente accaduto un mese prima.
Non pi, da quando ci avevi detto di evitare guai, signore. Ciclope non era neanche il tipo da attaccare briga, con quell'occhio solo che si ritrovava e tutto. Quando abbiamo trovato lui e il suo amico, ieri notte, abbiamo pensato che fossero stati aggrediti da dei tagliaborse. Ma subito dopo abbiamo incrociato un gruppo di uomini di Galba, che ridevano e facevano commenti. Hanno detto che non saremmo dovuti andare in giro a coppie, e cose del genere. Il veterano riusc infine a incrociare lo sguardo di Flaminino. Hanno detto che altri di noi moriranno, signore.
E voi cosa avete fatto?
Ce ne siamo andati, signore. Eravamo in inferiorit numerica, e loro erano armati di bastoni.
Armatevi anche voi, ribatt Flaminino, pensando: Ti batter al tuo stesso gioco, Galba.
Ma, in fondo al cuore, non ne era poi cos sicuro.
Due giorni dopo, migliaia di cittadini romani si radunarono a Campo Marzio, fuori dalle mura. Flaminino era l con suo fratello, a osservare, come tutti gli altri, un vasto gruppo di uomini separati dagli spettatori da un'ampia area recintata. Erano i rappresentanti delle trentacinque trib della Repubblica, organizzati in trecentosettantatr centurie, e selezionati in base alle loro propriet. I membri dei comizi centuriati stavano discutendo tra loro; poi ci sarebbe stato il discorso di Galba, e infine gli uomini di ogni centuria avrebbero votato se Roma dovesse o meno muovere guerra alla Macedonia. La decisione di ogni centuria sarebbe stata considerata un voto, nel conteggio totale delle trecentosettantatr centurie.
Il caldo era soffocante, con il sole che splendeva alto in un cielo di un azzurro brillante. Non c'era alcun riparo. Pi nervoso di quanto volesse ammettere, Flaminino approfitt pi volte dei venditori di vino che si aggiravano tra la folla. Anche Lucio lo fece, e fu lui, alla fine, a tirare fuori l'argomento che pesava sui pensieri di entrambi. Come andr la votazione, fratello?
Solo gli di lo sanno, borbott Flaminino. I suoi veterani avevano avuto la meglio in diversi scontri violenti con gli uomini di Galba, ma non poteva sapere se questo potesse influenzare la decisione dei comizi centuriati che stavano per votare. E i discorsi che riguardavano eserciti stranieri sul suolo italiano, madri e sorelle stuprate e templi distrutti erano quasi impossibili da contrastare. Dopo gli anni bui della costante minaccia di Annibale, il popolo era cauto, e si impauriva in fretta.
Pass del tempo, e la temperatura si alz ancora di pi. Accaldato e a disagio, Flaminino iniziava a sentirsi sempre pi impaziente, quando, controllati dai littori, i membri delle centurie si divisero nei rispettivi raggruppamenti. Capendo che Galba stava per arrivare, la gente inizi a gridare e applaudire. Il console si fece vedere poco dopo, accompagnato da diversi senatori, sacerdoti e altri littori.
Flaminino fu colto da un lampo di invidia. Se le cose fossero andate in modo diverso, sarebbe stato lui ad arrivare, acclamato dalla folla. Si sent meglio, tuttavia, quando inizi a sentire grida, rivolte a Galba, che dichiaravano la guerra inutile. Non tutti erano stati convinti, a quanto sembrava.
Un silenzio carico di aspettativa cal sui presenti, mentre Galba e i suoi accompagnatori raggiungevano la sella curule, il punto da cui il console si rivolgeva all'assemblea. Furono i sacerdoti i primi a parlare, dichiarando che i presagi per l'assemblea di quel giorno erano favorevoli. Gli di approvavano. Un tiepido applauso accolse l'annuncio: tutti volevano sentire il discorso di Galba, compreso Flaminino. Da quelle parole, con tutta probabilit, sarebbe dipesa una guerra contro la Macedonia.
Infine, il console si fece avanti. Cal un silenzio di tomba. In contrasto con la sua magrezza, la voce di Galba era potente e armoniosa, e attirava l'attenzione di tutti. Per prima cosa, il console ringrazi gli di e onor i membri dell'assemblea come fieri cittadini di Roma, uomini coraggiosi che per lunghi anni avevano combattuto contro Annibale. Lui, Galba, comprendeva che, dopo i tanti sacrifici del recente conflitto, si fossero sentiti riluttanti a condurre la Repubblica in un'altra guerra. A quelle parole, molti annuirono, e la speranza di Flaminino si fece pi forte, ma solo per essere schiacciata poco dopo.
A me sembra, cittadini, esclam Galba, che non capiate che la domanda non sia se sia da scegliere la pace o la guerra: Filippo non vi permetter di decidere, visto che si sta preparando a muovere guerra sia per terra che per mare. No, la domanda che dobbiamo farci  se mandare le legioni in Macedonia, oppure tenerle in Italia per affrontare qui il nemico. E la differenza  sostanziale; l'avete visto nella recente guerra punica. Chi di voi dubita che, se, quando i Saguntini erano assediati e ci hanno chiesto aiuto, noi avessimo subito mandato loro un esercito, saremmo riusciti a spostare l'intera guerra in Spagna? Invece, ritardando l'intervento, abbiamo permesso ai Cartaginesi di arrivare in Italia, subendo gravissime perdite.
Non era tutto cos ovvio e netto come diceva Galba, consider Flaminino, frustrato. All'inizio della guerra, Annibale aveva attaccato Sagunto sapendo benissimo che le legioni romane erano in Illiria. Anche se il Senato avesse mandato l'esercito in Iberia, non sarebbe mai arrivato in tempo per evitare la caduta della citt. Era anche poco sincero suggerire che quelle legioni sarebbero riuscite a impedire ad Annibale di marciare sull'Italia.
Pochi semplici cittadini, tuttavia, erano in grado di capirlo. Intorno a Flaminino, la gente annuiva, dando ragione a Galba, e urlando che la vergogna di lasciare Sagunto al suo destino non doveva ripetersi, e che gli alleati di Roma in Grecia dovevano essere protetti dalle mire di Filippo a ogni costo. Essendo troppo lontano, Flaminino non poteva vedere come stessero reagendo i membri dell'assemblea, ma sapeva che erano suggestionabili come qualsiasi altro uomo.
Galba continu: Vogliamo esitare anche adesso, come abbiamo fatto quando Annibale ha portato la guerra in Italia? Permetteremo a Filippo, con il recente attacco ad Atene, cos come lo abbiamo permesso ad Annibale quando ha conquistato Sagunto, di vedere quanto siamo lenti a reagire? Non succeder in cinque mesi, come quando Annibale ha superato le Alpi dopo aver catturato Sagunto, bens in cinque giorni. Perch  cos breve, il viaggio: cinque giorni, e Filippo potrebbe raggiungere l'Italia!.
S, con forse un centinaio di navi, disse Flaminino a Lucio. O duecento al massimo. Non sarebbe mai una vera minaccia per la Repubblica.
La folla, tuttavia, ebbe un fremito di preoccupazione. La gente mormorava. Ricordate Annibale?, li sent dire. Ci sono voluti diciassette anni per battere i gugga.
Guerra! Guerra! Guerra!.
Il coro prese vita da qualche parte alle spalle dei due fratelli, e si diffuse in un attimo. Sorridendo, Galba fece una pausa, lasciando che le voci si propagassero in tutto il Campo Marzio, verso le mura di Roma. Quando sollev le mani, l'effetto fu quasi magico: il silenzio torn a calare sulla folla.
Quel bastardo li ha conquistati, pens Flaminino.
Lucio era della stessa opinione. Se continuer cos, i comizi centuriati voteranno per lui, mormor.
Flaminino ascolt con rabbia crescente Galba che paragonava Filippo a Pirro, re dell'Epiro, dicendo che in realt lui era molto pi pericoloso, perch aveva un esercito pi vasto a disposizione. Parl pi volte delle popolazioni dell'Italia meridionale che parlavano greco e che si erano alleate con Annibale. Quella gente non mancava mai di ribellarsi, se c'era un nemico a portata di mano con cui allearsi, dichiar Galba con passione.
Facciamo in modo che sia la Macedonia, e non l'Italia, a subire una guerra; facciamo in modo che siano le fattorie e le citt del nemico a essere messe a ferro e fuoco. Sappiamo gi che le nostre legioni sono pi fortunate e potenti fuori dall'Italia. Andate a votare, dunque, con la benedizione degli di, e sostenete la proposta del Senato. Non  soltanto il console a sostenere quest'opinione davanti a voi: gli di immortali la favoriscono, perch, quando ho offerto sacrifici e preghiere perch questa guerra fosse vittoriosa per me, per il Senato e per voi, per gli alleati e la confederazione latina, e per le nostre flotte e le nostre armate, i segni sono sempre stati favorevoli e propizi. Galba sollev un pugno al cielo e url: Guerra!.
La folla impazz: guerra! guerra! guerra!.
 finita, mormor Flaminino con amarezza.
Temo tu abbia ragione, fratello. Lucio fece un cenno a un venditore di vino e si fece riempire due coppe.
Ne svuotarono diverse altre, prima che i voti dei comizi centuriati fossero contati. Essere mezzo ubriaco non aiut Flaminino quando sent che ben trecentocinquantaquattro voti erano a favore della mozione del Senato per la guerra. Fu lieto di essere nascosto tra la folla, dove Galba non poteva vederlo. Non avrebbe sopportato di vederlo esultare davanti a lui come aveva fatto alle elezioni consolari.
Si unirono alla gente che lasciava Campo Marzio. Mentre Lucio parlava di annegare i dispiaceri nel vino, Flaminino rest pensieroso. Galba era console, e la Repubblica sarebbe andata in guerra contro la Macedonia, ma niente di tutto questo avrebbe impedito a lui di continuare a contrastare il suo nemico. Pens a Ciclope e al suo compagno, anche lui morto dopo poco. Sei stato tu il primo a far scorrere il sangue, Galba, e forse sei riuscito a spaventare abbastanza quegli sciocchi dei centuriati da farli votare come volevi. Ma questo non significa che avrai successo. Un vago sorriso si fece strada sul volto di Flaminino. Era il momento di mettere al lavoro la sua rete di spie in Grecia.
Non si sarebbe fermato davanti a nulla, pur di mettere i bastoni tra le ruote a Galba.
Neanche davanti al tradimento.

Capitolo 15.

Esterno della citt di Abido, sulla costa meridionale dell'Ellesponto.

Vestito di un semplice chitone da soldato, Filippo si aggirava in mezzo all'accampamento dell'esercito. La notte era calata da un pezzo, e lui si era lasciato di nascosto alle spalle la sua grossa tenda soffocante e, almeno per un po', le responsabilit. All'aria aperta si respirava meglio, e le zanzare, un vero flagello, a Pella, erano state spazzate via dalla brezza di mare. Quando fosse stato il momento, decise il re, avrebbe dormito sotto le stelle, come facevano molti soldati.
Le cose stavano andando bene, riflett, meglio di quanto non fossero andate dalla perdita delle Cicladi, che tanto aveva faticato per conquistare. Quasi venti citt erano cadute, nel corso della sua rapida avanzata, dapprima nel sud-est della Tracia, e poi lungo la stretta penisola che formava la costa settentrionale dell'Ellesponto. Egizie per la gran parte, le citt gli permettevano di aumentare il controllo sul fondamentale braccio di mare. In cerca di ulteriore successo, Filippo aveva condotto l'esercito attraverso l'Asia Minore, una decina di giorni prima.
Il suo umore rischi di guastarsi, tuttavia, quando alz lo sguardo sulle mura di Abido, a una mezza dozzina di stadi di distanza. Il rifiuto di arrendersi della citt non l'aveva sorpreso; era stato ben pi inaspettato, invece, il successo delle sue difese. L'assalto iniziale di Filippo dal mare era stato respinto da un violento attacco con le catapulte e dall'arrivo, come dal nulla, di due navi da guerra nemiche. Un vascello macedone era stato affondato, due catturati e altri danneggiati. Le perdite erano state ingenti. Eraclide  uno sciocco poco incisivo, pens Filippo, e non era la prima volta che si trovava a pensarlo. Il suo ammiraglio non poteva essere tuttavia incolpato per le brutte notizie che erano arrivate subito dopo: Abido non aveva ottenuto soltanto delle navi, ma la sua guarnigione era stata rinforzata con truppe di Rodi e Pergamo.
Imperterrito, Filippo aveva inviato degli uomini a scavare sotto le mura della citt, e quella strategia aveva funzionato. Erano passati tre giorni, e i suoi ingegneri avevano distrutto le fondamenta di una sezione abbastanza vasta delle mura di Abido da farle crollare. Non l'aveva sorpreso il fatto che i difensori avessero costruito una seconda fila di mura dietro alla prima, ma erano molto pi deboli, e sarebbero crollate al successivo assalto, che sarebbe avvenuto all'alba. Quella notte, il re aveva concesso ai soldati una serata di libert, insieme a una buona razione di vino.
Il che conduceva alla sua presenza l. Spostandosi da un fuoco da campo all'altro, finch la luna non fu alta nel cielo, Filippo disse ai suoi uomini che Abido sarebbe caduta entro il successivo tramonto. E ci sar un ricco bottino per tutti!. Con i volti arrossati dal vino e dal caldo, i soldati gridavano e cantavano. Felice che il morale fosse alto, Filippo pass del tempo a bere con alcuni falangisti. Dopo diverse coppe di vino, si conged e si allontan. Il giorno seguente sarebbe stato molto importante.
Filippo dorm come un bambino, alzandosi prima del sole. Una piacevole colazione a base di pane, formaggio e fichi fu interrotta da una delle sue guardie del corpo. C'era un messaggero proveniente da Abido. Il re nascose la sorpresa. A piedi nudi, vestito soltanto del chitone, usc dalla tenda e trov le guardie intorno a un uomo di mezza et, dall'espressione orgogliosa, che indossava un'armatura parecchio consumata. I segni sulla corazza e sull'elmo facevano capire che non aveva paura di combattere, e sfoggiava una fasciatura sull'avambraccio destro.
Filippo lo guard da capo a piedi e sbuff. E tu saresti?.
L'uomo si inchin. Filocrate, maest, comandante della guarnigione di Abido.
E sei venuto a dichiarare la resa della citt?
S, maest, se ci concederai ci che chiediamo.
Avete delle richieste?. Filippo non riusc a mascherare l'incredulit nella voce.
S, maest. Lo sguardo di Filocrate non si abbass.
E sarebbero?
Che le navi dei nostri alleati possano uscire senza essere attaccate dal porto. E che i soldati di Pergamo e Rodi nella guarnigione possano andarsene liberi. Le nostre donne non devono essere stuprate e i nostri soldati devono poter mantenere il possesso delle armi.
Le intenzioni di Filippo erano state quelle di lasciar andare almeno un po' dei soldati nemici; ricordava bene il comportamento del suo esercito a Chio, e voleva evitare anche saccheggi e stupri, ma la sfrontatezza di Filocrate era sconvolgente. Quell'uomo poteva anche essere coraggioso, ma si comportava come fosse un vincitore.
Filippo inarc un sopracciglio. Altro?.
Filocrate avvamp appena. No, maest.
E se le vostre condizioni fossero inaccettabili?.
Filocrate si raddrizz un po' di pi. Allora, continueremo a combattere, maest.
Abbatteremo presto le vostre mura interne.
Ma prima che accada, uccideremo tutte le donne e i bambini, maest, e distruggeremo tutti gli oggetti di valore. E poi, noi uomini combatteremo fino alla morte.
Respingo tutte le vostre condizioni, dichiar Filippo.
Filocrate sembr sorpreso, ma poi serr le mascelle. Posso chiederti perch?
Quella latrina della vostra citt sta per crollare, e tu vieni qui a dire a me come volete essere trattati? Togliti dalla mia vista. Senza guardarsi indietro, Filippo torn alla sua colazione. Nonostante l'apparente sicurezza, si sentiva divorare dalla frustrazione. Lo scontro con Abido sarebbe stato l'ultimo di quell'anno. L'autunno stava arrivando e lui non aveva abbastanza fanti o cavalieri per conquistare altre regioni dell'Asia Minore. Consolidare le forze ai due lati dell'Ellesponto sarebbe stata la politica migliore da seguire, assicurandosi che non cadessero di nuovo in mano ai nemici, come era accaduto con le Cicladi.
C'era molto di cui essere grati, decise Filippo. Quella breve campagna avrebbe dato presto i suoi frutti. Privi dei raccolti estivi, che in gran parte sarebbero dovuti passare per gli stretti dell'Ellesponto, gli Ateniesi sarebbero venuti strisciando a chiedergli la pace. Oppure sarebbero morti di fame nel successivo inverno.
In ogni caso, lui avrebbe vinto.
Due giorni dopo, Abido continuava a resistere, appesa a un filo. I lunghi assalti degli uomini di Filippo, il giorno prima, avevano incontrato una strenua resistenza, ma dei bifolchi male addestrati e qualche soldato di Rodi e Pergamo non avevano alcuna possibilit contro le migliori truppe del re. Le perdite, tra i difensori, erano state enormi: nel tardo pomeriggio, gli ufficiali superiori di Filippo avevano calcolato che i tre quarti della guarnigione dovevano essere stati eliminati. Eppure, gli abitanti non si arrendevano. Lanciando tegole e combattendo anche con attrezzi agricoli, avevano resistito finch la luce non era scomparsa dal cielo a ovest.
Furioso per il fallimento dei suoi uomini, Filippo aveva dato l'ordine di ritirarsi. Per evitare tentativi di fuga, aveva fatto accendere dei fuochi di sorveglianza tutt'intorno alla citt, mentre le navi erano ancorate all'imbocco del porto. Filocrate era uscito dalla citt dopo il tramonto, con il ramo d'olivo tipico del messaggero in una mano. Pi umile della prima volta, insanguinato e dall'aria sconfitta, era crollato in ginocchio, chiedendo piet. Infuriato per la testardaggine dei difensori, Filippo non gli offr nulla, tranne un vago Ci penser. Aveva gi deciso di risparmiare gli abitanti di Abido, colpito dal loro coraggio, ma a Filocrate non disse nulla. Che ci pensino per tutta la notte, aveva pensato.
L'alba era giunta da un'ora, e le truppe di Filippo erano pronte a lanciare l'ultimo assalto. Prima che fosse dato l'ordine, il re era venuto a osservare Abido da vicino. Spost lo sguardo sui bastioni e sulla spaccatura causata dai suoi ingegneri. Non c'era quasi nessun difensore in vista; forse un uomo ogni venti passi. Il re sorrise. I suoi soldati non avrebbero dovuto fare altro che scalare le mura e la citt sarebbe infine stata sua.
Trombettieri, ordin Filippo.
Gli uomini, in attesa l accanto, portarono le trombe alle labbra.
Un improvviso baccano si lev tra i soldati sulla spiaggia. Filippo aggrott la fronte. Una nave stava risalendo lo stretto braccio di mare, proveniente dall'Egeo. I remi si tuffavano nell'acqua con rapida regolarit: la nave andava di fretta. Preoccupato che fosse una delle sue, e che portasse notizie urgenti dalla Macedonia o da uno dei suoi forti in Asia Minore, ordin ai trombettieri di attendere.
Scoprite cosa sta succedendo, ordin.
Con grande sorpresa, Filippo venne a sapere che era giunta una nave romana. Romana, nientemeno! A bordo c'era un rappresentante del Senato che chiedeva udienza al re.
La rabbia di Filippo stava arrivando a livelli vulcanici; quasi non vide davanti a s lo sfortunato latore di quelle cattive notizie. Il suo generale Nicanore gli aveva riferito l'ultimatum dei Romani diversi mesi prima. Erano richieste ingiuste e prive di ogni diritto, perci Filippo le aveva del tutto ignorate. Preso dalla sua campagna in Propontide e in Asia Minore, non ci aveva pi pensato. A quale scopo, si domand, i Romani avevano deciso di fargliele avere di persona? L'idea di rimandare al Senato la testa dell'ambasciatore come unica risposta lo solletic, in quel momento. Ma Filippo non l'avrebbe mai fatto: era un re, non un selvaggio. Tuttavia, per gli di, avrebbe dimostrato che non era bene pestargli i piedi.
Portatelo da me, ordin. Che questo cane veda di cosa sono capace, pens, fissando le mura crollate di Abido.
L'ambasciatore arriv poco dopo, accompagnato da quattro legionari e da una ventina di Compagni di Filippo. Era un uomo basso, dai capelli arruffati; nonostante il caldo e la sporcizia, la sua toga bianca era immacolata. Forse sui trent'anni, aveva i tipici modi spavaldi della classe senatoria romana. Avanzando in mezzo ai suoi uomini e ai Compagni preoccupati, raggiunse Filippo. Non ci fu alcun inchino di rispetto, neanche un cenno del mento.
Sei Filippo?
S, sono io, rispose il re, in tono gelido. Di, quanto  rozza questa gente. E tu saresti?
Mi chiamo Marco Emilio Lepido. Sono....
Chi?
Marco Emilio Lepido. Sono un membro dell'ambasciata che ha parlato con il tuo generale Nicanore qualche mese fa.
Filippo accenn un gesto vago, soddisfatto al vedere le labbra di Lepido serrarsi.
Ricordi il messaggio che gli abbiamo riferito?
S. Stavate interferendo con gli affari della Macedonia, perci non vi ho prestato ascolto.
Le tue truppe hanno attaccato subito l'Attica, e ci  sembrata una risposta sufficiente.
Filippo lanci a Lepido uno sguardo che diceva: Cosa vi aspettavate?. E dunque, sei qui per dirmelo di persona?.
Esatto.
Avresti fatto meglio a ripetere le richieste, perch ho dimenticato i dettagli, comment Filippo, con noncuranza. Stava mentendo, e lo sapevano entrambi, ma quell'affermazione irrit Lepido ancora di pi, ed era quello il suo scopo.
Non devi pi muovere guerra a nessuno degli stati greci. I danni che hai causato al re Attalo di Pergamo dovranno essere stabiliti da un tribunale neutrale, che calcoler le necessarie riparazioni. Lepido fece una pausa, per poi aggiungere: Se non lo farai, Roma dichiarer guerra alla Macedonia.
Filippo avrebbe voluto staccargli la testa dalle spalle, ma si limit a ringhiare: Sei venuto qui a dire al re di Macedonia come dovrebbe governare?
Lo faccio con l'autorit conferitami dal Senato.
E da quando Roma ha giurisdizione sulla Macedonia?
Forse avresti dovuto pensarci prima di allearti con Annibale, quindici anni fa.
Per il Tartaro, Filippo avrebbe desiderato che quel trattato con il generale cartaginese avesse condotto a qualcosa di pi. Insieme, avrebbero potuto cambiare le sorti della guerra, sconfiggendo la Repubblica. Fulmin Lepido con lo sguardo.
E c' dell'altro.
Dell'altro?, sbott Filippo, perdendo per un attimo il controllo.
Lepido indic le mura di Abido. Devi smettere subito di attaccare le citt sotto il controllo di Tolomeo d'Egitto, e restituirgli i territori e le citt che gli hai portato via. Il tribunale gi menzionato si occuper anche di valutare i danni che hai causato a Rodi.
Dire a un re - a lui - cosa dovesse o non dovesse fare era un atto di sconvolgente spavalderia e sicurezza. Filippo si sent riempire la bocca di un sapore amaro. Non temeva il confronto, ma dietro al Senato c'erano le legioni, indurite dalla lunga guerra contro Cartagine. Ora che quelle ostilit erano finite, l'intera forza militare della Repubblica poteva essere scatenata contro di lui. Simili prospettive erano preoccupanti. Sarebbe stato prudente evitare la guerra, consider Filippo, ma i modi boriosi e arroganti di Lepido erano insopportabili.
Filippo tent ancora. I nostri popoli sono rimasti in pace per molti anni.
Le tue ostilit sono inaccettabili.
Le sue campagne militari non avevano il minimo impatto sulla Repubblica, pens Filippo. I Romani non stavano mostrando il minimo riguardo per i termini del trattato tra loro.  stata Rodi a cominciare, dichiar. Sono stati loro ad attaccare per primi i miei territori.
E cosa mi dici degli Ateniesi? E degli abitanti di Chio, e ora di quelli di Abido? Anche loro ti hanno attaccato per primi?.
Colto di sorpresa, Filippo domand: Quindi, ora Roma  diventata protettrice della Grecia, senza pi considerare ogni precedente alleanza o trattato? Roma decide cosa  giusto e cosa  sbagliato?.
Le labbra di Lepido si arricciarono in un sorriso di scherno. Qualcosa del genere.
Alla furia di Filippo, quasi insostenibile, si sostitu un'improvvisa e strana calma. Abbassarsi ad accettare simili oltraggiose richieste era fuori discussione. Era Roma a essersi intromessa, non lui, in quel caso. Perdoner il tuo comportamento altezzoso per via della tua giovane et e dell'ovvia inesperienza diplomatica che dimostri, ma, soprattutto, perch sei Romano. Ho imparato a non aspettarmi altro, dal tuo popolo. Chiedo alla Repubblica di non violare il trattato in essere con la Macedonia, e di non dichiararmi guerra. Se lo far, non trover nemico pi acerrimo di me.
Lepido annu, come se non fosse affatto preoccupato. Sono le tue ultime parole?
S.
Allora addio. L'uomo accenn un vago inchino e si ritir verso i suoi uomini. Affiancati dai Compagni, tornarono alla loro nave.
Filippo port lo sguardo al cielo. Zeus Soter, avr bisogno del tuo aiuto, nei mesi e negli anni a venire. Non ci fu risposta, ma il re non si disper. Dall'inizio del suo regno, la guerra era stata la sua unica realt.
Non avrebbe evitato uno scontro proprio adesso.

Capitolo 16.

Via Appia, Italia sudorientale, estate del 200 a.C.

Con i piedi che facevano male, scottati dal sole e coperti di polvere, Felice e Antonio procedevano lungo la strada, in mezzo alla folla. Intorno a loro c'erano file di gente appiedata, carri di mercanti e di contadini, e uomini a cavallo. La strada per Brindisi era affollata da giorni, e sembrava che mezza Italia volesse raggiungere il grosso porto che sarebbe servito come punto di partenza per l'attacco contro la Macedonia. I messaggeri si muovevano in entrambe le direzioni, portando ordini da Roma e risposte dai comandanti di stanza a Brindisi. Almeno tre volte al giorno, le trombe squillavano, chiedendo spazio per il passaggio di unit militari: a volte un manipolo di legionari, altre volte truppe ben pi numerose.
I due fratelli voltavano sempre altrove il viso, finch tutti i soldati non erano passati. Non era cos importante farlo in presenza di squadroni di cavalleria, visto che i nobili prestavano ben poca attenzione ai viaggiatori, tuttavia, per sicurezza, lo facevano comunque. Come Antonio aveva dichiarato, all'inizio del loro lungo viaggio da Roma, non aveva senso sfidare Fortuna pi di quanto non avessero gi fatto. Dovevano evitare soldati e cavalieri, a meno che non avessero alternative. Felice era stato d'accordo.
Sulla Via Appia non era difficile, ma ogni sera la loro tattica si faceva pi problematica. La gran parte delle locande sulla strada era piena zeppa di ex soldati come loro, pronti a riarruolarsi. Temendo di essere riconosciuto, Felice aveva insistito perch passassero le prime notti all'aperto. Ma dopo essere stati sorpresi da un acquazzone mattutino, il secondo giorno, ritrovandosi fradici e infreddoliti, aveva ceduto alla decisione di Antonio di aggirare una delle taverne, ogni sera, e pagare per avere un posto tranquillo per dormire, lontani dagli altri viaggiatori.
Se berremo poco e ce ne staremo per conto nostro, andr tutto bene, aveva borbottato Felice, elevando l'ennesima preghiera a Fortuna.
Si guard intorno con cautela. Davanti a lui, un contadino strabico con un carro carico di ortaggi fischiettava la stessa canzoncina stonata che stava ripetendo ormai da miglia. Dietro di lui, un bruto con il cranio rasato e una mazza in spalla avanzava in testa a una fila di schiavi dall'aspetto miserevole, legati insieme da una corda intorno al collo. Tre altre guardie, altrettanto poco raccomandabili, chiudevano la fila. Accanto ai fratelli procedeva un uomo scarno con una tunica consunta. Il cappello unto dalla punta tondeggiante lo identificava come indovino; spesso beveva qualcosa da una fiasca di pelle, e altrettanto spesso si produceva in sonori rutti. Era accompagnato dal ragazzo pi magro che Felice avesse mai visto, un mucchio di membra ossute e giunture appuntite sormontato da una massa di capelli neri e ricci.
Il ragazzino not il suo sguardo e sogghign. Sei un soldato?.
Felice gli lanci un'occhiataccia e distolse lo sguardo, ma ormai era troppo tardi. L'indovino aveva sentito. Nonostante il rossore tipico dell'ubriacone in faccia e un alito capace di far rivoltare lo stomaco a chiunque, aveva occhi piccoli e acuti. Che fate, ragazzi, andate ad arruolarvi nelle legioni?.
Felice si scambi uno sguardo con Antonio, che si strinse appena nelle spalle. Mentire sarebbe stato inutile: erano due giovani sani e forti, e stavano andando verso Brindisi. S, se ci vorranno, dichiar.
Giovani grandi e forti come voi saranno ottimi soldati, li adul l'indovino. Dovete aver gi combattuto prima, nella guerra contro Annibale, giusto?
Gi. Non era un'informazione che Felice avrebbe voluto far sapere a tutti, ma i sandali chiodati e i pugnali lo facevano capire con facilit. Iniziava gi a sentire l'irritazione del mercante di schiavi alle sue spalle; il contadino aveva smesso di fischiare e li stava di sicuro ascoltando. Per qualche anno.
E ora tornate ad arruolarvi, esclam l'indovino, tutto contento, gi intravedendo una possibilit di fare affari.
Non vogliamo che ci legga il futuro, borbott Felice.

L'indovino non lo consider neppure. Mi basta un asse a testa, e vedr cos'hanno in serbo gli di per voi: in quale legione servirete, e se i vostri ufficiali saranno o no dei bastardi.
Sono tutti dei figli di puttana, si sa, scatt Antonio, facendo scoppiare a ridere il mercante di schiavi e il contadino.
Per sei assi, vi far conoscere i pericoli che affronterete in Illiria e in Macedonia, continu l'indovino, mettendosi davanti ai due fratelli e dando le spalle alla direzione per Brindisi.
Il ragazzino si fece avanti, giurando che le previsioni di suo padre erano sempre infallibili. Lo dicono in tutte le citt, afferm.
Comprate una gallina nella prossima fattoria che supereremo, e dal suo fegato scoprir se entrambi sopravvivrete a questa guerra. Vi coster un denario, ma per tutti e due. Non troverete un'offerta migliore!.
Se avessimo dei soldi, non torneremmo nel dannato esercito. Felice agit un braccio. Lasciaci in pace. Il ciarlatano sarebbe stato in grado di predire il loro futuro quanto Felice di volare, ma quelle chiacchiere incessanti gli avevano ricordato il pericolo in cui si trovavano al momento: non solo da parte del nemico, ma anche del loro stesso esercito.
L'indovino not l'espressione cupa dei due fratelli. Ma certo, signori. Se doveste cambiare idea, non dovrete fare altro che chiedere.
Antonio moll una gomitata a Felice, che riusc a trattenere commenti furiosi.
Non dargli altri motivi per ricordarsi di noi, borbott.
D'accordo, d'accordo. Felice si sent sollevato, quando l'indovino not una bancarella che vendeva del vino e corse a riempirsi la fiasca di pelle quasi vuota.
Nuove preoccupazioni riguardo ai rischi che stavano correndo continuarono ad angosciare Felice per il resto della giornata; le stesse che vedeva anche negli occhi di Antonio. La curiosit dell'indovino non sarebbe stata nulla, a confronto dell'interesse che un centurione avrebbe potuto avere verso di loro, quando si fossero arruolati. Se avessero detto senza volerlo una singola cosa sbagliata, per esempio nominando un'unit di una legione nota al centurione, o se qualcuno avesse sentito Felice gridare il nome di Ingenuo o di Matone, come spesso gli accadeva quando aveva gli incubi, sarebbero stati scoperti in un batter di ciglia. E allora, sarebbero stati il fustuarium, la crocifissione, o le bestie feroci pronte a farli a pezzi nell'arena, il loro orrendo destino. Un silenzio angoscioso sostitu le loro precedenti chiacchiere.
Le mura di Brindisi erano ormai in vista, quando Antonio diede voce alla preoccupazione di entrambi. Che stiamo facendo?  una follia, tornare ad arruolarsi.
Felice stava provando la stessa sensazione, ma le alternative erano peggiori. Vuoi forse passare il resto dei tuoi giorni a fare il buttafuori in una merdosa taverna di Roma?.
Antonio scosse la testa.
C' sempre la fattoria. Un lavoro devastante dall'alba al tramonto, ogni mese, quattro stagioni all'anno, per avere ben poco in cambio. Non mi stupisce che i nostri genitori siano morti prima del nostro ritorno. Per Felice, una vita come quella del vignaiolo che avevano incontrato sul cammino poteva essere invidiata, e apprezzata; non certo uccidersi di lavoro per un magro raccolto di grano ogni anno. Non ho passato sette anni nella legione per finire peggio di uno schiavo. Possiamo diventare ricchi, in questa guerra: si fottano i rischi.
I due fratelli procedettero per una cinquantina di passi, poi per cento.
Ebbene?, chiese Felice.
Antonio imprec. Non torner alla fattoria. Almeno, non con i soldi necessari per comprare dei muli e degli schiavi.
Questo  lo spirito, comment Felice, soddisfatto.
La mattina del giorno successivo, i fratelli si recarono nell'ampio tratto di terreno fuori da Brindisi scelto per radunare l'esercito che si andava formando. Degli accampamenti si estendevano ai due lati del rozzo quadrato; al centro, gli stendardi delle legioni mostravano i punti in cui ci si poteva arruolare. Felice e Antonio erano in mezzo a migliaia di potenziali reclute, e sembrava che la met delle legioni di Roma fosse l. Vedere gli stendardi delle legioni che conoscevano fu terrificante; ma, per loro fortuna, li notarono prima di avvicinarsi. Si tennero a distanza da quella zona, controllando i dintorni per evitare di imbattersi in Matone, e puntarono verso il lato opposto dei punti di reclutamento.
L, pensarono, non avrebbero corso rischi.
Il prossimo!. La voce del centurione era calma, ma si fece sentire fino in fondo alla fila.
C'erano forse venti uomini, davanti ai fratelli, ma Felice sent comunque una dolorosa stretta allo stomaco. Il centurione non era Matone, avevano controllato entrambi, ma era difficile immaginare che non fosse lui.
L'uomo davanti a loro avanz di diversi passi, e i fratelli lo imitarono. Il centurione riemp di domande lo sfortunato che aveva di fronte; non riuscirono a sentire n le domande, n le risposte, ma il risultato fu presto chiaro. Sconsolato e con le spalle curve, l'uomo si allontan dal gruppo di coloro che erano stati accettati.
Che ha che non va?, sussurr Antonio.
Non saprei. Felice non aveva notato nessun difetto fisico evidente, che era il motivo pi comune per cui non si era accettati nell'esercito. Forse il chirurgo ha scoperto che non ci vede bene. O magari  troppo vecchio.
Speriamo che al centurione non interessi se zoppico un po'.
L'uomo davanti a loro si gir con un sogghigno, indicando una cicatrice violacea che correva dal lato del ginocchio destro gi fino a met del polpaccio.
Come te la sei procurata?, domand Felice. Combattendo contro Annibale?.
L'uomo ridacchi, sarcastico. S. E non molto lontano da qui. Buffo, no? Mi fa zoppicare, ma sono riuscito a continuare a combattere sino alla fine della guerra. Basso, magro, con gli zigomi alti e un sorriso amichevole, quell'uomo doveva avere pi o meno la stessa et dei due fratelli. Mi chiamo Gaio, ma da quando sono stato ferito, tutti mi chiamano lo Zoppo. A quel punto, tese loro la mano. I fratelli la strinsero.
Felice.
Antonio.
Siete fratelli?.
Felice non aveva mai visto una grande somiglianza tra loro.  cos ovvio?
Avete lineamenti simili, comment lo Zoppo. Siete gi stati nelle legioni?.
Ci siamo, pens Felice, con i nervi a fior di pelle. La risposta di Antonio fu tranquilla, tuttavia. S, per qualche anno. Tu in quale eri?.
Con grande sollievo dei due fratelli, la vecchia unit dello Zoppo non era una di quelle con cui avevano combattuto. Per il momento, la loro storia avrebbe retto. Condividere qualche aneddoto della loro vita nell'esercito li leg di pi, e continuarono a farlo finch l'uomo dietro di loro non si un al discorso. Circa dieci anni pi anziano di loro, con i capelli grigi e radi e le spalle curve, quando gli fu chiesto il nome rispose Fabio. Prima che chiunque potesse commentare, soggiunse con un ringhio: Non ho niente a che fare con Fabio il Temporeggiatore.
Divertito, Felice comment: Deve averlo sentito mille volte, rivolto ad Antonio. La riluttanza di Fabio a essere scambiato con il Temporeggiatore non sorprendeva. Le tattiche caute di Quinto Fabio Massimo contro Annibale erano ancora ricordate con disprezzo.
Fabio era nell'esercito quasi dall'inizio del conflitto con Annibale, ma non fece domande scomode ai due fratelli. I quattro dissero da dove venivano e raccontarono cosa avevano fatto da quando la guerra era finita. Iniziarono a venire fuori aneddoti da taverna, e gli scherzi migliori fatti ai compagni. Prima di quanto si aspettassero, i fratelli si ritrovarono al terzo e al quarto posto nella fila; lo Zoppo era il secondo. Un silenzio nervoso cal su di loro. A nessuno piaceva essere interrogato da un centurione.
Quando arriv il turno dello Zoppo, la sua cicatrice fu ispezionata, e gli fu chiesto di camminare avanti e indietro di fronte al chirurgo greco.
Te la caverai, comment il centurione, quando il chirurgo ebbe annuito. Unisciti al gruppo alle mie spalle. E dai tutte le informazioni all'optio. Va'.
Era il turno di Felice. Con i palmi sudati e la bocca secca, avanz di qualche passo. Un lucido bastone di vimini e un elmo crestato erano sul tavolo davanti al centurione; diverse falere gli decoravano la corazza, e aveva due torque d'argento intorno al collo. Sui quarant'anni, biondo e con il mento volitivo, aveva, come tutti i centurioni, uno sguardo piuttosto intenso. Accanto a lui c'era il chirurgo. Il suo compito, come Felice ben sapeva, era di visitare le reclute per controllare la loro idoneit all'esercito.
Nome?, chiese il centurione. La sua voce profonda era minacciosa quanto quella di Matone.
Felice Cicirro, signore. Quello era il nome di famiglia che i fratelli avevano deciso di adottare.
Il centurione accenn ad Antonio con un dito. E quell'idiota dietro di te  tuo fratello.
S, signore.
Il centurione si rivolse ad Antonio con un cenno del mento. Come ti chiami?
Antonio, signore. Si affianc a Felice. Cicirro, signore.
Il centurione strinse le labbra. Siete per caso dei pagliacci?
No, signore, risposero i fratelli, all'unisono.
Preoccupati che il loro ignominioso congedo fosse scoperto, non avevano pensato che il nome che avevano adottato avrebbe fatto pensare ai noti pagliacci Sarmento e Messio Cicirro. Abbiamo solo la sfortuna di condividerne il nome, signore, soggiunse Felice.
Direi proprio. Il centurione li osserv da capo a piedi. Siete in salute?
S, signore.
Siete stati entrambi legionari, scommetto.
S, signore. Abbiamo servito nell'esercito per sette anni, rispose Felice.
Quindi sapete riconoscere l'elsa di un gladio dalla sua punta, suppongo.
S, signore.
In quale legione eravate?
Nella Dodicesima, signore, dalle vicinanze di Roma. Felice cominci a sentire il battito accelerato alla base della gola, e gli ci volle tutto l'autocontrollo di cui era capace per non abbassare lo sguardo. Se quel centurione era stato nella Dodicesima, o conosceva qualcuno al suo interno, sarebbe stato tutto finito.
La Dodicesima?
S, signore. A Felice sembr di rivedere l'occhio terrorizzato di Ingenuo che lo fissava dal basso, e di sentire il suo cranio schiantarsi sotto i chiodi del suo sandalo. Gli veniva da vomitare. Siamo morti, pens. Morti.
Eravate principes?
S, signore, risposero i fratelli.
Se al chirurgo sta bene, siete dentro. Quando avr finito con voi, andate dall'optio dietro di me. Vi misurer l'altezza e registrer eventuali cicatrici, e poi vi far prestare giuramento di fedelt alla Repubblica. Il centurione accenn un sorriso. Insomma, conoscete le regole.
S, signore. Grazie, signore. Felice e Antonio si scambiarono uno sguardo incredulo e soddisfatto.
Muovetevi, idioti. C' una fila di uomini, dietro di voi, borbott il centurione.
Ringraziandolo ancora, i due si affrettarono a raggiungere lo Zoppo e le altre nuove reclute.
Il centurione diede un ordine. Sebbene la sua voce fosse diversa da quella di Matone, Felice sent di nuovo una morsa allo stomaco. Ce l'avevano fatta, pens, ma quello che avevano superato era solo il primo ostacolo.
Da quel giorno in poi, sarebbero stati in costante, mortale pericolo.

Capitolo 17.

Esterno di Pella, Macedonia.

Il sole aveva raggiunto lo zenit nel cielo autunnale, e, sulla piana fuori dalla citt, Demetrio si stava esercitando con la sua speira. Tutti gli scudi di bronzo erano l, ma non quelli bianchi: le due unit si addestravano a giorni alterni. I falangisti erano l gi da ore, con le chiliarchie che andavano avanti e indietro lungo la piana accanto all'accampamento, per ripetere pi e pi volte la stessa mezza dozzina di esercizi. Il pi comune era quello di marciare in ordine aperto, la formazione usata per avvicinarsi al nemico quando era impossibile o poco pratico far schierare del tutto le speirai. Osservate dagli occhi acuti di Critone, la seconda fila procedeva dietro la prima, la terza dietro alla quarta, e cos via, cos che ogni unit fosse composta soltanto da otto file. Al giusto ordine, le file alternate dovevano riportarsi nella solita posizione, formando la speira pronta al combattimento.
Demetrio aveva perso il conto di quante volte avessero ripetuto quegli esercizi, da quando l'esercito era tornato dall'Asia Minore. Lui era uno degli ultimi arrivati, e quella era normale routine, per lui, ma alcuni veterani borbottavano commentando che i falangisti non erano di solito soggetti alle normali esercitazioni. Tuttavia, nessuno os protestare con Simonide, e tantomeno con Critone. L'ordine era venuto dal re in persona, i cui ordini non potevano essere messi in discussione. Quando li sent borbottare, Simonide grid: Filippo vuole che ci esercitiamo, e sar quello che faremo. Chiunque non sia d'accordo,  libero di vedersela con me. Tutti rimasero in silenzio. Simonide era un campione di pancrazio, e nessun uomo sano di mente si sarebbe sognato di affrontarlo.
Gli uomini della sua fila, comunque, non erano gli unici a lamentarsi, e anche Critone l'aveva notato. Alla fine, ordin ai falangisti di abbassare le sarisse. Cammin avanti e indietro davanti alla prima fila, poi di lato, lungo l'ultima fila e dall'altra parte, e url che erano tutti dei pigri buoni a nulla e indossa-pecore, e che sarebbero tornati nelle loro tende solo quando lui gliel'avesse ordinato. Nessuno era cos stupido da rispondere; ci furono parecchi colpi di tosse imbarazzati, e gli uomini mantennero lo sguardo fisso ovunque tranne che sul comandante infuriato.
Visto che siete cos esperti delle solite esercitazioni, oggi proveremo qualcosa di diverso. Qualcosa che potrebbe rivelarsi utile se doveste subire un agguato mentre siete in marcia e non ci fosse tempo di formare la falange, annunci Critone.
Rugg una serie di ordini ai capi delle quattro file. L'esercizio successivo avrebbe visto la speira dividersi in quattro gruppi di sessantaquattro uomini.
Vi osserver, grid ai soldati semplici. Chiunque non far del suo meglio sar severamente punito, e anche chiunque non avr la punta della sua lancia coperta di cuoio. Dovrete affondare contro gli aspidi degli altri, ricordate, non contro gli elmi. Non voglio che qualcuno sia accecato.
Demetrio non credeva alle sue orecchie. Si gir per guardare Zotico. Dobbiamo dividere la fila?
L'hai sentito, giusto? La nostra fila si divider in quattro linee di quattro uomini, con una seconda fila posizionata allo stesso modo accanto a noi. Affronteremo altre due file disposte allo stesso modo. Zotico arricci le labbra. Questo significa che ti troverai in terza fila, s. E dovrai usare la sarissa.
Demetrio sorrise finch la faccia non gli fece male. Finalmente, pens. Finalmente sar vicino alla prima fila.
Incalzati da Simonide, i falangisti si divisero in file pi piccole. Quelli nelle altre file fecero lo stesso, e ben presto uno schieramento largo otto uomini e lungo quattro ne fronteggi un altro della stessa grandezza, a una distanza di forse cento passi. Simonide e gli altri capifila avevano posizionato di proposito gli otto uomini della loro prima fila nel loro schieramento, quindi tutti da una parte. Questo significava che Demetrio e tutti i falangisti della sua formazione erano, nella migliore delle ipotesi, uomini che di solito si trovavano al nono posto nella fila, e, nella peggiore, al quindicesimo come lui.
Mentre quella drammatica consapevolezza gli diventava chiara, Demetrio fiss gli uomini di fronte a lui, cercando di ignorare il nodo che gli stringeva le viscere. Poteva anche essere solo un esercizio, ma la realt del combattimento non era mai stata cos chiara. Quattro sarisse sporgevano in mezzo a ciascuno degli aspidi tenuti ben vicini. Sopra agli scudi, riusciva appena a scorgere la sommit degli elmi: del tipo di Pilo, o della Calcide o della Tracia.
Ben presto, cap, quelle lance sarebbero state abbastanza vicine da poter uccidere.
Che aspettate?, url Critone. Avanzate!.
Entrambi i gruppi di falangisti si mossero. Le differenze furono subito ovvie: il gruppo di coloro che erano sempre nelle prime file mantenne una linea stabile e solida. Non abituati a condurre il gruppo, gli uomini che di solito erano a un quarto della fila fecero fatica a tenere i loro soldati meno esperti al passo e alla giusta distanza tra loro. Cominciarono a risuonare insulti e accuse, perch qualcuno stava marciando troppo in fretta.
Venticinque passi pi tardi, i veterani cominciarono a gridare le loro urla di battaglia. Le risposte di ben pochi uomini, dal gruppo di Demetrio, ne furono soffocate.
Siete pronti a morire?, ruggirono i veterani. Codardi!.
Ci siamo, disse Cimone.
Demetrio aveva paura, adesso, era davvero terrorizzato. Sebbene la linea degli scudi in avvicinamento fosse soltanto di otto, gli fece capire all'istante la brutale verit della tempesta di bronzo. Affrontare un'intera falange nemica, o migliaia di legionari romani, sarebbe stato terrificante.
Ci siamo, ripet Cimone, con un tremito nella voce.
Il capo del quarto di fila lo sent. Era un tipo insignificante, che tuttavia era sopravvissuto per dieci anni negli scudi di bronzo. Siamo pi giovani di qualsiasi uomo nell'altro gruppo, afferm, senza girarsi. E siamo anche pi forti di loro. Stanno cercando di spaventarci. Se ci arriveremo terrorizzati, avremo gi perso.  quello che vogliono, quindi tenete i nervi saldi, dannazione a voi!.
Demetrio si stava sentendo male. Sessanta passi li separavano dal nemico, ora. Al rumore delle grida di guerra si era aggiunto quello delle trombe, che squillavano da entrambi i lati. Era stato Critone a ordinare di suonarle, in un tentativo di aumentare la tensione, pens Demetrio, e la tattica aveva funzionato. Cominci a sentire le viscere che si torcevano come se avesse mangiato della carne andata a male, il giorno prima. Non era il solo a essere terrorizzato. Cimone pregava a voce alta. Gli uomini due file pi a destra erano rimasti indietro, facendo urlare insulti a chi chiudeva le file, e prendendosi i colpi di scudo di chi avevano alle spalle.
L'aspide di Zotico colp Demetrio nella schiena. Tieni il passo!.
Demetrio si rese conto che era finito un passo indietro rispetto a Cimone. Scusa, borbott.
Ti sembra brutto a questa distanza?, sibil Zotico.  molto, molto peggio, da vicino.
Demetrio si domand se avesse capito male. Eri nelle prime file?
Ero in quarta fila. La voce di Zotico vibrava di orgoglio. Quarta.
Demetrio si sent girare la testa. E poi....
Ho colpito un capofila fino a fargli perdere i sensi, anni fa. Non Simonide, lui  un bravo ufficiale, ma il suo predecessore, uno stronzo completo. Mi ha preso in giro, una notte, dopo che avevo bevuto troppo, e io gli sono saltato addosso. Sono stato fortunato a non essere buttato fuori dalla speira. Sar ultimo della fila sino alla fine dei miei giorni.
Ulteriori discorsi furono interrotti dall'urlo del capo del quarto di fila. Scudi vicini! Abbassate le lance!.
Erano a poco pi di una dozzina di passi dal nemico, e Demetrio obbed senza farselo ripetere due volte. Abbass la sarissa, per la prima volta puntandola davanti a s. Segu con lo sguardo l'asta, lunga quanto tre uomini distesi da un'estremit all'altra, e arriv alla punta, a forma di foglia e al momento coperta di cuoio. Lo sguardo del ragazzo prosegu oltre, fino alla punta della lancia dell'avversario, e gi lungo l'asta, fino all'aspide dell'uomo. Sopra di esso c'era un elmo di bronzo incorniciato da un paio d'occhi penetranti. Demetrio sent il cuore perdere un battito. Era Simonide. Alle sue spalle, lo sapeva, c'erano Filippo, Andrisco ed Empedocle: soldati possenti, abituati a usare le loro sarisse.
Venti passi. I capi dei quarti di fila nella formazione di Demetrio avevano rallentato il passo per permettere a tutti i falangisti di riunirsi. Il tentativo riusc per la gran parte, ma la linea di aspidi e di sarisse spianate risult comunque pi irregolare di quella dei veterani di fronte.
Ci siamo, gemette Cimone per l'ennesima volta.
Gi, ringhi Demetrio, perdendo la pazienza.  la nostra possibilit di dimostrare che siamo degni. Dobbiamo soltanto reggere. Non dobbiamo arretrare neanche di un passo. Dobbiamo spingere contro i loro scudi. E aspettare che Critone ci ordini di fermarci. Mi hai sentito?.
Ci fu un attimo di esitazione, ma poi Cimone rispose: S. Resistere. Reggere. Spingere. Aspettare l'ordine di Critone.
Quindici passi. I veterani continuavano a ruggire le loro urla di battaglia, ma ora Demetrio riusciva a vedere che anche le loro espressioni erano tese. Si rese conto che Empedocle, che spesso era vittima delle battute dei suoi compagni, doveva provare la stessa paura che sentiva lui nello stomaco.
Con me, retroguardia!, grid. Qualcuno si gir a guardarlo. Sono soltanto uomini, compagni, proprio come noi! Resistete. Non arretrate. macedonia!.
Con grande stupore di Demetrio, il suo grido fu imitato e ripetuto.
macedonia! macedonia!. Il volume delle voci si sollev fino a raggiungere quello delle grida dei veterani.
Le punte delle lance in prima fila si incontrarono e incrociarono. Le urla continuarono incessanti da entrambi i lati. Le estremit della seconda fila di sarisse si incrociarono, e poi anche quelle della terza fila.
Ci siamo, grid il capo del quarto di fila. resistete!.
Thump. La punta di una lancia piomb contro un aspide in prima linea, senza che Demetrio capisse quale. Un gemito di dolore si lev, mentre un uomo colp per sbaglio un altro sull'elmo. In una vera battaglia, pens lui, quello sfortunato forse si sarebbe appena preso una ferita mortale. Un attimo dopo, sent lo stomaco ribellarsi. Schizzi di vomito gli macchiarono il chitone, ma mantenne la sarissa in posizione e l'aspide premuto contro la schiena di Cimone.
Ares, aiutami, preg Demetrio. Dammi il coraggio.
Al mio ordine, grid il capo del quarto di fila. Mi avete sentito?.
Demetrio, Cimone e Zotico borbottarono il loro assenso.
Mirate agli scudi, continu il capo del quarto di fila. affondate!.
Demetrio fiss l'aspide di Simonide e spinse con tutta la forza. Tutt'intorno a lui, i suoi compagni ringhiavano per lo sforzo. Demetrio sent Zotico che spingeva avanti la sarissa, e vide il braccio di Cimone, davanti a lui, fare lo stesso. Dei tonfi sordi si udirono dappertutto, mentre le lance dei due schieramenti colpivano gli scudi degli avversari. Due centrarono l'aspide del capo del quarto di fila, spingendolo indietro contro Cimone.
Disperato e consapevole che se l'uomo in prima fila avesse fatto un passo indietro, o, peggio, fosse caduto, tutto sarebbe crollato, Demetrio spinse avanti con tutte le forze. spingete!, rugg.
Con suo immenso sollievo, Cimone reag, aiutando il capo in prima fila a rimettersi in equilibrio. Rabbioso e umiliato, l'uomo ordin di spingere ancora contro gli avversari. Questa volta, furono loro a spingere indietro Simonide di un passo. Un ruggito soddisfatto sfugg alle labbra di Demetrio; Cimone e il capo del quarto di fila urlavano come lui. Perfino Zotico si un al coro.
Tre brevi squilli di tromba segnalarono la ritirata. Critone stava mettendo fine all'esercitazione. Esaltato nonostante il vomito sul chitone, Demetrio fece un passo indietro con tutti gli altri.
Abbiamo resistito!, url.
Mentre si girava verso Zotico per chiedere la sua opinione, qualcosa lo colp con violenza sul lato dell'elmo. Gli si riemp la vista di stelle, mentre la testa scattava di lato con violenza. Perdendo l'equilibrio, il ragazzo barcoll e croll in ginocchio, rischiando di perdere la presa sulla sarissa.
Si rialz, con la risata di Empedocle nelle orecchie.
Stai bene?, gli chiese Zotico.
S, ringhi Demetrio.
Questo  il concetto di scherzo per Empedocle, comment Zotico. E pu succedere in battaglia. Devi sempre restare attento.
Demetrio avrebbe voluto insultare a gran voce Empedocle, ancora fermo l a guardarlo, ma se avesse reagito, quel bastardo ne avrebbe tratto soddisfazione. L'istinto gli disse che Empedocle era capace di cose ben peggiori di un colpo sull'elmo.
Ore dopo, Demetrio raggiunse la taverna al centro di Pella dove Cimone e Antileone avrebbero dovuto aspettarlo. Impazienti e con una gran voglia di bere, i due avevano lasciato l'accampamento poco dopo la fine delle esercitazioni. Demetrio non avrebbe voluto attardarsi, ma era stato intercettato da un Simonide molto soddisfatto e carico di buone parole per lui e da Filippo, e si era ritrovato a sedersi intorno al fuoco degli uomini delle prime file, ben felice che lo accogliessero e gli permettessero di ascoltare i loro racconti di guerra. Di Empedocle non c'era traccia: secondo i suoi compagni, era andato a Pella con amici di un'altra fila. Nessuno menzion il modo in cui l'aveva colpito sull'elmo con la sarissa, e Demetrio pens bene di non toccare l'argomento.
Adesso, non vedeva l'ora di cominciare la piacevole serata con gli amici. Tuttavia, scopr, deluso, che nessuno dei due era nella taverna dove si erano dati appuntamento. Parl con l'oste e scopr che c'erano stati, ma poi se n'erano andati altrove: non ricordava quando se ne fossero andati, per, n dove fossero diretti. Invece di girare a caso per la citt, decise di tornare al campo. Si allontan a passo veloce, come era arrivato. Le armi erano proibite, all'interno di Pella, e c'erano criminali in agguato in parecchi vicoli bui.
Con i sensi all'erta per percepire eventuali pericoli, fece un buon tratto di strada, incontrando soltanto un paio di prostitute da due oboli. Rifiut ridendo la loro offerta di una sessione di sesso orale che non avrebbe mai dimenticato. Non molto dopo, not a poca distanza le mura del palazzo reale. Non ci aveva mai messo piede, ma aveva sentito parlare dei suoi meravigliosi giardini e delle sue stanze magnifiche, da parte di uomini che ci avevano lavorato come sentinelle. Un giorno, sarebbe venuto anche il suo turno di farlo; non vedeva l'ora di rivedere Filippo. Il re, con tutta probabilit, non l'avrebbe riconosciuto, ma forse invece s.
Lasciandosi alle spalle il palazzo, Demetrio entr in un'altra zona derelitta. Il fetore di escrementi e immondizia emanava da ogni vicolo. I ratti correvano in mezzo ai rifiuti davanti a un negozio di ortaggi, ma il quartiere, per il resto, sembrava vuoto. Un cane latr quando il ragazzo super una casa pi grande, e fu imitato da un suo simile in un cortile vicino.
Zitto!. La voce veniva da un vicolo dall'altra parte della strada.
Il cuore di Demetrio perse un battito. Pi veloce e silenzioso che pot, si spost nell'ombra proiettata dalla tettoia sporgente di un negozio.
Quel bastardo stava abbaiando a qualcuno. Vai a dare un'occhiata, borbott la voce. Muoviti.
Con la bocca secca, Demetrio rest in ascolto. Dei passi cauti, come quelli di un uomo che non voleva farsi sentire, si avvicinarono all'angolo del negozio, che formava parte dell'incrocio con il vicolo. Demetrio si schiacci contro la facciata dell'edificio, tenendo lontano lo sguardo in modo che il bianco degli occhi non lo tradisse, e preg di non essere visto.
Dopo quella che sembr un'eternit, ci fu un grugnito. Deve essere stato un gatto. I passi si allontanarono.
L'istinto urlava a Demetrio di puntare nella direzione opposta. Ci dovevano essere almeno due uomini, nel vicolo. E non stavano facendo niente di buono, questo era certo; con tutta probabilit, erano anche armati. Ma la curiosit lo trad, e il ragazzo si spost verso l'angolo del vicolo. Inspir a fondo e sbirci oltre il muro. A una quindicina di passi, due figure scure erano inginocchiate accanto a una sagoma distesa. Doveva aver interrotto una rapina, e una rapida ritirata era la scelta migliore per evitare di finire come lo sfortunato a terra.
Ebbene?, sibil uno dei due tagliaborse.
Si sent il tintinnio di alcune monete, e il secondo ridacchi. C' abbastanza, in questa borsa, per ubriacarci per parecchi giorni.
Prendigli anche i sandali. I falangisti ne hanno sempre di buoni.
C'era una possibilit su due che quell'uomo facesse parte degli scudi di bronzo, consider Demetrio, stringendo i pugni. E comunque, anche uno scudo bianco era un compagno. Tuttavia, se si fosse fatto vedere, e lo cap d'istinto, avrebbero ucciso anche lui. Se fosse andato via, sarebbe sopravvissuto.
Sent un basso gemito.
Il senso di colpa lo afferr. Quel povero bastardo non era morto. Demetrio abbass lo sguardo. Ai suoi piedi, come se ce l'avesse messo il fato, vide un mattone caduto. Era perfetto per stringerlo in pugno.
Hai perso il tocco?, ridacchi il primo tagliaborse. Hai detto che era gi in viaggio verso il Tartaro.
Lo sar tra un attimo.
Demetrio si mosse prima che la paura avesse la meglio su di lui. Svoltando l'angolo, prese la mira e lanci il mattone. Ares gli stava guidando la mano. Un tonfo gratificante segnal che aveva colpito alla testa il criminale pi vicino. L'uomo piomb a terra come un toro con la gola tagliata. Urlando come un ossesso, Demetrio corse addosso al secondo tagliaborse, che scatt in piedi e fugg.
Demetrio si abbass accanto al falangista, disteso a faccia in gi. Presto, si disse. Presto. Il criminale colpito dal mattone si muoveva gi, e se il suo compare avesse capito che Demetrio era solo, era pi che probabile che tornasse indietro.
Il ragazzo non vide macchie di sangue sul chitone del falangista, e sper che fosse un bene. Rigir l'uomo sulla schiena e, sconvolto, riconobbe Empedocle. Respirava ancora, sebbene in modo superficiale. I capelli ingrommati di sangue su un lato della testa e un grosso bernoccolo al di sotto sembravano gli unici danni visibili. Demetrio esit. Aveva odiato Empedocle dai suoi tentativi di impedirgli di entrare nella falange, ed Empedocle lo odiava di rimando, e glielo aveva dimostrato appena poche ore prima. Lascia qui questo figlio di puttana, pens, e quei tagliagole finiranno ci che hanno cominciato. Di colpo, la sua vita sarebbe diventata molto pi piacevole. E, meglio ancora, nessuno l'avrebbe mai saputo.
Delle voci cominciarono a farsi udire dal fondo del vicolo. Demetrio si sporse a guardare, e not tre figure che avanzavano nell'oscurit. L'uomo che era fuggito, ora in compagnia. Il ragazzo ne not un quarto, e sent una stretta allo stomaco. Se non fosse scappato adesso, sarebbe morto. Si alz. Si scost di un passo da Empedocle, poi di un altro. Codardo!, gli url il suo demone interiore. Demetrio indur il cuore. Empedocle era un bastardo che lo disprezzava da sempre.
Demetrio?, gracchi Empedocle.
Pieno di vergogna, il ragazzo torn indietro di corsa. Stai male?
Qualcuno mi ha colpito con una sbarra di ferro. Empedocle riusc ad arricciare le labbra. Come cazzo pensi che mi senta?.
Avrei dovuto lasciarlo qui a morire, pens Demetrio. S, be', sar meglio che ti alzi, se non vuoi che finiscano il lavoro. Ritrovando il mattone che aveva lanciato, Demetrio colp la sua vittima sulla tempia, facendole perdere di nuovo i sensi. Recuper anche il pugnale dell'uomo.
Finiscilo. Empedocle non era molto stabile, ma si era rialzato in piedi.
Non posso ucciderlo a sangue freddo.
 ci che avrebbe fatto a me.
Forse avrei dovuto farlo anch'io, pens Demetrio. Prendi. Ti servir presto. Gli tese il mattone.

Dove sono?, domand Empedocle.
Demetrio indic. Poi si port una mano alla bocca. Se vi avvicinate di un solo altro passo, ratti di fogna, vi sventreremo come abbiamo fatto con il vostro amico, qui.
La risposta dei tagliagole fu di dividersi, due per ogni lato della strada.
Salvare Empedocle non sarebbe servito a nulla, se non avessero agito in fretta. Con il coltello tra i denti, Demetrio si port il braccio del compagno intorno alle spalle e lo trascin verso l'incrocio.
Volevi lasciarmi l, piedi sporchi, borbott Empedocle. Se non avessi detto niente, mi avresti abbandonato.
Deve aver riaperto gli occhi mentre mi alzavo, pens Demetrio. Dannazione.
Allora?
Non  cos, ment il ragazzo. Ti sto aiutando, ora, non ti pare?.
Sent dei passi alle loro spalle, ma non os voltarsi. Si affrett pi che poteva, e preg che ci fossero altri mattoni dove aveva trovato il primo. Una pioggia di missili contro i loro inseguitori avrebbe potuto disperderli.
I passi dietro di loro si fecero pi rapidi. Qualcuno borbott, da un lato all'altro del vicolo.
Si stanno avvicinando, mormor Empedocle.
Demetrio fu ben contento di avvertire la paura nella sua voce. Non cadremo senza combattere, ringhi, cupo. L'incrocio  vicino. Avremo pi possibilit, l.
Delle sagome uscirono dall'oscurit, e le speranze di Demetrio crollarono. A quanto pareva, il tagliaborse aveva mandato i suoi compagni a tagliare loro la strada.
Siamo morti, bisbigli Empedocle.
Sarei dovuto andare con Cimone e Antileone, pens Demetrio, o restarmene al campo. Me ne sarei dovuto andare, abbandonando Empedocle. E invece, morir per niente. Furioso per quell'ingiustizia, url: Provate pure a uccidere due falangisti! Avanti, codardi sfigurati dalla sifilide!.
Chi sta parlando di omicidio?, domand la figura sul davanti. Era un uomo tozzo e robusto, con un vecchio elmo di bronzo e un manganello, e lanci un'occhiata sospettosa a Demetrio ed Empedocle. Ho cinque uomini della guardia cittadina con me. Sar meglio che vi spieghiate, e anche in fretta.
La boria gonfiata dell'uomo era ridicola, ma Demetrio era cos felice che non se ne cur. Bast una rapida spiegazione per far s che l'ufficiale mandasse i suoi uomini all'inseguimento dei tagliaborse. Ovviamente, erano spariti. Perfino quel bastardo che Demetrio aveva colpito con il mattone.
Ve la siete cavata per il rotto della cuffia, comment l'ufficiale, scortandoli alla porta ovest della citt. Guard Empedocle.  stato un bene che il tuo amico ti abbia trovato, eh?
Gi, ribatt il falangista, ma aveva uno sguardo vacuo e duro.
Non appena furono da soli, sibil all'orecchio di Demetrio: Non me lo dimenticher.
Ti ho salvato la vita, cazzo!
Solo perch ti ho richiamato indietro, ringhi Empedocle. Altrimenti, tanti saluti al cameratismo, eh?
Dice lo stronzo che ha cercato di ferirmi, prima. Sarebbe bastato colpirmi due dita pi in basso, e mi avresti infilzato la gola, nonostante la lancia fosse coperta, ribatt Demetrio. Sei stato contro di me fin dall'inizio, e non  mai cambiato nulla. Tu mi avresti aiutato, se fossi stato io quello nei guai?. Scoppi in una risata amara, all'espressione di Empedocle. Gi. Proprio come pensavo.
Empedocle sembrava cos furioso che Demetrio pens che l'avrebbe attaccato. E sia, pens, stringendo i pugni. Nelle condizioni in cui era adesso, lui sarebbe stato in vantaggio.
Pensi che ti attaccherei adesso?. A piedi nudi, Empedocle avanz verso la porta. Guardati le spalle!, esclam, senza voltarsi.
L'umore di Demetrio si incup ancora di pi, mentre lo seguiva. Se avesse seguito l'istinto e si fosse allontanato subito dai criminali, Empedocle sarebbe morto. Perfino quando era entrato nel vicolo, avrebbe potuto voltare le spalle non appena riconosciuto il suo rivale. E invece aveva esitato, permettendo al compagno malevolo di vederlo mentre si allontanava.
Quel colpo con la sarissa coperta di cuoio sembrava una sciocchezza, ora. Mi pianterebbe una lama nella schiena, se ne avesse l'opportunit, pens Demetrio.
Quella notte non sarebbe potuta andare peggio di cos.

Capitolo 18.

Pass quasi un mese. Qualche indagine discreta rivel che la vecchia legione di Felice, con tutta probabilit insieme a Matone, avrebbe fatto parte delle forze inviate in Illiria. Si trovava in un altro punto dell'enorme accampamento. Sebbene questo riducesse le possibilit di imbattersi in Matone, Felice non riusciva mai a toglierselo dai pensieri. Passava il tempo a guardarsi alle spalle, o si sentiva comunque angosciato.
Per la seconda volta nella loro vita, i due fratelli si sottoposero al processo di diventare legionari. Furono allocati nella centuria di Tito Pullone, il severo ufficiale che si erano trovati davanti quando si erano arruolati, e poi in uno dei dieci contuberni dell'unit. Con loro sommo piacere, lo Zoppo e Fabio erano tra i loro compagni di tenda, insieme ad altri quattro, legionari per la prima volta nella vita. Nonostante la folla sulla via per Brindisi, non c'erano stati moltissimi veterani in vena di tornare nell'esercito, e Pullone aveva unito insieme uomini d'esperienza e nuove reclute.
I compagni ebbero una tenda da otto uomini e l'equipaggiamento necessario dal quartiermastro; come sempre, dovettero firmare per ogni singolo pezzo. I costi sarebbero stati dedotti dalla loro paga.
Se perdete qualcosa, anche questo sar dedotto dalla vostra paga, spieg il funzionario zelante, con pi soddisfazione di quanto sarebbe piaciuto a Felice.
Non  cambiato niente, borbott, rivolto ad Antonio, ma era bello, davvero bello, poter indossare di nuovo una cotta di maglia e avere un gladio alla cintura. Nonostante tutto quello che aveva fatto Matone contro di loro, erano di nuovo principes.
Per i primi dieci giorni, furono addestrati dal loro nuovo optio, Livio. Pi minuto di Pullone, era gi apprezzato tra i soldati per i suoi modi amichevoli, ma Felice sospettava che ci fosse dell'acciaio, sotto a quell'apparenza tranquilla. Piuttosto basso e con i capelli castani, Livio aveva uno spazio notevole tra gli incisivi, e cicatrici sotto ai piedi, un ricordo, come raccontava spesso, delle torture subite dai Cartaginesi.
Con tutto l'equipaggiamento addosso, i principes marciavano per giorni in fila per due, quattro e sei uomini, per distanze che arrivavano a venti miglia. Ad intervalli, Livio li faceva correre e saltare.
Avrete bisogno di resistenza, per superare le montagne dell'Illiria, fratelli, spiegava, allegro.
Dopo dieci giorni, Felice fu ben contento che Livio, su ordine di Pullone, cominciasse infine a farli esercitare al combattimento. Prima di tutto, fece assumere loro una formazione stretta, usando pesanti scudi e spade di legno. Dodici uomini di larghezza, sei file!, grid. Chi resta fuori dalla formazione deve creare una settima fila. Indic Felice e Antonio. Voi sarete al centro della prima fila. Muovetevi!.
I due fratelli si spostarono, affiancati; gli altri si affrettarono a sistemarsi intorno e dietro di loro. Felice e Antonio si sarebbero schierati con il loro intero contubernio, ma Livio lo cap subito e ordin che le nuove reclute dovevano essere affiancate da veterani almeno da una parte. Cos, Felice si ritrov a destra Narciso, uno dei pi giovani del loro gruppo. Antonio invece aveva un'altra recluta alla propria destra. Lo Zoppo e Fabio si ritrovarono dietro ai fratelli, il che era comunque rassicurante.
Su gli scudi! Spade pronte!, ordin Livio.
Anche se non avevano armi vere, e aveva una recluta inesperta accanto, Felice si rese conto che era meraviglioso ritrovarsi di nuovo nel muro di scudi. Il suo sguardo si port a destra. Narciso era a quattro passi da lui. Pi vicino!, sibil.
Cosa?. Narciso riusciva a riempire di disprezzo anche una sola parola.
Devi stare a un massimo di due passi da me, ringhi Felice.
Il ragazzo si spost, ma non abbastanza. Felice gli fece un cenno con il mento, invitandolo a spostarsi ancora, ma quello finse di non vedere. Felice non disse altro. Questo idiota imparer, pens.
Pi vicini!, rugg Livio, indicando con il lungo bastone uno sfortunato in seconda fila. Quel bastone, sormontato da una sfera di bronzo, era un'arma letale quanto il vitis dei centurioni, e l'optio la maneggiava con temibile abilit. Felice fece una smorfia, quando Livio si sporse e la sbatt contro l'elmo dell'uomo.
Solo perch non state affrontando il nemico, non vuol dire che puoi lasciare tanto spazio tra te e il tuo compagno, sciocco. Se l'uomo davanti a te dovesse cadere, un Macedone fottipecore potrebbe esserti addosso prima che tu sia anche solo riuscito a prendere un respiro. Quello spazio gli permetterebbe di ucciderti in un attimo!, sbott Livio. E poi, riuscirebbe a uccidere anche un altro tuo compagno di tenda, o forse perfino due. Vuoi andartene nell'aldil sapendo che sei stato la causa della morte di un compagno?. Soddisfatto all'umiliata risposta della recluta, Livio avanz lungo l'estremit della prima fila.
Te lo ricordi?. Per quanto fosse un veterano, l'eccitazione era palpabile nella voce di Antonio.
Felice si sentiva come lui. Per un attimo, gli sembr di essere di nuovo a Zama con i suoi compagni, mentre Matone li preparava alla battaglia. La sensazione di avere due compagni ai lati, e file di uomini alle spalle, era esaltante. Quando le trombe avessero squillato, si sarebbero lanciati avanti e avrebbero sconfitto il nemico.
E questo cosa significa?, sbott Livio.
Felice spost lo sguardo a destra. Signore?
La nuova recluta, qui,  troppo lontana da te. Gli occhi di Livio si sgranarono. Non gliel'hai detto?
S, signore. Ma non mi ha ascoltato.
Livio piant il viso contro quello di Narciso.  cos?.
Narciso arross. No, signore. Mi sono spostato, signore.
Non vicino come ti avevo detto, ritorse Felice. Bugiardo del cazzo, pens.
Il bastone di Livio piomb sulla testa di Narciso un paio di volte. Pi vicino!.
Felice avvert la rabbia che emanava dal ragazzo, mentre si spostava, ma non se ne cur. La vita nella legione era dura. E un uomo doveva abituarcisi, o morire.
Una volta conclusa l'ispezione, Livio si pose davanti alla centuria. I Dassareti saranno tra i primi nemici che vi troverete ad affrontare, una volta sbarcati in Illiria. Non sono affatto pericolosi quanto i Macedoni, ma sono comunque guerrieri coraggiosi. Chiunque di loro vi manderebbe con gioia nell'Ade, se darete loro la minima opportunit di farlo. Ce ne sono cento dietro di me, o forse di pi. Con una mossa calcolata, la seconda centuria del loro manipolo avanz fino a schierarsi di fronte a loro.
Un mormorio sorpreso si lev dai soldati, e Livio sogghign. Nessuno di voi ha paura, vero? I veterani no, perch questa  solo un'esercitazione, ma il resto di voi reclute dovrebbe essere terrorizzato. Lo sarete di sicuro, nel trovarvi in inferiorit numerica!.
In un lampo, sbatt la sfera di bronzo del suo bastone contro lo scudo di una recluta, costringendola ad arretrare di un passo.
Vi tireranno contro le loro lance, prima di tutto. Il tuo scudo  fuori uso, adesso. Cosa farai?.
Prima che il soldato sorpreso potesse rispondere, Livio grid: Morirai, perch un'altra lancia ti si  appena piantata in mezzo agli occhi. Indietro, presto! E tu, dietro di lui, mettiti al suo posto!.
A passo rapido, Livio avanz lungo la prima linea della centuria, facendo spostare tre principes uccisi o i cui scudi erano stati resi inutili dalle lance nemiche. Una volta fatto questo, l'umore cambi. Gli uomini erano tesi, ora. Gli spazi prima presenti nella linea erano svaniti.
Non avrete giavellotti, oggi, annunci Livio. In primo luogo, perch siete un disastro a lanciarli. Invece, marceremo contro il nemico, a passo lento e regolare. A cinquanta passi, caricheremo. I suoi occhi freddi fissarono le file. Pronti?.
I principes urlarono il loro assenso. Perfino Narciso sembr entusiasta.
Livio fece un segnale all'optio di fronte, i cui soldati cominciarono a urlare e a sbattere le spade da addestramento contro gli scudi. Spade pronte! Scudi in alto!, ordin Livio. Avanzate a passo lento!.
Livio mantenne le spalle al nemico in modo da controllare i suoi uomini. Grid altri ordini finch non furono a cinquanta passi di distanza, e l li fece fermare per un attimo. Questo  il momento in cui si lanciano i giavellotti: imparerete a farlo pi avanti. Immaginatevi di aver abbattuto una dozzina di nemici, feriti o morenti a terra.
Fece un segnale, e l'altro optio fece allontanare dalla sua formazione una decina di uomini. Livio sollev il bastone, placando i mormorii soddisfatti dei suoi. Sono ancora tanti quanti siamo noi, idioti.
Spostandosi alla sinistra di Narciso, ordin la carica.
Come ci si poteva aspettare, Livio non fu soddisfatto di come i principes si avvicinarono al nemico. Troppi spazi tra gli uomini davanti!, esclam, quando si riunirono in formazione. La seconda fila era tre passi pi indietro di quanto sarebbe dovuta essere. Si rallenta prima di arrivare addosso al nemico, ed  l che ci si assicura di essere abbastanza vicini ai compagni ai vostri lati, e a quelli davanti a voi. Scoppi in una risata sgradevole. Se non lo farete, sarete cibo per corvi nel giro di dieci battiti.
Fece ripetere loro la carica per diverse volte, portandosi al lato della formazione o mettendosi in mezzo a loro. Non affrontarono mai gli altri legionari. Quando Livio fece fare loro una breve pausa di riposo, non stava pi urlando come all'inizio. Felice sapeva per esperienza che quella sarebbe stata la cosa pi vicina a una lode che avrebbero ricevuto quel giorno.
Poi, Livio condusse i principes ai pali di legno piantati nel terreno dagli ingegneri. Erano alti quanto un uomo, e sarebbero stati, secondo l'optio, altri nemici.
Senza braccia, in effetti, comment, e i principes azzardarono una breve risatina. Dovrete esercitarvi contro di loro, per imparare come gestire un combattimento. Le basi sono semplici. Spingete con gli scudi, affondate con le spade. Colpite il palus con lo scudo, se ci riuscite. Ogni tanto, provate un fendente, ma ricordate che, nella realt, il nemico riuscir quasi sicuramente a infilzarvi nell'ascella, se ci proverete. Inarc un sopracciglio. Ci sono domande?.
Si ud una voce dal fondo del gruppo. Quando arriveremo a combattere contro veri uomini, con vere armi?.
Qualche basso mormorio di apprezzamento segu alla domanda. Felice ebbe l'astuzia di non approvare ad alta voce, ma anche lui non vedeva l'ora di usare il gladio che aveva nella tenda.
Livio arricci il labbro superiore. Sono vent'anni che faccio questo lavoro, e c' sempre un so-tutto-io che non ha bisogno di esercitarsi al palus. La risposta : quando sarete pronti. Userete le armi vere quando sar soddisfatto di voi. Non un attimo prima. Ci sono altre domande?.
Intimiditi dalla durezza della risposta, o, come Felice e gli altri veterani, consapevoli che era meglio stare zitti, i legionari restarono in silenzio.
Dividetevi in contuberni. Ogni gruppo a un palus. Lavorate a coppie, un veterano e una recluta, ed esercitatevi a turno. Avvicinatevi con cautela al palo, come fareste con un vero nemico. E poi scattate avanti. Colpite con lo scudo, abbastanza forte da sentire il colpo fino alla spalla. Livio colp il palo con il proprio scudo, facendolo ondeggiare. Usate la punta della spada per colpirlo, e poi ritiratevi. Poi affondate ancora, due o tre volte, e colpite di nuovo il bastardo con lo scudo. Ora il vostro nemico dovrebbe essere abbastanza stordito da poter tentare un fendente. Forte: voglio che gli tagliate la testa, capito?
S, signore!, gridarono i principes.
Poi datevi il cambio con il compagno, e quando lui avr finito, portatevi in fondo alla fila e aspettate di nuovo il vostro turno. Livio accenn ai pali. Che aspettate, vermi?. Con le braccia conserte sul petto e il bastone nell'incavo del gomito, osserv i principes che si mettevano al lavoro.
Con suo grande fastidio, Felice si ritrov di nuovo in coppia con Narciso. Alto, magro e con delle gambe lunghe pi della met del suo corpo, quel nuovo compagno adorava allenarsi e lucidare l'armatura e l'equipaggiamento. Veniva da una famiglia ricca, e con le sue arie e la sua grazia si era fatto subito molti amici. Parlava sempre di s, rendendo di sicuro onore al nome che gli era stato dato.
Imita le mie mosse, gli ordin Felice.
Abbassandosi in modo da far vedere solo gli occhi e la fronte dell'elmo da sopra lo scudo, avanz verso il palo a passi lenti e misurati. A sei passi di distanza, caric. Con un colpo violento, centr il palo con lo scudo. Poi affond la spada con tanta violenza da far volare delle schegge, e, arretrando di un passo, ripet le mosse descritte da Livio. Affannato, lanci uno sguardo a Narciso.
Visto?.
Il ragazzo arricci le labbra. Ma certo. Avanz e colp debolmente il palo con lo scudo. Il successivo affondo sarebbe stato parato perfino da un bambino di dieci anni. Qual era la prossima mossa?, domand.
Felice gliela spieg. Gli sforzi successivi di Narciso non furono migliori. Per gli di di sopra e di sotto, sbott Felice, frustrato. Sei un soldato, non un bambino. Colpisci quel palo come si deve!.
Narciso borbott qualcosa tra i denti e obbed, ma il secondo tentativo non fu molto migliore del primo. Consapevole del fatto che il resto del contubernio era in fila, Felice non insistette. Quando furono in fondo alla fila, tuttavia, fece capire con chiarezza cosa pensava. Narciso finse di prestargli attenzione, ma a un certo punto gli sbadigli perfino in faccia.
Felice digrign i denti. Bene, non stare ad ascoltarmi, allora. Ci penser Livio.
Narciso lo ignor.
Quando fu di nuovo il loro turno, Livio era lontano. Ancora una volta, Felice ripet le mosse, desiderando che il palus fosse in realt Narciso.
Avanti, ringhi, quando ebbe finito.
Narciso prese il suo posto. Lo scudo sbatt contro il palo con pi forza della prima volta, ma non abbastanza. Gli affondi con la spada furono altrettanto deboli. Felice ne aveva abbastanza. Si fece avanti.
Cos. Lo scudo risuon con violenza contro il palo, facendolo scuotere. Poi ci fu l'affondo, e la punta della sua spada si piant nel legno. Hai visto?
 quello che ho fatto anch'io, ribatt Narciso, in tono petulante.
No. Neanche per idea.
Non puoi darmi degli ordini: sei un princeps come me.
Livio ti direbbe la stessa cosa, sciocco.
Tu chiami me uno sciocco? Bifolco. Narciso si gir e, cogliendo Felice di sorpresa, gli moll una spinta in pieno petto. Perdendo l'equilibrio, lui piomb a terra. Per sua fortuna, mantenne la presa sullo scudo, e se lo port sopra la testa, mentre un Narciso infuriato lo riempiva di colpi con la spada di legno.
Lo aveva sottovalutato, pens Felice. Se avessero avuto armi vere, un errore del genere gli sarebbe costato la vita. Furioso con se stesso, allung una gamba e colp con il sandalo chiodato lo stinco di Narciso. Con uno strillo, l'altro arretr. Felice fu in piedi in un attimo, e caric Narciso con rabbia. Un affondo inefficace gli sfior la guancia, e poi Felice gli fu addosso. Gli scudi si incontrarono con un tonfo violento, e il veterano spinse con forza, costringendo Narciso ad arretrare di tre, quattro, sei passi. Quando infine cerc di resistere, Felice gli pest il piede avanzato, visibile sotto lo scudo. Il ragazzo url di dolore e abbass la guardia. Felice affond la spada, toccandolo due volte alla base del collo.
Sei morto, ringhi. Proprio cos.
Mi hai rotto due dita!.
E ti ho anche piantato la spada in gola, idiota.
Che sta succedendo qui?. Con l'abilit di tutti i centurioni, Pullone era comparso dal nulla.
Mi ha attaccato, signore, ment Narciso. E mi ha pestato le dita di un piede senza motivo.
Lo sguardo duro di Pullone si port su Felice.
Stava colpendo quel dannato palus come una donna, signore, si accalor lui. Gli ho mostrato pi volte come fare, ma non si impegnava.
E allora l'hai colpito?
No, signore. Non gli  piaciuto il mio tono e mi ha attaccato. Mi ha fatto finire per terra con una spinta, a dire il vero: non me l'aspettavo. Allora gli ho dato un calcio e mi sono alzato. Felice si strinse nelle spalle. E questo  il risultato.
Ebbene?, domand Pullone a Narciso. Mentimi, e ti ritroverai a maledire il giorno in cui quella troia di tua madre ti ha messo al mondo.
La ferocia di Pullone spavent subito Narciso. S, signore.  andata come ha detto lui.
Felice si aspettava che Narciso continuasse a mentire, ficcandolo in un mare di guai. Fu ancora pi sorpreso quando Pullone raccolse lo scudo e la spada di Narciso e, senza il minimo avvertimento, si avvent contro di lui. Felice riusc a non cadere; si ritrasse, non osando attaccare il proprio centurione.
Combatti, succhiacazzi, o ti far a pezzi, ordin Pullone.
L'istinto prese il sopravvento. Felice scatt avanti con lo scudo e punt la spada contro il viso di Pullone, costringendo il centurione ad abbassarsi, e poi gli si avvent addosso a tutta forza. Una nuova spinta dello scudo, un affondo. E poi ancora. Felice si spinse avanti, in modo che fossero petto contro petto. Ridendo, Pullone schiv la sua testata. Poi attacc Felice con una furia intensa e selvaggia, colpendolo con scudo e spada. Non sorprendeva che fosse un combattente abile e implacabile.
La giovane et e le riserve di energia di Felice furono le uniche cose che lo salvarono, nel caos che segu. I due si spinsero e attaccarono a vicenda, con le spade che cercavano aperture nella guardia dell'avversario. Pi veterano di Felice, Pullone mand a segno pi colpi di lui. Il dolore alla spalla del braccio che reggeva lo scudo divenne presto insopportabile, come anche quello che emanava dal gomito destro e dal piede sinistro, su cui la spada di Pullone era piombata. Il centurione, tuttavia, non era illeso. Un brutto livido gli stava comparendo sotto un occhio - se fossero stati in un vero scontro, quella ferita l'avrebbe accecato - e aveva un graffio piuttosto profondo sull'avambraccio sinistro.
Per essere un pezzo di merda, combatti bene, comment alla fine Pullone.
Nonostante il vago rispetto che si leggeva nello sguardo del centurione, Felice non abbass la guardia. Grazie, signore.
I tuoi vecchi ufficiali ti hanno insegnato bene.
Felice non rispose. Il momento preferito di Matone, nell'addestramento, era stato proprio quello del combattimento con le armi, ed era stato bravo, tuttavia Felice non riusciva a pensare ad altro che al suo volto carico di scherno mentre ordinava l'esecuzione di Ingenuo e degli altri.
Ebbene?. Pullone sembrava perplesso.
S, signore, sono stati bravi. Fortuna, fa' che non mi chieda il nome di Matone, preg Felice. Con lo stomaco chiuso e il cuore in gola, non avrebbe saputo pensare a una risposta alternativa. E se Pullone avesse saputo di Matone, e lo avesse poi incontrato durante la campagna, cosa per niente impossibile...
S, lo vedo. Tieniti fuori dai guai, e potresti guadagnarti una promozione. Gli ufficiali inferiori sono sempre difficili da trovare. Pullone richiam l'attenzione di Livio. Questo soldato ti aiuter a istruire le nuove reclute, optio. Accenn a un Felice sorpreso e sconvolto. Avanti.
Narciso non ebbe il buonsenso di restarsene zitto. E io, signore?.
Pullone arricci le labbra. In un vero scontro, saresti gi diventato cibo per corvi. Hai appena ricevuto una lezione. Ti suggerisco di imparare qualcosa, idiota.
S, signore, mormor Narciso, lanciando un'occhiataccia a Felice.
Lui era cos felice da non curarsene. Pullone aveva visto in lui qualcosa, nel corso del frenetico scontro. Se fosse riuscito a diventare un ufficiale subalterno, il suo futuro sarebbe stato migliore. Oltre a una paga pi elevata, avrebbe potuto sperare di salire ancora di grado. Ma la dura realt gli piomb addosso un attimo pi tardi. Se fosse stato promosso, avrebbe potuto incontrare Matone con molta pi facilit, e se Pullone avesse scoperto la verit sul congedo ignominioso suo e di Antonio, li avrebbe subito condannati al fustuarium, poco ma sicuro.
La loro situazione, decise Felice, non era migliore di prima.

Capitolo 19.

Flaminino stava procedendo lungo le strade dell'Esquilino, tra le pi malfamate della citt. La guardia del corpo, Trace, era davanti a lui, a fornire insieme protezione e intimidazione in una sola, potente muscolosa figura. Pasione lo seguiva a un paio di passi di distanza. Flaminino era l per un affare di massima segretezza. Nascosto sotto un mantello con il cappuccio, indossava la rozza tunica di un operaio e dei semplici sandali. Un cappello di paglia dall'ampia tesa gli nascondeva il viso.
Non conosceva quel quartiere di Roma, e non aveva alcuna intenzione di conoscerlo meglio. Delle buche si aprivano sul lastricato; i rifiuti erano ammucchiati ovunque. Gli ingegneri della citt non venivano spesso da quelle parti, consider con disprezzo. Rivoli di acque di scarico scorrevano fuori dagli stretti vicoli, e una moltitudine di concerie riempiva l'aria del lezzo dell'urina. I negozi erano piccoli e sporchi, con proprietari loschi e oggetti economici e di bassa qualit in vendita. Vecchi e rovinati, edifici residenziali di tre e quattro piani si stringevano l'uno all'altro ai due lati della strada. Sopra il pianterreno in pietra, erano fatti di legno. Sarebbe bastato rovesciare un braciere in uno dei miserabili cenacula, pens Flaminino, e mezzo quartiere sarebbe andato a fuoco. A Roma, simili incendi scoppiavano con monotona regolarit; il pi recente era avvenuto il mese prima. Per l'ennesima volta, da quando erano entrati in quel quartiere, si trov a ringraziare gli di per la sua vita e per la sua bella casa sul Palatino.
Ci siamo quasi?, domand a Pasione, che aveva organizzato l'incontro.
Non manca molto, padrone.
Perch, in nome di Giove, alloggia qui? Un ambasciatore ha accesso a... fondi, comment Flaminino, a mezza voce. Poi si rispose da solo, prima che potesse farlo Pasione. Non vuole che vedano i suoi movimenti.
Proprio cos, padrone. Alloggiare in questo quartiere attira poca attenzione. La povera gente non fa caso a chi gira per il quartiere, a meno che non abbia qualcosa di buono da rubare.
Meglio lui che me, ad andare e venire, pens Flaminino.
Andarci una sola volta era gi abbastanza spiacevole. Ma era un'esperienza da sopportare. Dal momento in cui Galba aveva conquistato il popolo con il suo discorso ai comizi centuriati, la paura, a Roma, era arrivata a livelli mai visti dal culmine della guerra contro Annibale. Quando si era saputo che c'era bisogno di volontari per le legioni, migliaia di cittadini poveri avevano affollato il porto di Brindisi, dove l'esercito di Galba si stava gi radunando.
Il sotterfugio era l'unica opzione di Flaminino, ormai. L'uomo che doveva incontrare era un ambasciatore dell'Etolia, ancora una volta inviato dall'assemblea della sua citt-stato a chiedere aiuto a Roma contro il re Filippo. Se fossero stati visti insieme in pubblico, avrebbero destato dei sospetti, e qualcuno sarebbe potuto giungere alla giusta conclusione, cosa che spiegava la necessit di riservatezza di Flaminino.
Scosse la testa per rifiutare l'offerta di un macellaio che gli mostrava un pezzo di carne fibrosa. Arricciando le labbra, aggir un lebbroso coperto di bende che sollevava le mani dalle dita mozzate in segno di supplica. Un ragazzino di strada dagli occhi scintillanti scivol dietro Pasione, che non se ne accorse. Ma Flaminino, che si era voltato verso il suo segretario, s. Come un lampo, assest al bambino uno scappellotto che lo fece barcollare.
Pasione sembr sorpreso.
Stava per rubarti la borsa, spieg Flaminino, pensando che sarebbe stato meglio lasciare il segretario a casa. Non gli serviva, in realt: l'ambasciatore etolico sapeva parlare un po' di latino. No, decise Flaminino, era meglio che fosse presente, anche se doveva badare a lui come a un bambino. La loro missione, quel giorno, era delicata, e Flaminino non voleva che ci fossero fraintendimenti a causa della lingua.
Si sent attraversare da un fremito, come se qualcuno lo stesse fissando. Gir la testa, con calma. Tre tizi barbuti e dall'aria dura, appoggiati alla parete di una taverna, stavano osservando lui e Pasione con uno sgradevole interesse.
Flaminino abbass la voce e bisbigli: Trace.
Li vedo, padrone. Il bastone della guardia risuon con forza sul lastricato. Era un grosso pezzo di legno rivestito di ferro alle estremit: sarebbe sembrato pericoloso a chiunque avesse un minimo di cervello. Nelle mani di Trace, poi, prometteva di essere letale. I malviventi si affrettarono a distogliere lo sguardo.
La parte pi immatura di Flaminino avrebbe voluto rivolgere loro un gesto osceno, mentre passavano, ma in una zona cos pericolosa, sarebbe stato come dare un calcio a un nido di vespe. Nascose la soddisfazione sotto alla tesa del cappello di paglia.
Svoltato l'angolo successivo, Pasione chin la testa di lato. Quell'insula, padrone.
L'ennesimo edificio residenziale decrepito, che Flaminino avrebbe oltrepassato senza guardarlo due volte. Le scale di legno sul lato della struttura erano occupate da una mezza dozzina di donne dagli occhi dipinti di nero e dagli abiti discinti. Doveva esserci un bordello in uno dei piani, consider Flaminino. Forse l'ambasciatore etolico preferiva le donne, al contrario di tanti suoi conterranei.
Dov' la stanza?
All'ultimo piano, padrone.
Naturalmente, borbott Flaminino. La cigolante scala dava l'impressione di poter crollare da un momento all'altro. Era l'ultimo dei suoi problemi, decise, lanciando uno sguardo alle spalle, sulla strada da cui erano venuti. Una figura che stava svoltando l'angolo si infil in fretta nella fucina di un fabbro. Flaminino rest a guardare, ma l'uomo non usc. Era solo, e quei tre malviventi si sarebbero mossi insieme, decise. Quell'uomo doveva avere fretta, tutto qui.
Flaminino fece un cenno con il mento. Guidaci, Pasione.
Il segretario pass davanti a Trace, che aggrott la fronte. Meglio che sia io a bussare alla porta, comment Pasione. Tu lo spaventeresti.
Trace sogghign. Il suo sorriso si fece pi ampio mentre salivano, e le prostitute, che ignorarono Flaminino, gli si strinsero intorno come farfalle, promettendogli favori extra e a prezzi scontati.
Non ora, rispose Trace, con il suo latino stentato. Lavoro.
Disperata, una gli offr una sveltina gratuita, se non gli dispiaceva farla all'esterno. Il protettore vuole la sua parte, capisci, sorrise, ma non ci vedr, se ci infiliamo nel vicolo qui accanto.
Flaminino fu divertito dal tono dispiaciuto con cui Trace rifiut, e dal fatto che le donne non sembravano neanche vedere Pasione. Il segretario, d'altro canto, non riusciva a staccare gli occhi dalla loro pelle nuda; quando i tre ebbero raggiunto il terzo piano, aveva le guance in fiamme.
Prenditi un istante, Pasione, ordin Flaminino, prima di aggiungere, malizioso: Per riprendere fiato
Pasione assunse un'espressione formale. Sono pronto, padrone.
Flaminino si tolse il cappello e si sistem i capelli. Controll che la borsa piena di monete fosse ancora alla cintura. Anch'io.
Problemi. Il tono di Trace era secco. In strada.
Flaminino lanci un'occhiata oltre la ringhiera. I tre topi di fogna di prima erano appoggiati contro il muro di fronte alla base delle scale. Sent il cuore battere pi rapido. Pasione sarebbe stato del tutto inutile, in uno scontro. Lui si sarebbe saputo difendere, ma non aveva voglia di combattere contro uomini che avevano trascorso in strada l'intera esistenza. Trace avrebbe potuto occuparsi di uno di quei bastardi, forse due, ma tre? Ci erano voluti giorni per organizzare l'incontro; vederlo compromesso per via di quella feccia lo irritava. Ma erano anche in pericolo, pens Flaminino. La sua vita, tutte le loro vite, erano nelle mani di Trace.
Lo guard. Che possiamo fare?
Tu vai alla riunione. Io combatto bastardi. Ci vediamo dopo.
Flaminino non si era aspettato quella risposta. Fiss negli occhi la guardia del corpo; era tranquillo, come se Trace avesse appena parlato di fare una passeggiata lungo il Tevere con una delle prostitute l sotto.
Non sta scherzando, pens Flaminino, con un altro sguardo attento in strada. Ponder le opzioni. Se non si fosse presentato, l'ambasciatore, non sapendo dello scontro, avrebbe potuto cedere al panico rifiutando altri incontri. Quel maledetto Greco poteva anche sparire; e Flaminino non se lo poteva permettere. Trace doveva affrontare i tre malviventi, decise.
Molto bene, dichiar, annuendo verso Trace. Io e Pasione entreremo, mentre tu... combatterai i bastardi.
Trace annu. Fischiettando soddisfatto, scese le scale senza guardarsi indietro.
Bene, riprese Flaminino, mentre la sicurezza di Trace lo faceva sentire per una volta il servitore, invece del padrone. Andiamo?.
Pasione sembrava spaventato. Trace, padrone? Lui...?
Sa quello che fa, dichiar Flaminino. Andiamo a parlare con l'ambasciatore etolico.
S, padrone. Il sorriso di Pasione era pi che altro una smorfia. Lo guid all'interno.
Flaminino lo segu. Non era mai stato dentro un'insula, prima, e non lo colp di certo. Un corridoio stretto e dal soffitto basso conduceva all'interno dell'edificio. Ogni cinque o sei passi, una porta segnalava l'entrata di un cenaculum. Molte erano aperte, e permettevano di dare un'occhiata dentro. Nel primo, una donna dai capelli arruffati e dall'aria esausta allattava un neonato, mentre altri tre bambini strillavano e si azzuffavano sul pavimento intorno a lei. In un altro, un cane uggiolava verso una vecchia che giaceva immobile, forse morta, su un pagliericcio. Volti scarni e privi di alcuna curiosit fissarono Flaminino da altri appartamenti. L'intero luogo puzzava di umanit sporca, di urina e di fumo. Era una vista desolante dei bassifondi della vita romana, e a lui non interessava. Si concentr sulla schiena di Pasione.
Ricorda perch sei qui, pens.
Il segretario si ferm davanti a una porta vicina al fondo del corridoio. Ci siamo, sussurr.
Flaminino si stamp in faccia la sua espressione pi nobile. Poi annu.
Pasione buss con le nocche sul legno della porta, una, due volte, poi tre. E ancora due volte.
Ci fu una breve pausa di silenzio. Poi, dei passi riecheggiarono all'interno del cenaculum. Chi ?, chiese una voce, in un latino dal forte accento straniero.
Pasione si schiar la gola. Leonida, con un amico.
Flaminino rischi di scoppiare a ridere. Il famoso re di Sparta non era certo la figura che avrebbe scelto come alter ego del suo segretario.
La porta si apr, rivelando un uomo basso, con la pelle olivastra, vestito di un ricco himation. Bello, con ricci ordinati neri come il giaietto, il naso dritto e i lineamenti regolari, poteva avere sui trentacinque anni. Benvenuto, Leonida. Guard Flaminino negli occhi e gli tese la mano. Mi chiamo Metrodoro.
Orazio. La menzogna era ovvia, ma comunque si strinsero la mano.
Vi prego di entrare, li invit Metrodoro.
Flaminino esit. Per quel che ne sapeva, potevano esserci degli uomini armati ad attenderli, all'interno dell'appartamento.
Sono solo, aggiunse Metrodoro, come leggendogli nel pensiero.
A disagio per essersi fatto scoprire con tanta facilit, Flaminino entr fingendo sicurezza, come se stesse entrando in casa sua. La stanza era pi grande di quelle finora osservate: due cenacula erano stati uniti insieme per formarla. Una tenda divideva la camera a met; la porzione che poteva vedere era il soggiorno. Quattro sgabelli erano stati posti intorno a un basso tavolo, su cui si trovavano una brocca e diversi boccali. Un braciere occupava un angolo; sulle mensole al di sopra c'erano stoviglie e pentole. Flaminino avanz verso la tenda, e, con il cuore in gola, la scost. Oltre, vide un letto disfatto, una scrivania coperta di documenti e un altro sgabello.
Alle sue spalle, Metrodoro ridacchi. Avrei fatto lo stesso, al tuo posto.
Flaminino gli rivolse un cenno secco.
Vi prego di scusare la mobilia... semplice, per cos dire. Metrodoro prese la brocca e vers il vino nei boccali. Il vino  greco, anche se poteva essere migliore. Non sono riuscito a trovare il miglior vino etolico, qui a Roma, ma credo che concorderete con me nel considerarlo pi buono della maggior parte delle variet italiane. Sollev la coppa verso Flaminino e ne inghiott una generosa sorsata.
Solo perch Metrodoro aveva bevuto, non significava che il vino non fosse avvelenato, pens Flaminino. Aveva sentito di uomini che consumavano minime quantit di tossine ogni giorno, rendendosi immuni a diversi veleni. Non  quello che sta accadendo qui, si disse. Che motivo avrebbe di volermi assassinare?. Scegliendo un boccale, Flaminino lo sollev verso Metrodoro e ne prese un sorso. Il vino era forte, meno diluito di come si usava fare a Roma, con un caratteristico sapore corposo. Era delizioso, ma Flaminino non volle ammetterlo.
Non male.
Metrodoro ridacchi e pos sul tavolo un vassoio di pane e formaggio. Posso offrirti del cibo?
Possiamo venire al punto?. Flaminino sapeva che ai Greci piaceva parlare del pi e del meno, prima di entrare in argomento, ma cominciava a essere infastidito dalla sicurezza dell'Etolico. Era lui quello con il denaro, l, quello con il potere in mano.
Dimentico sempre che voi Romani siete cos diretti. Metrodoro offr a Flaminino lo sgabello di fronte alla porta e si sistem su quello davanti. Pasione rest in piedi. Metrodoro port lo sguardo su Flaminino. Vuoi parlare dei rapporti dell'Etolia con la Macedonia.
S. Il tuo popolo non  amico della Macedonia. Grazie alle sue spie, Flaminino sapeva che la situazione non era cambiata.
L'Etolia e la Macedonia hanno una storia complicata, rispose Metrodoro, con un accenno di sorriso sarcastico. Ci preoccupa che ora la Repubblica abbia cambiato idea e voglia fare la guerra alla Macedonia.
Eppure, eccoti qui, comment Flaminino.
Gi.
Entrambi sapevano che, nonostante il Senato avesse del tutto snobbato l'Etolia, due anni prima, gli Etoli non avevano alcuna speranza di vincere una guerra contro Filippo da soli. Flaminino decise che non era il caso di sottolineare quel fatto con Metrodoro, a meno che non fosse stato necessario. Era meglio portare l'ambasciatore dalla sua parte.
I comizi centuriati e il Senato prendono le loro decisioni nell'interesse del popolo romano, dichiar. Aveva pronunciato quella menzogna cos tante volte da poterlo fare ormai con consumata serenit. Ci che in passato poteva non sembrare saggio, a volte nel presente diventa una scelta ovvia.
Come dici tu, concord Metrodoro, ma i suoi occhi dicevano il contrario.
Ti stai senza dubbio chiedendo perch io sia qui.
In effetti, ci ho pensato. Il mio primo pensiero  stato che potessi offrirmi aiuto, in modo che il Senato considerasse la richiesta d'aiuto dell'Etolia. Metrodoro intendeva dire che Flaminino era venuto l per farsi corrompere.
Denaro in cambio di voti, pens il Romano. Ah!.
Metrodoro sembr leggere qualcosa nella sua espressione, e, per la prima volta, parve a disagio. Non  per questo che sei qui.
Flaminino aveva deciso come comportarsi giorni prima, ma rivelarlo a un Greco gli sembrava strano, e in qualche modo sleale. Ma doveva farlo. Il risultato, per la Repubblica, sarebbe stato lo stesso. La Macedonia sarebbe stata sconfitta, ma da lui, non da Galba. Si schiar la gola. Sarebbe meglio se l'Etolia restasse neutrale... per il momento.
Neutrale, ma non per sempre.
Esatto.
Metrodoro sorseggi il suo vino. La maggior parte degli uomini penserebbe che Roma voglia trovare degli alleati in Grecia, stavolta. L'Etolia sarebbe una scelta ovvia; il nostro esercito potrebbe aprire un secondo fronte da cui attaccare la Macedonia. Senza la strada che dall'Etolia porta in Tessaglia, Galba potrebbe passare solo per due o tre valli montane, e per Filippo sarebbe facile difenderle. Le legioni subirebbero gravi perdite.
Tuttavia, alcuni... importanti politici ritengono che sia meglio che l'Etolia non prenda parte alla guerra imminente, ment Flaminino. Era solo lui a volerlo, per poter indebolire le possibilit di vittoria di Galba, nella successiva buona stagione. Se ci fosse riuscito, e se fosse riuscito a farsi eleggere console, in seguito, la Macedonia sarebbe stata la sua mela matura da cogliere.
Capisco. Gli occhi curiosi di Metrodoro si portarono su Pasione, per poi tornare su Flaminino, ma non chiese altro. Quello che chiedi potrebbe essere complicato da ottenere.
Metrodoro pensa di poter ottenere una fortuna da me, adesso, pens Flaminino.  il momento di smettere di recitare. Filippo  sempre stato aggressivo, e porta rancore verso l'Etolia. Non mi sorprende che la maggioranza della tua assemblea voglia allearsi con Roma.
Sei ben informato. Nella voce di Metrodoro si avvertiva un nuovo tono di rispetto.
Pi di quanto tu possa immaginare. Come il nostro Senato, la vostra assemblea  divisa in fazioni. Assicurati il supporto delle due pi grandi, e quasi ogni mozione passer. Nicomede e Lichele sono quelli che dovrai persuadere. Flaminino ridacchi, nel vedere Metrodoro ancora pi sorpreso.
 raro vedere un Romano che sa cos tanto dei nostri affari interni.
Io non sono un Romano qualsiasi, dichiar Flaminino, senza alcuna traccia di ironia.
No, non lo sei, concord Metrodoro, per poi risollevare il boccale. Nicomede  un uomo ragionevole. Lichele, invece,  un tipo diverso.
Quindi presumo che tu mi stia facendo intendere che Nicomede non  avido come Lichele.
Gi.
La borsa di Flaminino fin sul tavolo, tra loro. Questo dovrebbe bastare come pagamento preliminare per entrambi, pi qualcosa per il tuo disturbo.
Posso?
Prego, fa' pure, rispose Flaminino, pensando: Ogni uomo ha il suo prezzo.
Metrodoro non riusc a nascondere l'avidit, mentre soppesava la borsa in mano, e poi ci guardava dentro. Altri fondi....
Arriveranno, lo interruppe Flaminino. Poi continu: Ho agenti in Etolia che ti daranno i fondi necessari per convincere Nicomede, Lichele e chiunque altro dovrai persuadere. Se l'Etolia rester neutrale, la prossima estate, tu riceverai una somma tre volte superiore a quella che hai ora tra le mani.
E se rifiutassi la tua offerta?
Non sarebbe saggio.
Si fissarono per un po'. Fu Metrodoro il primo a distogliere lo sguardo.
Come comunicheremo?, borbott alla fine.
Flaminino indic Pasione. Puoi scrivere a Leonida.
E dopo l'estate?
L'Etolia agir come preferisce, rispose Flaminino. In autunno, pens, io sar console, se gli di lo vorranno. E l'esercito degli Etoli arricchir il mio.
Dunque  solo un ritardo, niente di pi, comment Metrodoro, soddisfatto.
Chiamalo pure cos. Le ultime tracce di sensi di colpa all'idea di ostacolare la politica estera della Repubblica svanirono.
Sono certo che i membri dell'assemblea sceglieranno il buonsenso, dichiar Metrodoro. Qualcosa gli pass sul volto e spar subito.
Quell'idiota pensa di poter prendere il mio denaro e sparire, pens Flaminino. Al sicuro, in Etolia, crede di non avere niente da temere da un politico che  a Roma.
Qualcuno buss con forza alla porta, facendo sobbalzare tutti.
Chi altro sa che sei qui?, bisbigli Metrodoro.
Nessuno, rispose Flaminino, desiderando di essere andato l armato.
Aprite. Sono Trace.
Sollevato, Flaminino fece un cenno a Pasione.
Trace entr, con il bastone in mano. Aveva un taglio sotto un occhio. Il sangue gocciolava da una lacerazione lungo l'avambraccio sinistro. Allarmato, Metrodoro fece per alzarsi, ma Flaminino gli segnal di restare seduto.  un mio schiavo.
Metrodoro obbed, riluttante.
Sei ferito, disse Flaminino.
Solo un graffio. Ora fuori  sicuro, dichiar Trace, in tono soddisfatto.
Sono andati via?, domand Flaminino.
Trace sbuff con disprezzo. Uno morto. Altro con braccio rotto. Il terzo  scappato... codardo.
Erano semplici tagliaborse, nient'altro, spieg Flaminino a un preoccupato Metrodoro. Feccia che ci ha seguito lungo la strada. Un ricordo gli sfior la memoria, ma poi svan.
Metrodoro sembr un minimo sollevato. Se il Senato dovesse sapere di quest'incontro....
Niente di tutto questo, te l'assicuro, disse Flaminino, con un brivido.
La maggior parte dei senatori avrebbe considerato le sue azioni una collaborazione con una potenza straniera. L'esilio sarebbe stato il minimo che poteva aspettarsi, ma il suicidio forzato era pi probabile. Ti stai preoccupando per nulla, si disse.
Non devi temere nulla da uomini come quelli. D'altra parte, io posso arrivare molto pi lontano di ci che immagini. Ho uomini ad Atene, in Macedonia e a Corinto. E perfino qualcuno in Etolia. Se provi a ingannarmi o non fai quanto abbiamo stabilito, Trace, o qualcuno come lui, verr a bussare alla tua porta. Siamo intesi?.
Con il volto teso per la paura, Metrodoro annu.
Flaminino svuot la coppa di vino e si alz. Venite, Pasione, Trace. Sar meglio che facciamo controllare quella ferita.
Il massacro che accolse Flaminino all'esterno gli diede soddisfazione. Il cadavere di uno dei malviventi giaceva al centro della strada, con un gruppo di curiosi intorno. Il motivo della sua dipartita, il collo piegato in un'angolazione innaturale, era chiaro. Degli altri due non c'era traccia.
Flaminino lanci un'occhiata a Trace. Ottimo lavoro.
Lo schiavo sogghign.
Il trace si era comportato bene, consider Flaminino, e non soltanto eliminando quei malviventi. Il suo arrivo, cos macchiato di sangue e truce, nell'insula di Metrodoro non avrebbe potuto avere un tempismo migliore. Metrodoro avrebbe fatto tutto ci per cui era stato pagato. In primavera, la posizione di Galba sarebbe stata indebolita dal rifiuto dell'Etolia di allearsi a Roma. Costretto ad attaccare la Macedonia dalle montagne, con l'aiuto degli di sarebbe stato battuto da Filippo. Questo avrebbe aperto la strada a Flaminino per vincere le elezioni da console e prendere il controllo della guerra contro la Macedonia. Non ebbe alcuna esitazione nel pregare che Filippo vincesse le iniziali ostilit.
Flaminino era cos soddisfatto da non notare la figura che lo osservava, nascosta tra le ombre del vicolo di fronte.

Capitolo 20.

Confine tra Illiria e Macedonia, autunno del 200 a.C.

Colline coperte di pini si elevavano ai due lati della valle, il loro verde scuro in contrasto con l'azzurro vivido del fiume che scorreva tortuoso sul fondo. Piccole fattorie occupavano la zona pianeggiante, collegate da una sterrata che puntava verso nord-ovest e verso la costa. Campi in cui il raccolto era avvenuto da poco si affiancavano a pascoli recintati in cui spesso si trovavano greggi di pecore. I campi, adesso, erano vuoti, come le fattorie; la notizia dell'avvicinamento dell'esercito romano aveva fatto s che gli abitanti della zona si rifugiassero in fretta nelle fortezze locali. A parte qualche capra di montagna, gli unici esseri viventi erano due aquile che si libravano sulle correnti ascensionali, in alto nel cielo.
Fu il rumore ad arrivare per primo: il pesante, ripetitivo ritmo di migliaia di uomini in marcia. Poco dopo, l'esercito si fece vedere oltre una curva nella valle. L'avanguardia numida a cavallo era davanti, seguita dai velites. Dopo di loro c'erano gli hastati, i principes, i carri degli approvvigionamenti e, in retroguardia, i triari. La legione era in marcia da giorni, e si era lasciata alle spalle il grosso dell'esercito di Galba, vicino alla costa, alla foce del fiume Apso. Il console era stato colpito da un'improvvisa febbre, cos il pretore Lucio Apustio era stato inviato nell'entroterra con l'ordine di saccheggiare i territori macedoni. C'era stato un successo dopo l'altro, e il morale delle truppe era alto.
Felice e Antonio erano tra i principes, e stavano cantando una popolare canzone di marcia. I primi semi del cameratismo erano stati gettati nel campo di reclutamento a Brindisi, e il legame si era consolidato da quando erano giunti in Illiria. Le vittorie che avevano ottenuto nei tre piccoli scontri che erano seguiti non avevano fatto altro che cementarlo ancora di pi.
Ma la cosa pi importante, come Felice si trovava spesso a ripetere, era il fatto che avessero un buon centurione. Tito Pullone era tutto ci che era stato Matone come ufficiale, tranne che per la crudelt. Esperto, coraggioso e carismatico, era severo ma giusto.
Seguite le mie regole, li aveva avvertiti il primo giorno, e ve la caverete benissimo. Se le infrangerete, sappiate che pagherete. Il modo che aveva di parlare era l'opposto delle urla di Matone. Calmo, ma terrificante. Nonostante le differenze, non passava comunque giorno senza che Felice non provasse un gelido terrore all'idea che il suo vecchio centurione fosse nelle vicinanze.
Come sempre, a cominciare la canzone era stato lo Zoppo. Concludendola con un verso allegro che parlava di un soldato e della sua prostituta preferita, riusc perfino a prodursi in un mezzo inchino mentre marciava. Poi ci fu una pioggia di applausi, urla e fischi di apprezzamento.
Molto divertente. Ancora una volta, Pullone si materializz accanto alla posizione di Felice e dei suoi compagni.
Grazie, signore, replic lo Zoppo, lanciando uno sguardo cauto a Pullone.
Il centurione gli rivolse quello che sembrava un sorriso, e punt gli occhi sul resto del gruppo. Tutti raddrizzarono la schiena e sperarono che non notasse problemi con l'equipaggiamento o le armi. Felice tent di calmare il galoppo nervoso del cuore: Matone non era l, si ripet. Avanzarono di dieci passi, prima che Pullone si allontanasse senza una parola. Un sospiro di sollievo si lev da ogni gola.
Come fa?, borbott lo Zoppo, mentre il suo buonumore tornava.
Il mio vecchio centurione era uguale, comment Fabio.
Anche il nostro, soggiunsero in coro Felice e Antonio. Il ricordo orrendo del volto terrorizzato di Ingenuo pass davanti agli occhi di Felice.
Tutti scoppiarono a ridere.
Felice si ritrov a sperare ancora una volta che Pullone non scoprisse mai il loro terribile segreto. Per quanto fosse giusto, le regole erano quelle. Con sollievo dei due fratelli, fino a quel momento era andato tutto bene. Erano veterani sani e forti, e sembrava che al loro centurione non importasse altro.
Pullone non era stato l'unico problema, comunque. I due fratelli avevano passato qualche giorno di seria preoccupazione, prima di scoprire che nessuno era stato nella legione in cui avevano finto di aver servito. Il nervosismo di Felice si era un po' placato, da allora, perch gli uomini tendevano a parlare della guerra attuale, e non di quella contro Cartagine.
Quante miglia mancano, prima di accamparci?, indag Antonio.
Quattro, risposero Fabio e Narciso.
Tre, ribatterono invece Felice e lo Zoppo.
Ne segu una lunga ma allegra discussione, che fece passare quasi un miglio di cammino. Il successivo fu occupato da una disputa su chi dovesse cucinare il pasto serale - alla fine si decise che sarebbe stato Felice - e cos rimasero solo uno o due miglia, a seconda di chi avesse ragione.
Pullone torn, annunciando che il luogo dove si sarebbero accampati non era lontano, e che avrebbero avuto il compito, piuttosto semplice, di fare la guardia durante il pomeriggio, mentre l'altra met della legione si occupava di scavare le fortificazioni. I principes lo sapevano, visto che erano stati loro a scavarle il giorno prima, ma comunque esultarono.
Venti miglia sono abbastanza per chiunque, dichiar Fabio, quando Pullone si fu allontanato. Non c' bisogno di perdere anche due ore a scavare.
Oggi abbiamo percorso solo sedici miglia, idiota, lo rimbecc Antonio.
Le proteste di Fabio furono soffocate da cori di sedici, sedici, che ridussero il veterano a un infastidito silenzio.
Non impara mai, comment Antonio, rivolto a Felice. Un uomo che non sa contare dovrebbe evitare di parlare di certe cose.
Fabio  il pi anziano. Secondo lui, sa pi di noi.
E allora lascia che la pensi cos, ribatt Antonio. In questo modo, terr gli occhi di Pullone lontani da noi.
Arriv l'alba, soleggiata, umida e fredda. Una traccia di brina sfiorava le colline sopra l'accampamento, facendo capire che la campagna non sarebbe potuta andare avanti per sempre. L'inverno arrivava in fretta, in montagna, e presto non avrebbero pi avuto modo di approvvigionarsi. Le trombe avevano suonato poco prima, e tra le tende dei principes gli uomini stavano cucinando la colazione e sistemando l'equipaggiamento. Si parlava degli stessi argomenti della sera prima intorno ai fal, ovvero di Antipatrea, una vicina fortezza dei Dassareti, alleati della Macedonia.
La citt bloccava la strada alla legione verso est, e Apustio aveva deciso che il loro prossimo obiettivo doveva essere quello di conquistarla. I centurioni avevano fatto sapere ai legionari quell'informazione e poco altro. Felice era stato nell'esercito abbastanza a lungo da desiderare di conoscere i pericoli che avrebbe dovuto affrontare, perci, dopo che Pullone si era allontanato, era andato dai cavalieri numidi con una fiasca di vino. Nel giro di un'ora, aveva potuto riferire ai compagni che Antipatrea occupava una solida posizione sul lato di una stretta gola. Dietro alla citt c'era il fianco ripido di una montagna, mentre un fiume scorreva sinuoso intorno a pi di met del suo diametro. Era circondata da alte mura. A giudicare dalle fattorie e dai villaggi vuoti intorno, i Numidi giudicavano che l'intera popolazione nel raggio di dieci miglia si fosse rifugiata l.
Quelle difese sembrano impenetrabili, dannazione, comment Fabio, accigliandosi.
Parlare cos non sar d'aiuto, gli fece notare Felice. Pullone sapr cosa fare.
Far del mio meglio, gli mormor il centurione all'orecchio. Sogghign, mentre Felice sobbalzava. Che c', qualcuno ti ha pestato la coda?
No, signore. Mi hai colto di sorpresa, tutto qui, ammise Felice.
Un vecchio come me non dovrebbe riuscire a cogliere di sorpresa un ragazzo come te. Soprattutto se sono in armatura. La voce calma e pacata di Pullone era terrificante.
No, signore, concord Felice.
Abbiamo i nostri ordini, pezzi di merda. Pullone si port davanti al gruppo, con le mani sui fianchi. L'attacco inizier contro le mura di fronte alla citt domani all'alba. Quando tutte le sentinelle saranno concentrate sull'assalto frontale, un gruppo selezionato di soldati gi in posizione tra gli alberi del pendio dietro la citt lancer un attacco a sorpresa. Una volta raggiunti i bastioni, procederanno fino alle porte della fortezza e le apriranno.
Che astuto bastardo. Fa sembrare il piano una passeggiata tra i boschi, pens Felice. Entrambe le situazioni sarebbero state pericolosissime, invece.
Noi faremo parte dell'attacco frontale, signore?, volle sapere Fabio, dando voce alla domanda nella testa di tutti.
Pullone sembrava divertito. No.
Un lampo di speranza pass negli occhi di Narciso: l'accesso alle mura era limitato, quindi non tutti i soldati della legione avrebbero potuto partecipare all'assalto. Felice si scambi un'occhiata cauta con Antonio, invece. Pullone non era il tipo da venire a dire loro che avrebbero atteso prima di seguire il resto dell'esercito in battaglia.
Voi passerete la giornata ad abbattere alberi e costruire scale, rispose Pullone. Sogghign, quando vide che i principes avevano capito. S, avete indovinato, idioti. Al nostro manipolo  stato dato l'onore di assaltare le mura posteriori. Siete pronti a farlo?.
I principes nascosero l'apprensione. S, signore!.
Ci muoveremo subito dopo la colazione. A mezzogiorno, dovreste aver abbattuto alberi a sufficienza, spero anche prima. Finite le scale in fretta, e vi permetter di riposare per il resto della giornata. Mi hanno detto che l'acqua del fiume non  troppo fredda per una nuotata.
Il morale si alz grazie a quella piacevole prospettiva, e Felice e gli altri annuirono con forza.
Felice, Antonio e il resto della centuria di Pullone erano nascosti tra gli ultimi alberi che sovrastavano le mura posteriori di Antipatrea, con l'altra met del manipolo nelle vicinanze. La citt era ancora avvolta dall'oscurit, ma sopra le montagne, a est, il cielo si andava schiarendo. La lunga attesa era quasi finita, e Felice ne era contento. La sera prima, si erano arrampicati a fatica sul crinale opposto della montagna, per poi scendere rapidi durante la notte verso Antipatrea. Un uomo della centuria era morto, e un altro si era rotto una gamba. Molti si erano storti una caviglia, o lacerati gli stinchi. Furioso per i rumori provocati dagli sfortunati che erano caduti, Pullone non aveva fatto che andare avanti e indietro, sibilando terribili minacce a chiunque avesse causato una frana, anche minuscola.
Felice non sapeva se fosse stato per quelle minacce o perch Fortuna aveva cambiato umore, ma il resto di quel pericoloso viaggio era trascorso senza ulteriori incidenti. Condotti dall'avanguardia fino a una piccola radura invisibile dalle mura di Antipatrea, si erano sistemati l, avvolgendosi nei mantelli. Non avevano potuto accendere fuochi, e Felice, angosciato ogni volta che Pullone usciva dall'oscurit e dal pensiero dell'assalto del giorno dopo, non aveva dormito molto. Ogni volta che era riuscito a scivolare nel sonno, non aveva fatto altro che rivivere il giorno del fustuarium, sentendo il cranio di Ingenuo che si schiantava sotto la suola del suo sandalo.
Pullone sapeva che erano tesi, irrigiditi e preoccupati. Prima di farli muovere, li aveva fatti allungare e scaldare. Poi aveva offerto loro un sorso di vino da una fiasca. Il liquido forte e non diluito era sembrato a Felice il nettare stesso degli di; gli scaldava ancora adesso lo stomaco. Le pacate parole di incoraggiamento di Pullone, mormorate a ogni gruppo, erano piovute come pioggia primaverile su piante in fiore. Prima avrebbero conquistato le mura, aveva sussurrato, e poi le porte della citt. Se ci fossero riusciti, la fortezza sarebbe caduta.
E a quel punto, pens Felice, avrebbero avuto la possibilit di saccheggiarla. Il bottino si condivideva tra tutti, ma i piccoli oggetti preziosi, di solito, tendevano a sparire nelle borse dei soldati. Non consider neanche l'ordine di Apustio di risparmiare solo donne e bambini. I Dassareti rifugiati nella citt avevano ucciso molti legionari in diversi agguati, mentre l'esercito si avvicinava ad Antipatrea. Gli uomini all'interno meritavano di morire, e tutti gli altri di diventare schiavi.
Ascoltate!. Pullone era a pochi passi alla destra di Felice. Lo sentite?
S, signore, rispose Felice, sogghignando al rumore di uomini in marcia. Nonostante la posizione elevata, le mura nascondevano la legione in avvicinamento alla vista dei principes.
Non manca molto. State pronti. Pullone svan nell'oscurit.
Felice studi le sentinelle, che sembravano essere quattro. Non erano molte, per la lunghezza delle mura che dovevano controllare, ma duecento passi di terreno scoperto dividevano le mura dagli alberi, e il ripido pendio che portava alla citt garantiva ulteriore protezione dagli attacchi. Pullone aveva gi avvertito gli uomini che sarebbero stati avvistati, una volta usciti dalla copertura.
Non ci pensate, aveva aggiunto. Quattro sentinelle non possono fermarci. Concentratevi sul posizionare le scale e salire su quel dannato muro.
Le trombe risuonarono sotto Antipatrea, e Felice deglut. Quello era per forza l'ordine di avanzare. Il loro momento si avvicinava. Ogni scala sarebbe stata trasportata da tre uomini. Lui, suo fratello e Narciso ne avevano una; gli altri del loro contubernio ridotto ne avevano un'altra. Il manipolo contava trenta scale in tutto. Quando i principes avessero raggiunto le mura, un uomo avrebbe tenuto ferma la scala, permettendo agli altri di salire.
Pronto?, sussurr Felice all'orecchio del fratello.
S. Antonio si gir a guardare Narciso. Pronto?
S. Stiamo per...?.
Un improvviso clamore risal dal basso: urla, clangore di armi, grida.
Pullone lasci che la battaglia proseguisse per un centinaio di battiti. Due sentinelle erano scomparse, per andare a vedere cosa stesse accadendo davanti, immagin Felice. Le altre due si erano riunite a destra, in un punto da cui probabilmente si vedeva la parte frontale delle mura. Entrambi avevano la schiena rivolta agli alberi e al pendio.
Ora!, ordin Pullone. Muovetevi!.
Felice scatt in piedi, con la scala nella mano destra e lo scudo nella sinistra. Controll in fretta che Antonio e Narciso fossero pronti, e scatt avanti. Dovevano fare molta attenzione, perch il pendio era ripido quasi quanto la cima della montagna: il terreno era coperto di ghiaia, con qualche magro cespuglio e qualche giovane pino qua e l. Felice avrebbe voluto controllare le sentinelle, ma doveva tenere lo sguardo fisso al suolo per vedere dove metteva i piedi.
Delle pietre si mossero alle sue spalle, e la scala ondeggi.
Tutto bene?, sibil Felice.
Antonio imprec con forza. Un ginocchio sbucciato, tutto qui.
Erano avanzati di una trentina di passi. Felice si arrischi a controllare la sommit delle mura. Le due sentinelle non si erano mosse.
Falle restare cos, Giove, preg.
A ottanta passi, con le ginocchia che tremavano per lo sforzo della discesa, si presero un attimo per riprendere fiato. Ai loro lati, la discesa brulicava di compagni con le loro scale. Le sentinelle non li avevano ancora sentiti. E i principes continuarono a scendere, sdrucciolando e correndo verso le mura.
Con tanta gente in movimento, era inevitabile che qualcuno perdesse l'equilibrio. L'uomo davanti a una scala fece un passo troppo ampio; la pietra su cui pos il piede si spost. Con entrambe le mani occupate, piomb inerme faccia avanti, facendo perdere l'equilibrio anche ai compagni e causando una piccola frana. Il caos che ne segu avrebbe svegliato anche Bacco ubriaco.
Felice alz lo sguardo e not due volti terrorizzati che li fissavano dai bastioni. Stimando che mancassero circa sessanta passi alle mura, si fece coraggio. Pullone aveva ragione. Quattro uomini non sarebbero riusciti a fermare due scale sistemate contro le difese, men che meno trenta.
Fffffewww. Una lancia sibil vicino a Felice. Delle scintille si levarono dal punto in cui colp un masso, mandandola a carambolare di lato.
Quel figlio di puttana mi ha preso di mira, pens Felice, con un lampo di terrore. Avanti!, grid ad Antonio e Narciso.
Coprirono altri quindici passi.
Fffffewww. Una lancia colp il terreno a met strada tra loro e il gruppo successivo. Felice lanci un altro sguardo verso l'alto. Una sentinella lo fissava, con il braccio destro tirato indietro per lanciare. Felice sent una stretta alle viscere; gli sembr quasi di avvertire la punta d'acciaio piantarglisi nella carne.
Che modo stupido di andarsene, pens. Ucciso su un ghiaione tra i monti della Macedonia, fuori da un merdoso insediamento di cui nessuno aveva mai sentito parlare.
In quel momento, la caviglia gli si pieg e il ginocchio cedette, instabile per il carico che stava trasportando. Felice ondeggi e cadde. Sent lo stinco sbattere con violenza su una pietra, e subito dopo evit per un soffio di spaccarsi una guancia sul bordo affilato di un masso. Affannato, quasi senza fiato, sent una lancia sibilare nel punto in cui era la sua testa fino a un attimo prima.
Felice! Sei ferito?, grid Antonio.
Me la caver. Il dolore gli risal lungo la gamba, mentre il sangue gli scorreva sullo stinco, ma il giovane sorrise. Se fosse rimasto in piedi, quella lancia l'avrebbe infilzato in mezzo agli occhi.
Alzati, lo incalz Antonio. Quel fottipecore sul bastione non ha ancora finito, con noi.
Felice si costrinse a rimettersi in piedi e ripartirono. La sentinella aveva avuto la sua possibilit e l'aveva sprecata, decise Felice. Fortuna l'aveva fatto inciampare e l'avrebbe protetto durante l'attacco.
In effetti raggiunsero la base delle mura senza altre difficolt. Un gruppo di compagni era stato ferito dalle lance nemiche, ma gli altri erano tutti l. Entrando nel fossato difensivo, i tre piantarono nel terreno la base della scala, sistemandola contro le pietre del muro. I ricognitori avevano calcolato bene l'altezza delle mura: la scala era della giusta altezza.
Felice si ritrov alla base dei pioli. Si lecc le labbra. Il primo a salire era anche quello che rischiava di pi, ma se si fosse spostato, sarebbe dovuto andare Antonio, al suo posto, o l'inesperto Narciso.
Tenete ferma questa bastarda, ringhi, posando il piede sul primo piolo.

Capitolo 21.

Fortezza di Demetriade, sul golfo Pegaseo, a nord dell'Eubea.

Filippo era in piedi fuori dalla sua tenda, con un messaggero terrorizzato davanti a lui. L'accampamento si estendeva tutt'intorno; vi si trovavano cinquemila fanti leggeri e trecento Compagni. Da quando era tornato dall'Asia Minore e dalla sua campagna per controllare la Propontide, non c'era stato un attimo di riposo. La notizia dell'arrivo di Galba ad Apollonia l'aveva raggiunto, ma, considerando che l'anno era quasi finito, Filippo aveva deciso di lasciar stare i Romani. Galba sarebbe stato costretto a fermarsi a causa del freddo e della mancanza di approvvigionamenti. Tuttavia, c'era ancora tempo per dare una lezione agli Ateniesi, e cos aveva marciato fino a Demetriade, una delle tre Pastoie della Grecia, le fortezze che proteggevano la Macedonia dalle invasioni dal sud. Prima che potesse portare a termine i suoi piani, per, aveva ricevuto notizie inattese e spiacevoli dall'uomo che ora gli stava di fronte. Era irritante scoprire che non era l'unico che non voleva starsene con le mani in mano.
Ripetimelo, ordin il re, con le labbra serrate in una linea sottile e pallida.
Il messaggero, venuto da Calcide, un'altra delle Pastoie della Grecia, deglut.
Non temere, soggiunse Filippo, in tono pi gentile. Non ti accadr nulla di male.
Ci fu un patetico cenno di gratitudine. Calcide  stata attaccata due giorni fa, maest. Senza che lo sapessimo, i Romani sono salpati da Atene di notte. L'assalto  iniziato all'alba, mentre le porte venivano aperte. Le sentinelle sono state sopraffatte; a causa dell'ora, gran parte della guarnigione era ancora a letto. La fortezza  caduta poco dopo. Il messaggero fece una pausa, temendo ancora la reazione del re.
Furioso, Filippo gli fece cenno di continuare.
I Romani hanno bruciato l'arsenale e i granai, maest, e liberato diverse centinaia di prigionieri ateniesi. Non avevano abbastanza uomini per mantenere il controllo della fortezza, tuttavia, perci, grazie agli di, sono tornati alle loro navi e si sono ritirati ad Atene.
E Sopater  stato ucciso?
S, maest.
I Romani erano astuti bastardi, decise Filippo. Situata sulla costa meridionale dell'Eubea, Calcide era di importanza vitale; da l, le sue truppe potevano lanciare attacchi in Beozia e Attica con grande facilit. Il suo governatore, Sopater, era stato uno dei suoi migliori generali, o almeno cos credeva. Era stato un bene, decise cupamente, che fosse morto.
Non possiamo non reagire.
Maest?, esit il messaggero.
Filippo aveva pensato a voce alta, senza rendersene conto. Hai fatto un buon lavoro. Strinse la mano al messaggero e poi cerc un servitore con lo sguardo. Prenditi cura di quest'uomo coraggioso.
Cosa dobbiamo fare, maest?, gli chiese uno dei suoi ufficiali.
La cosa pi ovvia, replic Filippo, sorridendo alla confusione dell'uomo. Attaccheremo Atene.
Filippo cavalcava davanti all'esercito, insieme ai Compagni; dietro di lui marciavano i suoi cinquemila fanti leggeri. L'Attica giaceva ai suoi piedi; a una certa distanza, riusciva gi a scorgere le mura di Atene, e, in cima all'Acropoli, il maestoso Partenone. Erano trascorsi meno di dieci giorni da quando, a Demetriade, aveva ricevuto la terribile notizia della caduta di Calcide. Salpato subito per l'Eubea, aveva visitato la fortezza in rovina prima di superare lo stretto braccio di mare che lo separava dalla Beozia.
Quella terra era tra le migliori della Grecia, e Filippo ne aveva approfittato, saccheggiando ogni fattoria sul suo cammino. I pochi carri che si era portato dietro procedevano in retroguardia; ora erano carichi di grano, mele e vino. Non gli importava nulla dei contadini a cui aveva fatto requisire il cibo. Pi di un secolo era passato dall'ultima alleanza tra Beozia e Macedonia: adesso, era Atene la sua padrona. Che questi bifolchi dai piedi sporchi vadano pure a implorare aiuto fin l, pens Filippo. Un sottile sorriso gli sfior le labbra. Il suo viaggio rapido, molto pi di quelli a cui gli eserciti greci erano abituati, gli avrebbe permesso, con un po' di fortuna, di sorprendere in pieno gli Ateniesi. Avrebbe fatto ad Atene quello che era stato fatto a Calcide, e al Tartaro le conseguenze. Ogni pensiero di un'alleanza con gli Ateniesi era ormai svanito: Filippo voleva soltanto che soffrissero.
Il primo indizio che il suo arrivo fosse stato notato venne subito dopo. In risposta alla minaccia macedone di circa centoquarant'anni prima, le difese di Atene erano state rinforzate con la costruzione di mura esterne che proteggevano il territorio intorno alla citt. Quel giorno, la prima cinta era abbandonata. Furioso, Filippo entr nelle porte spalancate e super i bastioni vuoti. Il fumo ancora si alzava dai tetti delle caserme; gli escrementi dei cavalli fuori dalle stalle erano ancora freschi. I fiori sulle tombe accanto alla strada sembravano essere stati colti quella mattina stessa. Non si udivano voci dalla prestigiosa scuola fondata da Aristotele. Qualcuno doveva averli visti in marcia, decise, ed era corso ad Atene per dare la notizia. Tutti gli abitanti della citt erano corsi a rifugiarsi all'interno. Non ci sarebbero stati gloriosi attacchi a sorpresa, cos come i perfidi Romani avevano fatto a Calcide.
Rabbioso, Filippo cavalc in silenzio per diversi stadi. L'orgoglio gli imped di considerare la ritirata. Farlo avrebbe fatto capire che temeva il confronto, che era intimidito dalle possenti difese di Atene. Si avvicinarono, finch gli elmi delle guardie in cima ai bastioni non furono visibili, scintillanti al sole. Filippo poteva immaginare la loro soddisfazione. A tempo debito, avrebbe strappato il sorriso dai loro volti, ma ora, con l'inverno in arrivo, e le nuvole basse e cariche di pioggia sopra di loro a ricordarglielo, sarebbe stato pi saggio un rapido e violento attacco, una lezione per farsi ricordare da quegli arroganti e altezzosi Ateniesi.
Mentre arrivavano in vista del Dipylon, la porta monumentale a nord-ovest della citt, Filippo seppe cosa avrebbero fatto. Il Dipylon era un ampio rettangolo con torri a ogni angolo, le cui doppie porte gemelle formavano i lati corti della struttura. Lo spazio in mezzo permetteva ai difensori di avere quattro campi visivi per colpire chiunque tentasse di entrare. La prima coppia di porte era aperta, e all'interno, in segno di sfida - era come se avessero direttamente insultato la madre di Filippo - c'erano centinaia di soldati e cavalieri.
Lui avanz verso le mura finch non fu al limite della gittata degli archi. Voltando la schiena alle guardie sui bastioni, in segno di disprezzo, si rivolse ai Compagni. Sebbene molti di loro sembrassero nervosi, erano schierati immobili e con precisione. Dietro i loro, i suoi soldati, che l'avevano seguito in lungo e in largo per la Grecia, erano altrettanto pronti. Li am, in quel momento, con una passione cos forte da cancellare ogni altro sentimento.
Vedete come quei codardi degli Ateniesi si nascondono dietro le loro mura?, tuon. Si concedono al confronto solo quando sono supportati da arcieri e catapulte!.
I suoi uomini urlarono e gridarono insulti contro i difensori e le truppe in attesa nel Dipylon.
Non ci fu risposta, cosa che frustr Filippo. Vediamo se resistono anche a questo, pens, galoppando verso una delle tombe situate ai lati della strada che conduceva alla porta. Si trattava di una statua piuttosto comune, una scultura magnifica che rappresentava un giovane nudo con un piede portato avanti, e che commemorava un giovane Ateniese morto in battaglia per la sua citt. Filippo latr un ordine.
In un attimo, delle corde furono legate intorno alla statua. Filippo diede il segnale con la sua lunga lancia, e una dozzina di soldati abbatt la scultura, facendola schiantare al suolo. La testa si ruppe e rotol verso le mura. Grida sgomente si levarono dai difensori, e Filippo sorrise. Fece un cenno, e gli uomini si spostarono verso un'altra statua. Quando ne furono cadute quattro, il disordine tra le truppe nel Dipylon era ormai ben visibile.
Pochi uomini sarebbero riusciti a sopportare un simile disonore contro i propri compagni o anche i loro antenati, pens Filippo. Il momento era giunto. Pronti!, grid alla cavalleria. Pronti!.
Avanz davanti ai Compagni, fronteggi il nemico e, senza esitazione, url: Carica!. Il cavallo ben addestrato di Filippo pass dall'immobilit al galoppo nel giro di due battiti. Alle sue spalle, i trecento Compagni lo seguirono. A cuneo!, url.
Meno di duecento passi li dividevano dalla prima coppia di porte. Le truppe nemiche erano forse a una quarantina di passi di distanza dalle porte stesse. Le loro linee iniziarono a ondeggiare non appena videro arrivare Filippo. Una folle esaltazione lo consum. Nessuno si era aspettato quell'attacco. Non si cur degli arcieri in cima ai bastioni; non sent gli ufficiali di artiglieria che urlavano ai loro uomini di prendere la mira. Nelle orecchie aveva soltanto il suono degli zoccoli che risuonavano sul terreno; davanti agli occhi, soltanto la fila di fanteria - uomini di Pergamo, non di Atene, not con piacere - davanti a lui.

Alcuni soldati sono addestrati a resistere davanti a una carica di cavalleria, ma ben pochi ci si ritrovano davvero davanti. L'inganno di Filippo riusc alla perfezione, perch neanche gli uomini di Pergamo ci si erano mai trovati. Quando i Compagni furono a cinquanta passi da loro, la formazione croll come un muro mal costruito colpito dal masso di una catapulta. Controllando i cavalli con le ginocchia, il re e i suoi cavalieri abbassarono le lunghe xyston e piombarono sui nemici in rotta.
Negli anni passati dall'ultima carica di cavalleria che aveva guidato, Filippo aveva dimenticato l'esaltazione e la paura che si provavano. Aveva l'altezza, la velocit e lo slancio dalla sua parte, ma era vulnerabile agli avversari che si fossero trovati troppo vicini rispetto alla portata della sua lancia. Visto il panico dei nemici, non sarebbe accaduto tanto presto, decise con soddisfazione. Stringendo la lancia con entrambe le mani, ne piant la punta nella gola di un Pergameno terrorizzato. Il cavallo colp un altro soldato, facendolo cadere a terra. Superando la sua prima vittima, Filippo liber la xyston.
Un Pergameno pi coraggioso si fece avanti, con la lancia sollevata, e Filippo gli schiant sul volto l'estremit posteriore, coperta di metallo, della xyston, rompendogli il naso come una prugna matura. L'uomo cadde all'indietro e spar. Qualcuno url mentre veniva schiacciato dal cavallo di Filippo. I successivi due uomini che si trov davanti si girarono, terrorizzati, e cercarono di farsi strada a forza tra i compagni. Filippo si sporse e infilz uno di loro sopra l'estremit della corazza imbottita. L'altro si gett di lato, e il colpo successivo della lancia scivol lungo l'armatura e gli si piant nella coscia sinistra. Azzoppato, il soldato croll, piangendo come un bambino.
Maest!.
Il grido, proveniente da un Compagno alle spalle di Filippo, gli salv la vita. Un Pergameno senza scudo n lancia gli corse addosso da sinistra, con un coltello ricurvo in pugno. Filippo ebbe giusto il tempo di sollevare la xyston davanti a s, spostare la presa sull'asta e abbassarne l'estremit posteriore. L'uomo tent di scartare a sinistra, e Filippo lo colp sull'elmo, facendolo barcollare indietro di un paio di passi. L'uomo scatt a destra, pi basso, questa volta. Filippo lo colp ancora con l'estremit metallica della lancia, ma non riusc a evitare che si avvicinasse. Scalci con lo stivale, ma lo manc.
Il pugnale scatt indietro, e Filippo guard in faccia la morte. Non c'era tempo di ruotare la xyston. Url un ordine. Il cavallo, addestrato a combattere, si gir di scatto a sinistra. Con la spalla, colp in pieno il Pergameno e lo fece cadere come una bambola di stracci. Prima che potesse rialzarsi, l'estremit posteriore della xyston di Filippo gli si era piantata nell'orbita, affondandogli nel cervello. Con un paio di potenti strattoni, il re liber la lancia dal cranio dell'uomo e, affannato, la riport al fianco destro.
Non c'era spazio per respirare, e Filippo si guard intorno. Il caos regnava sovrano in quello spazio ristretto. Gemiti e urla di battaglia facevano a gara con i nitriti dei cavalli feriti. Nuvole di polvere coprivano ogni cosa. Compagni e soldati di Pergamo si scontravano, cercando di abbattersi a vicenda. In alto, gli arcieri non riuscivano ad avere bersagli puliti, e neanche gli uomini dell'artiglieria. Il suo folle attacco, fino a quel momento, aveva avuto successo perch aveva colto di sorpresa i nemici. Ma, ben presto, le sorti dello scontro si sarebbero rovesciate.
Sui lati del gruppo di soldati di Pergamo, Filippo not degli opliti ateniesi. Soldati esperti con buoni ufficiali, stavano avanzando oltre i compagni terrorizzati. Da un momento all'altro, i Pergameni si sarebbero ritirati. Lo fecero, e Filippo trattenne il respiro. Un secco ordine, e gli opliti avanzarono; le prime tre file avevano le lance abbassate. Era una mossa rischiosa, visto che entrambi i gruppi di opliti stavano lasciando i fianchi delle loro formazioni pi vicini alle porte aperte vulnerabili a un attacco, ma i Compagni non erano pi raggruppati. Gli opliti li avevano gi schiacciati in uno spazio pi ristretto, e pi fossero rimasti l, pi avrebbero dato ad arcieri e artiglieri la possibilit di bersagliarli. Le prime frecce gi sibilavano nell'aria; uno dei cavalli era stato ferito gravemente.
Ritirata!, url Filippo. Ritiratevi subito!.
I suoi uomini erano ben addestrati e disciplinati, e risposero all'istante. A gruppi di tre o quattro, di cinque e di sei e otto, galopparono fuori dal Dipylon. Per quanto fosse una scelta folle, Filippo rest indietro abbastanza a lungo da infilzare un ultimo soldato di Pergamo. Quando spinse il cavallo verso la salvezza, gli arcieri gli stavano tirando contro le loro frecce. Il dardo di una catapulta piomb a terra vicino a lui, e il re scoppi a ridere.
Rise finch non torn davanti alla fanteria, rimasta, per suo ordine, dove si trovava. Altri dardi lanciati dagli artiglieri frustrati si piantarono nel terreno poco lontano dalla loro posizione; i difensori urlarono la loro furia impotente. Rivolte ancora le spalle alle mura, Filippo si comport come se fosse solo con le sue truppe. I Compagni tornarono in formazione, rivolgendosi di nuovo contro le mura della citt. Era impossibile sapere con certezza quanti fossero i caduti, per adesso, ma non dovevano essere pi di cinque o sei, decise Filippo, ben meno delle perdite inflitte a quei codardi degli Ateniesi e ai loro vili alleati di Pergamo.
Filippo ne fu deliziato, come anche dal coraggio dei suoi uomini. Li lod, e quando domand se dovevano assaltare le mura, subito dopo, i Compagni fecero sentire il loro indiscusso consenso. Invece, grid Filippo, avrebbe offerto loro un altro bersaglio. Senza farsi sentire dai difensori, annunci che avrebbero puntato verso la vicina fortezza di Eleusi. Conquistandola, avrebbero inferto ad Atene un duro colpo, facendo capire ai suoi governanti che allearsi con i nemici della Macedonia non li avrebbe protetti.
O erano suoi amici, decise Filippo, oppure suoi nemici. Non poteva esserci niente nel mezzo.

Capitolo 22.

Antipatrea.

I sandali chiodati erano perfetti sul terreno soffice, ma infidi altrove. I piedi di Felice scivolarono sui pioli della scala, rallentando la sua ascesa. Se fosse caduto, avrebbe colpito il compagno dietro di s, oltre a ferirsi o uccidersi di sotto. Gett ogni cautela al vento un attimo dopo, tuttavia. La sentinella pi grossa aveva gi staccato due scale dal muro spingendone una di lato contro l'altra. Se avesse scelto la sua, come successiva, sarebbe finito nell'Ade prima di rendersene conto.
In qualche modo, raggiunse i bastioni illeso e, con l'aiuto di un altro princeps, elimin la grossa guardia. La seconda mor subito dopo, permettendo agli altri del manipolo di salire senza problemi. Felice scese la pi vicina rampa di scale, con Antonio e Narciso, per assicurare al resto della legione l'accesso alla citt. Con sua grande sorpresa, Narciso non aveva ancora fatto stupidaggini.
Non c'era nessuno in vista; chiunque fosse all'interno delle semplici case di mattoni addossate alle mura si tenne nascosto. Ben presto, le due centurie si riunirono, con i principes feroci e risoluti.
Non abbiamo la pi pallida idea di dove siano le porte principali, a parte che si debbano trovare da qualche parte in quella direzione, annunci Pullone ai suoi uomini, indicando a sud. Da quella direzione si sentivano provenire i violenti rumori di un combattimento in corso. La velocit  essenziale, fratelli. I nostri compagni stanno combattendo e morendo fuori dalle mura. Contano su di noi. Non possiamo fermarci per nessun motivo. Se resterete indietro, sarete da soli. Avete capito, idioti?
S, signore.
Felice, Antonio. Con me, in prima fila. Voialtri, in formazione ampia dietro di me.
Pullone prese posizione a destra della prima fila. Con un cenno all'altro centurione, che avrebbe preso un'altra strada, guid gli uomini nello spazio pi vicino tra gli edifici.
Il viaggio che segu sarebbe rimasto impresso nella memoria di Felice. Edifici a un solo piano, con il tetto di paglia o di tegole, stretti l'uno all'altro ai lati della strada. Il misto di fango secco ed escrementi, sia animali che umani, sotto i suoi sandali. Porte serrate, come tanti occhi vuoti. Il volto terrorizzato di un bambino che li guardava dallo spiraglio aperto in una finestra, e il sibilo furioso di sua madre che l'aveva fatto sparire alla vista. Il fumo che si levava dal camino di una fucina, e l'espressione sconvolta del fabbro, con in mano un martello, mentre loro passavano oltre.
L'attacco doveva aver colto di sorpresa i difensori. Comparvero dei ragazzi, insultandoli a distanza di sicurezza, mentre le loro pietre rimbalzavano senza fare danni sugli scudi e gli elmi dei principes. Dei ragazzini cominciarono a correre sui tetti, lanciando su di loro pezzi di tegole. Singoli guerrieri, forse messaggeri, lanciarono uno sguardo alla colonna armata e fuggirono. Solo quando incontrarono un gruppo di nemici, gli uomini di Pullone furono costretti a combattere.
Il vicolo era facile da difendere, e rallent la loro avanzata a passo d'uomo. Spingendo avanti con Felice e Antonio, Pullone url a una ventina di uomini delle retrovie di disperdersi nei vicoli laterali per circondare i guerrieri. Il loro arrivo, poco dopo, semin il panico tra i nemici. Nel corso del breve e brutale scontro, i difensori furono massacrati o fuggirono. Lasciando cinque uomini a difesa dei feriti - sembrava che Pullone non fosse cos duro di cuore come faceva intendere - corsero verso il clangore del combattimento principale, sempre pi forte.
Conquistare le porte si rivel facile. In cima ai bastioni c'erano ben pochi guerrieri, intenti a tirare lance e massi contro i Romani all'esterno. Felice e gli altri non dovettero fare altro che eliminare i pochi uomini che si pararono loro di fronte, sollevare la sbarra e spalancare il grosso portale. Un'ondata di legionari esultanti sciam all'interno, tutti eccitati come mastini che avessero appena messo all'angolo un cinghiale.
Ben fatto, disse Pullone.
Con gli occhi spiritati, il volto l'elmo e perfino la cresta di crine di cavallo macchiati di sangue, offriva una vista esaltante.
Pul-lo-ne!. Ebbro per la facilit con cui avevano portato a termine la missione e grato di non avere davanti Matone, Felice colp l'umbone dello scudo con la spada. Pul-lo-ne!.
I compagni lo seguirono nel coro, e il centurione si concesse un breve sorriso. La citt non  ancora caduta, idioti.
Dove andiamo adesso, signore?, domand Antonio.
Tutti guardarono Pullone, perch, da quel momento, gli uomini avrebbero pensato pi a cercare bottino e donne, che non a occuparsi dei difensori rimasti.
Ripulite i bastioni sopra le porte, e poi potrete fare ci che preferite.
Pullone li stava scatenando, pens Felice, mentre caricava, con un ululato, le scale pi vicine. Chiese a Giove di fargli trovare una sacca piena di monete, o uno scrigno di gioielli.
La notte era calata da tempo, ma una sinistra luce rossastra emanava da Antipatrea. I tetti di paglia erano un bersaglio perfetto per le torce; gli uomini avevano cominciato a sfidarsi a chi dava fuoco a pi edifici. L'incendio si era esteso in diversi quartieri e minacciava di sfuggire al controllo, ma i festeggiamenti non si erano fermati. Gruppi di legionari ubriachi ed esaltati correvano per la citt, con le armi insanguinate in mano, le loro risate inframmezzate a sboccate parodie di canzoni e poesie. Di tanto in tanto si sentivano delle urla, subito soffocate. Da qualche parte, vicino alla porta principale, un bambino strillava. Nessuno venne a salvarlo.
I cadaveri riempivano le strade. Guerrieri, vecchi e ragazzi, soprattutto, rimasti dove erano caduti: insieme, da soli, nel tentativo di difendere compagni o persone care. Alcuni mostravano la gola tagliata, altri erano stati infilzati pi volte. Alcuni erano stati mutilati sino a sembrare pezzi di carne macellata male. Un braccio da una parte, con le dita della mano ancora strette intorno a una mazza, mentre da un'altra un burlone aveva pensato bene di mettere una sopra l'altra una mezza dozzina di teste tagliate. Le tre a terra appartenevano a ragazzi; sopra di esse, quelle di due guerrieri, e in cima quella di un vecchio terrorizzato.
Felice arricci le labbra, disgustato. Aveva ucciso diversi nemici, quel giorno, quattro o forse cinque, ma infierire sui morti non era nel suo stile. In ogni caso, non spost le teste. Non aveva alcun senso. Con gli occhi appannati, stanco, ma ancora deciso a saccheggiare, aveva lasciato Antonio e i suoi compagni a bere vino nell'agor della citt.
Tutti quelli del suo contubernio se l'erano cavata meglio di lui, nel saccheggio della citt. Narciso era stato il pi fortunato: aveva trovato una sacca di monete d'argento nel pugno di un negoziante che aveva ucciso, e ancora se ne vantava. Antonio era riuscito a ottenere ben sei anfore di medie dimensioni, colme di vino, che aveva dovuto trasportare con l'aiuto di altri. Fabio aveva strappato dalla mano di un guerriero morto una bella spada dal fodero d'argento. Perfino lo Zoppo era in una situazione migliore di quella di Felice, che aveva trovato soltanto una manciata di monete di rame e una vecchia fibula d'argento strappata da un mantello. Ormai, con tutta probabilit, gli oggetti di valore erano tutti spariti, ma non aveva alcuna voglia di ubriacarsi sapendo che, da qualche parte ad Antipatrea, potevano esserci ancora tesori nascosti.
Non si preoccup di controllare vicino all'entrata, visto che la zona era stata gi saccheggiata da orde di legionari dopo l'apertura delle porte. Avrebbe avuto pi speranze vicino alle mura posteriori, dove lui e i suoi compagni erano entrati in citt. Ondeggiando, un po' ubriaco, punt verso quella direzione e controll una casa dopo l'altra, senza successo. Antipatrea era una citt povera, a quanto sembrava; la maggior parte delle abitazioni sembrava non avere molto da rubare perfino prima dell'assalto della legione.
Le famiglie vivevano in piccoli edifici di una sola stanza, ricordando a Felice della sua stessa infanzia. I pavimenti di terra battuta erano i pi comuni, e all'interno, l'unica mobilia era costituita da tavoli sgangherati e sgabelli. I letti erano perlopi pagliericci con sopra delle coperte di lana grezza, mentre gli unici oggetti risultavano essere le ammaccate pentole di bronzo appese alle pareti e le scope di paglia appoggiate l accanto. Gli attrezzi erano vecchi e consumati. In ogni casa c'era un singolo pitale di ceramica in un angolo.
Felice perse il conto delle donne e delle ragazze violate e uccise che aveva trovato. Apustio si sarebbe infuriato: ogni corpo coperto di sangue e con il chitone sollevato era una schiava che non si sarebbe potuta vendere, ma il legato non era l quando i legionari avevano abbattuto a calci le porte, accecati dalla furia della battaglia. Felice non aveva partecipato agli stupri. I suoi compagni forse s, ma lui non li aveva visti, e non glielo avrebbe chiesto. Certe cose era meglio non saperle.
Sempre pi frustrato, tent con diverse case pi grandi. Non vide altro che nuovi cadaveri, e stoviglie e mobili a pezzi. In una, un cane da guardia ancora incatenato uggiolava nell'ingresso. Sapendo quanto potessero essere pericolosi quegli animali, Felice gli si avvicin con cautela. Il cane non prov neanche ad alzarsi. Poco dopo, not le budella grigiastre che gli pendevano dal ventre. Non esit. Perfino un animale meritava una fine migliore, pens, mentre ripuliva la spada sul folto mantello del cane.
Trov una collana d'argento in una delle stanze pi grandi. Era caduta su un lato del letto. Dallo stato del corpo della ragazza sul pavimento, i suoi assalitori non erano entrati l dentro con l'idea di cercare oggetti di valore. Soddisfatto per quel ritrovamento e stanco di tutto quel carnaio, Felice decise di tornare dai compagni. Una fiasca di vino l'avrebbe aiutato a cancellare le immagini violente che gli riempivano la mente, almeno per quella notte. Con un po' di fortuna, neanche Ingenuo l'avrebbe tormentato.
Era forse a met strada dall'agor, quando il suono di passi di corsa attir la sua attenzione. I primi erano leggeri, i secondi pesanti e metallici: cap subito che dovevano appartenere a un civile e a un soldato. I due erano all'interno di quello che sembrava un magazzino. Ci fu un tonfo sordo, il rumore di qualcuno che cadeva a terra, seguito da un urlo trionfante e, un attimo dopo, da un urlo soffocato. Altri passi pesanti e risate annunciarono l'arrivo dei compagni del soldato.
Vattene, pens Felice. Continua a camminare.
Invece, aggir l'esterno dell'edificio fino a una grande porta di ferro socchiusa. Con la spada pronta e gli occhi attenti, mosse un passo all'interno. L'ingresso, avvolto dalle ombre, era vuoto, a parte un uomo dall'aria sorpresa che giaceva in una pozza di sangue rappreso. Felice si guard intorno, tendendo l'orecchio verso ciascuna delle tre porte che aveva davanti, prima di dirigersi verso quella centrale. Avanzando con cautela, si mosse in silenzio, mentre attraversava un magazzino buio pieno di assi di legno ammucchiate, alcune gi spianate e lavorate, altre ancora rozze e appena tagliate. Poi c'era un laboratorio. Delle lampade a olio gocciolanti su una mensola illuminavano banconi e attrezzi, e, al centro del pavimento, il cadavere di un giovane schiavo.
Risate soffocate, il rumore di sandali chiodati che si muovevano intorno e il respiro affannoso di qualcuno si sentivano dalla stanza accanto. Con il cuore in gola, Felice si avvicin all'entrata e sbirci all'interno. Quattro legionari, hastati, a giudicare dall'armatura, erano in piedi in un semicerchio e gli davano le spalle. Tra le loro gambe, riusc a scorgere una lampada a olio e due corpi avvinghiati. Le cosce aperte di una figura e le natiche tese, che si muovevano a ritmo dell'altra confermarono i suoi sospetti.
Cinque contro uno non era un bel trovarsi, e Felice non voleva morire senza motivo. Si gir per andarsene.
No! No!. La voce era acuta, femminile. Quella di una ragazzina.
Felice esit.
Si ud risuonare uno schiaffo, e la ragazza gemette. Metti via il coltello, disse qualcuno. Voglio che quella puttana respiri ancora, quando sar il mio turno.
Le risate sguaiate che seguirono mascherarono il lieve rumore che fece la spada di Felice quando la sguain. Con il pugnale nella destra, entr nella stanza. Una breve distanza lo separava dagli hastati, e la copr quasi del tutto prima che lo sentissero. Quando tre degli uomini si voltarono, lui aveva gi afferrato il quarto, con la punta del pugnale appoggiata contro il suo collo.
Che succede, fratello?, sbott l'astato pi vicino, tendendo le mani a palmo in su. Sei uno di noi, giusto?
Sono Romano, certo, ringhi Felice. Ma non sono un pezzo di merda come voi.
Cos', ti piacciono i ragazzi?. Il secondo astato aveva un volto dai lineamenti duri, e una corta e folta barbetta nera. Avanz di qualche passo alla sinistra di Felice e, comprendendo il suo intento, il primo a parlare si spost nella direzione opposta.
Felice premette il pugnale e il prigioniero url. Una grossa goccia di sangue scivol sulla lama. Se vi avvicinate di un solo altro passo, il vostro amico morir, li avvert.
Se lo farai, sarai tu a essere morto, ritorse Barbanera.
Il vostro amico con l'uccello di fuori non  in condizioni di combattere. Mi porter nell'Ade almeno due di voi bastardi, se non tre.
Barbanera lanci un'occhiata ai compagni, e Felice premette di nuovo la punta del pugnale contro il collo dell'ostaggio, facendolo mugolare.
D'accordo, d'accordo, borbott Barbanera. Che vuoi?
Lasciate andare la ragazza.
Gli uomini scoppiarono in un'incredula risata.  soltanto una puttana dei Dassareti.
Fate come vi dico!.
L'astato che bloccava a terra la ragazza si scost, ma lei non si mosse. Con gli occhi chiusi e il petto scosso da silenziosi singhiozzi, non poteva avere pi di dodici o tredici anni.
Alzati. Felice fatic a parlare in greco: aveva imparato qualche parola da un mercante, da ragazzo, ma non usava quella lingua da allora. I tre hastati di fronte spostarono il peso da un piede all'altro, e lui ebbe un fremito premonitore. Non sarebbe riuscito a trattenerli ancora a lungo. Alzati, ragazza. Ti porto via.
Lei apr gli occhi, fiss lui e l'uomo che stava tenendo in ostaggio. Finalmente cap e si tir su a sedere, cercando di coprirsi con i brandelli del chitone.
Vai alla porta, disse Felice.
I suoi piedi nudi non fecero il minimo rumore, mentre correva. La rabbia di Felice, gi bruciante, si fece insostenibile quando vide le tracce di sangue che si lasciava dietro. Serr di pi le braccia, soffocando la sua vittima, e la trascin indietro, verso la ragazza. Voi restate dove siete, ordin agli altri.
Come ti chiami, princeps?, volle sapere Barbanera. In che centuria sei?
Fottiti, succhiacazzi. Felice raggiunse la ragazza, rivolgendole un cenno rassicurante. Esci in strada. Resta vicina. Arretr, costringendo l'ostaggio a fare lo stesso. Non muovetevi, ordin agli hastati. Lascer andare questo verme quando sar sulla strada.
E come facciamo a sapere che non lo ucciderai?, url il primo astato.
Non potete saperlo. Ma se non obbedirete, morir di sicuro.
Gli hastati lo guardarono con odio e imprecarono, ma obbedirono. Sapendo che lo avrebbero seguito molto presto, come avrebbe fatto anche lui se uno dei suoi compagni fosse stato aggredito, Felice si spost pi rapido che pot lungo le stanze. La ragazza lo aiut, facendogli capire dove andare quando si ritrov vicino a porte o altri ostacoli. All'entrata del magazzino, lasci andare il prigioniero.
Considerati fortunato, lo ammon.
Bastardo. Non avevi motivo di interferire. L'astato arricci un labbro. L'hai fatto per prenderti tu la ragazza, non  cos?.
La rabbia di Felice esplose, e con uno scatto della lama, apr la guancia dell'uomo dall'occhio al mento. Noi non stupriamo i bambini, ringhi, mentre l'astato barcollava all'indietro, premendosi le mani sulla faccia.
Felice sent dei movimenti all'interno del magazzino: gli altri hastati non erano lontani. Prese per mano la ragazzina e le sussurr in greco: Vieni.
Siamo nella stessa legione, bastardo!, url l'astato. Ti troveremo!.
Un senso di profondo disagio si arrampic lungo la schiena di Felice a ogni passo, mentre tornava verso l'agor. Avere dei nemici dentro la propria legione sembrava proprio un problema di cui non riusciva a fare a meno.

Capitolo 23.

Palazzo reale di Pella, Macedonia, inverno del 200 a.C.

Erano trascorsi diversi mesi dall'attacco lampo di Filippo ad Atene. Demetrio e i suoi compagni avevano marciato verso sud con il re, vedendo con i propri occhi il suo audace assalto alla porta del Dipylon, ma, con loro grande frustrazione, non si erano potuti unire allo scontro. Tutte le fazioni, a quel punto, si erano ritirate nei propri territori, ed erano cominciate le solite esercitazioni dei soldati durante i mesi invernali. La vita era una successione di addestramento, marce e pattuglie. Di quando in quando, qualcuno veniva scelto per fare la guardia al palazzo reale, ed era l che Demetrio si trovava adesso, dopo una lunga notte.
Osservando i sostituti che entravano nel corridoio, sorrise. Per ore, nessuno era entrato nelle enormi porte che conducevano negli alloggi del re; aveva tentato, senza molto successo, di scambiare qualche parola a bassa voce con il suo taciturno compagno Dione, uno dei veterani meno accomodanti, e ora era annoiato a morte. Non vedeva l'ora di raggiungere il letto, e poi di fare un salto in palestra per un allenamento di pancrazio, se avesse trovato un avversario. Un uomo doveva restare attivo, in inverno, se non voleva ingrassare. Di sicuro Dione non sarebbe venuto con lui. Veterano della fila di Simonide, preferiva studiare il fondo della sua coppa di vino nelle varie osterie della citt, piuttosto che fare esercizio. Avrebbe dovuto convincere Antileone o Cimone.
I sandali dei nuovi arrivati risuonavano sul pavimento. Uno sollev una mano in un cenno di saluto.
Dione si accigli. Siete in ritardo.
Come puoi dirlo?, ritorse il pi anziano, un tipo robusto. Non c' mica una meridiana, qui dentro.
Dovevate darci il cambio all'alba. Dione lanci uno sguardo a Demetrio per avere conferma. Il gallo nell'orto ha cominciato a cantare da pi di un'ora.
Dione era di malumore, pens Demetrio, e non c'era bisogno di una discussione, in quel momento. Suvvia, non  passato tutto questo tempo.
Ecco. Il tipo robusto si strinse nelle spalle, e cos fece anche il suo compagno. Qualcosa da riferire?.
Non avendo supporto, Dione lasci perdere. No. Il re  ancora a letto.
 tornato tardi, questa notte, ho sentito dire. Il tipo robusto fece il gesto di svuotare una coppa e ammicc.
Dione accenn un sorriso; l'amore per il vino di Filippo, che aveva continuato a fare baldoria dal ritorno dell'esercito dalla Tracia, batteva perfino il suo.
Demetrio finse di non notarlo; per lui, certi commenti non erano rispettosi nei confronti del re. Andiamo, dichiar. Io me ne vado a letto.
I sostituti si posizionarono ai due lati della porta e gli altri due lasciarono il corridoio. Dione cominci a sbadigliare mentre si avvicinavano alla porta che conduceva al resto del palazzo. Di, sono esausto.
Gi, concord Demetrio. Anch'io.
Ti va una coppa di vino, prima di andare a riposare?.
Ci risiamo, pens Demetrio. No, non oggi.
Avanti... ti piacer, quando saremo l.
Demetrio aveva fatto l'errore di bere con Dione, una volta. Non ci limiteremo a una coppa. Non  mai cos, con te.
Dione fece una smorfia. D'accordo, ne berremo qualcuna in pi. Che importa? Non saremo di nuovo di guardia per due giorni.
Sarai ancora l al bancone a mezzogiorno.
Oh, attento a come parli, ragazzino, scatt Dione. Io combattevo in prima linea quando tu ancora succhiavi il latte di tua madre.
Demetrio lo guard in cagnesco. Era un'esagerazione, ma era vero che la sua esperienza non era nulla, in confronto a quella di Dione. Aveva trent'anni ed era un falangista da pi di dieci, oltre ad aver combattuto per il re in lungo e in largo per tutta la Grecia e oltre.
Avanzarono in un teso silenzio, superando due cortili circondati da colonne, da ciascuno dei quali si estendevano sale da pranzo, enormi sale di ricevimento e camere da letto per ospiti importanti. Con lo stomaco che brontolava, Demetrio occhieggi le viti che si arrampicavano su per le colonne: da quando era tornato dalla campagna in Tracia, si era sempre goduto qualche delizioso grappolo d'uva rubato ogni volta che se ne andava dal turno di guardia al palazzo. Ma ora le piante erano nude, e si ricord che avevano raccolto l'uva tre giorni prima. L'aria era pi fredda, e aveva fatto ingiallire le foglie; presto sarebbero cadute.

Pi prossimo al lato sud del palazzo, che dava sulla citt, si trovava il cuore amministrativo utilizzato dagli ufficiali di Filippo. Era sempre un luogo brulicante di attivit, ma le uniche persone che Demetrio vide a quell'ora del mattino furono degli schiavi che spazzavano i pavimenti e, attraverso le porte aperte degli uffici, qualche funzionario seduto alla sua scrivania.
Sentendo qualcosa che si trascinava, abbass lo sguardo. Mi si  slacciato un sandalo. Non aspettarmi. Riallacciare un sandalo richiedeva tempo, e comunque lui e Dione si sarebbero separati una volta raggiunta l'entrata del palazzo.
D'accordo. Dione non rallent.
Lieto di essere rimasto solo, Demetrio si prese il tempo necessario a posare lo scudo e la lancia contro la parete. Si inginocchi e disfece in parte i lacci cos da stringerli meglio, per poi tirarli bene. Come si fossero slacciati, non gli era chiaro e gli sembrava strano: di solito, usava un doppio nodo.
Dei bassi mormorii venivano da un ufficio l accanto. Demetrio non ci fece caso: i pettegolezzi dei funzionari non gli interessavano. Stanco per il turno di guardia notturno, sbagli il nodo e, imprecando, dovette ricominciare da capo.
Una delle voci si fece abbastanza forte da riconoscerla.
Demetrio si raddrizz di scatto. Era Critone, ne era certo. Che ci faceva l il comandante, e cos presto, in nome degli di? Finendo di annodare i lacci, il ragazzo si spost verso la porta dell'ufficio. Era socchiusa e gli permise di avvicinarsi senza farsi vedere.
Non dovrei neanche essere qui, disse Critone. Potrei andarmene subito.
Allarmato, Demetrio lanci uno sguardo alla lancia e allo scudo, a una dozzina di passi di distanza. Sarebbe stato difficile raggiungerli e far sembrare anche che stesse solo camminando lungo il corridoio.
Ma non lo farai, rispose una voce sibilante. Non ti ho dato il permesso di andartene.
Demetrio non riusciva a credere alle sue orecchie. Eraclide era l'ammiraglio: perch aveva voluto incontrare un comandante di speira come Critone?
Non avrei mai dovuto chiederti in prestito quel denaro, disse Critone.
Gioca d'azzardo con pi cautela, e non dovrai pi farlo, replic Eraclide. Quando comincerai a restituirmelo?.
Ci fu un sospiro esasperato. Te l'ho gi detto una dozzina di volte.
S, quando sarai pagato. Presto, quindi?
S, s. Critone camminava avanti e indietro. Perch mi hai fatto venire qui?
Si tratta di un argomento delicato, rispose Eraclide. Mi assicuri la tua discrezione?.
Critone imprec. Se qualcuno sapesse dei miei debiti, la mia carriera sarebbe finita: lo sai. Quindi, ho le labbra cucite.
Segu un momento di silenzio, in cui Demetrio pot immaginare Eraclide che sorrideva, studiando il volto di Critone. Tutti sapevano, nella loro speira, che il comandante amava il gioco d'azzardo, ma questo andava ben oltre quella consapevolezza. Con il cuore in gola, Demetrio si fece avanti di un passo.
Chiudi la porta, ordin Eraclide.
Demetrio rischi di cedere al panico. Correndo verso l'equipaggiamento, raccolse scudo e lancia e si allontan dall'ufficio quanto pi pot, prima di girarsi e fingere di riprendere il cammino. Con un'espressione indifferente, super l'ufficio proprio quando Critone dava un'occhiata fuori. Lo sguardo sospettoso del comandante fu salutato da un secco Buongiorno, signore!, e poi Demetrio continu a camminare.
Fermo!.
Demetrio si gir, sperando che la sua espressione non rivelasse il nervosismo che provava. S, signore?
Cosa ci fai qui?
Ho finito il turno di guardia fuori dagli alloggi del re, signore.
Stringendo gli occhi, Critone si guard intorno nel corridoio.
Le sentinelle lavorano a coppie. Dov' il tuo compagno?
Un po' pi avanti, signore. Mi si  slacciato un sandalo e mi sono fermato a legarlo. Decidendo che non dire nulla avrebbe soltanto aumentato i sospetti di Critone, Demetrio soggiunse: Sei qui molto presto, signore. Scartoffie da sistemare?.
L'espressione sospettosa di Critone si allent. Una cosa del genere. Muoviti, ora.
S, signore.
Lo sguardo di Critone continu a fissare la schiena di Demetrio, mentre si allontanava. Il tonfo della porta dell'ufficio che si chiudeva fu un grande sollievo. Una volta tornato alle caserme dei falangisti, Demetrio non riusc a prendere sonno. Non poteva smettere di pensare a ci che aveva visto e sentito. Era gi abbastanza strano che Eraclide incontrasse Critone da solo, ma farlo a quell'ora del mattino...
Non riusciva a capire, e dopo un'ora a rigirarsi nel letto, decise di parlarne con Simonide. Il veterano era pi anziano e saggio di lui, e del tutto fedele al re. Avrebbe di certo saputo cosa fare. Demetrio lo trov intento a fare colazione con gli altri veterani nella sala accanto alle caserme. Era una lunga stanza rettangolare piena di tavoli e panche, affollata e rumorosa. A un'estremit, degli schiavi servivano zuppa d'avena e miele, pane, formaggio e olive. Un enorme cratere di vino e dozzine di boccali di ceramica erano appoggiati su una mensola. Gli uomini se ne stavano seduti con i loro amici, a divorare cibo e a scambiarsi le solite battute.
Sarebbe sembrato strano, se si fosse seduto senza una colazione, perci si mise in fila, e cerc Simonide dopo aver preso qualcosa da mangiare. C'era uno spazio vuoto, sulla panca di fronte alla sua.
Posso sedermi?, domand.
Simonide alz lo sguardo, masticando. S.
Demetrio si sedette, accennando un saluto agli altri, che lo ricambiarono. A parte Empedocle, com'era ovvio.
Turno di guardia notturno?, domand Simonide.
S, niente da segnalare, ment Demetrio. C'erano troppi altri falangisti vicini per parlare, ora.

Inghiott rapido la sua zuppa d'avena e fece due chiacchiere con Simonide: riguardo alle esercitazioni - Critone era un tiranno, e lo pensavano entrambi; riguardo a Dione che beveva troppo - e Simonide promise che gli avrebbe parlato. Alla fine, venne fuori l'argomento della minaccia che Roma rappresentava per la Macedonia.
Venticinquemila legionari ci invaderanno, la prossima primavera, disse Simonide, con una smorfia. Non  certo roba da ridere.
No, concord Demetrio, con un brivido di timore.
 un vero peccato che il primo sangue sia andato ai Romani. Le notizie del saccheggio di Antipatrea, e poi della sconfitta di una piccola forza di cavalleria macedone, erano giunte fino a Pella, abbassando il morale che era alle stelle dopo l'attacco di Filippo ad Atene. Non appena i passi montani saranno liberi dalla neve, si rimetteranno in marcia. E non saranno soli. Le spie nell'accampamento romano dicono....
L'ho sentito, lo interruppe Demetrio, ansioso di dimostrare che ne sapeva quanto Simonide. Gli Illiri volevano da sempre allearsi con Roma, e anche i maledetti Dardani. Gli Atamani non contano, potrebbero mettere in campo al massimo... quanti? Mille opliti e duecentocinquanta cavalieri?. L'Atamania era un piccolo stato tra Tessaglia ed Epiro.
Simonide lo guard. Ma ogni numero far differenza, ragazzo. Il cinghiale pi grosso del bosco non potr essere ucciso da un solo cane, e neanche da quattro o cinque. Tuttavia, se un branco di dodici cani gli si lancer addosso, cadr.
Demetrio assaggi le parole di Simonide sino al midollo e cap che quel sapore non gli piaceva affatto. Pensi che perderemo questa guerra?
Non ho detto questo, sibil Simonide. Ma sar un conflitto brutale. Molti di noi moriranno.
Demetrio serr la mascella. Non c' molto che possiamo farci. Seguiremo il re sino alla fine, quale che sia.
Ecco la voce della giovent. Simonide fin di ripulire il piatto con una crosta di pane e se la ficc in bocca. Poi spinse via la panca e si alz. Andr in palestra, pi tardi. Tu vieni?.
Era l'opportunit che Demetrio cercava. Perch no?.
Quando uscirono dalla sala, ag. Ho sentito qualcosa di strano, stamattina.
Simonide si concesse una piccola risata maliziosa. La regina  andata nella stanza del re?
No, niente del genere.
Simonide gli lanci un'occhiata curiosa. E allora cosa?.
Demetrio controll che nessuno li stesse ascoltando, e poi spieg tutto. Era davvero strano, concluse.
Simonide non rispose, e Demetrio tenne a freno l'impazienza. Lascia che ci pensi, si disse.
Sei sicuro di ci che hai sentito?.
Il ragazzo annu. Ne sono certo.
Forse Eraclide stava cercando di evitare l'imbarazzo a Critone. Un incontro cos presto avrebbe evitato che qualcuno sentisse la loro conversazione... o cos pensava.
Deve esserci qualcosa di pi.
Qualsiasi altro motivo per un incontro del genere potrebbe essere.... Preoccupato, Simonide esit.
Un tradimento, sussurr Demetrio.
Gi.
Cosa posso fare?
Niente, rispose Simonide.
Cosa?. Demetrio fiss il compagno, sgomento.
Sei un falangista, ma sei appena arrivato. Zeus, a momenti neanche ti radi il viso. Critone non  soltanto il comandante della speira: ha combattuto per il re in pi battaglie di quante ne ricordi, ed Eraclide  l'ammiraglio. Sarebbe la tua parola contro la loro, e quello che hai sentito non dimostra nulla.
Ma potrebbero essere in combutta contro il re!.
Zitto!. Gli occhi di Simonide scattarono intorno. Non hai prove, e muovere false accuse contro i tuoi superiori  molto pericoloso.
Devo fare qualcosa, protest Demetrio.
No, non devi. Filippo non  uno sciocco, e non si far cogliere di sorpresa con facilit.
Simonide gli batt una pacca sulla spalla. Terremo gli occhi e le orecchie aperte, non temere.
Chi?
Non sei solo, in questa faccenda: i falangisti si guardano le spalle a vicenda. I tuoi compagni ti aiuteranno. E anche io, Filippo e Andrisco. Non posso parlare per Empedocle, ma anche quella spugna di Dione far la sua parte. Se dovessimo avere qualche prova che il re  in pericolo, andremo da lui.
Va bene. D'accordo.
Quella era la prima volta in cui si sentiva davvero accettato nel gruppo, pens Demetrio, pi tranquillo. Sette paia d'occhi sarebbero state meglio di uno solo, e se la minaccia nei confronti di Filippo era vera, l'avrebbero sventata.
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FINE Parte 2.